Giorno 12, Lima

LIMA

Lima 24 luglio 2008

Quarantotto ore e sara’ Huancayo, la Sierra.

Lo sapevo… proprio quando ero arrivato a “quadrare” la mia colazione, me ne devo andare… E non mi capacito percio’ come a Murphy non abbiano dato il Nobel… “le incoerenze della vita sono piu’ delle stelle del cielo”, penso con un angolo della bocca…

Il mio primo compito di oggi mi e’ affidato direttamente da Paolo in persona, con il quale il rapporto di complicita’ conterranea diviene ogni giorno piu’ serrato e convincente: non so come ma mi sono guadagnato la nomea di reportero (fotografo) e per questo vengo incaricato di scattare alcune istantanee mentre il Dottor Claro, un rotondo medico dello staff di Padre Zeffirino, visita i pazienti nel nuovo centro di eccellenza per malati di VIH, propaggine naturale dell’Hogar San Camilo.

Con la macchina fotografica che penzola al collo, eseguo il lavoro come un consumato professionista… cerco le espressioni, fermo i dettagli, studio la luce… e il risultato sperato e’ presto raggiunto; le “mie” immagini serviranno per alcune pubblicazioni su Internet e per la presentazione di progetti di finanziamento, oltre che per potenziali volantini informativi…

In un’oretta disbrigo l’incombenza, il tempo necessario per quella che alla fine si rivelera’ essere la prima di tante uscite della giornata: accompagnare Gabriela all’ospedale “Dos de Mayo”, a visitare un altro “nostro” infermo, relegato laggiu’.

E’ un gigantesco edificio azzurro, l’ospedale, che raggiungiamo dopo una buona camminata che ci consente di attraversare un po’ di citta’ e di comperare tre biscochos (una sorta di pseudo-pan briosche…) per Modesto, nome del paziente-obiettivo.

Abbiamo passeggiato nella fetida aria al veleno della calle, con una naturalezza a tratti preoccupante… toccando anche Plaza Italia, uno spazio di alberi malati e marciapiedi grigi, abili appena a separare costruzioni dai colori vecchi e consunti, bucate da brune finestre chiuse o sfondate. Cammino vigile ma senza esasperazione. E’ mattina…

Modesto e’ un uomo ossuto, senza gli incisivi e con in testa un cappello di lana arancione che a guardarlo mi sento sudare…

Tocchiamo la sponda, consegnamo i dolcetti gommosi, viriamo e riprendiamo la strada in senso contrario.

Meno di dieci minuti netti, la nostra visita: alle 13 dobbiamo infatti gia’ essere di ritorno all’Hogar per la seconda uscita della giornata.

Rafael Reinoso e’ l’amministratore del centro camilliano; una sorta di “numero due”, ovviamente dopo il sacerdote lombardo… Tifa per l’Inter, ma nonostante cio’ non l’ho ancora “capito”… Mantengo la distanza di sicurezza, come fossi all’esame per il conseguimento della patente di guida.

Rafael non si perde in chiacchiere. Fa. O non fa. Ed oggi ha fatto.

E bene.

Decide con uno scatto di prender me, Gabriela e Paolo e portarci a pranzare fuori, in una tradizionale cevicheria peruana, teatro limeño della migliore comida… Non accettiamo perche’ non possiamo rifiutare, si va.

“MI BARRUNTO – siempre mejor que la ultima vez…”, sentenzia con ostentazione il cartello all’entrata di questo ristorante allegro ed affollatissimo.

La musica e’ alta, alle pareti di incannucciato campeggiano incorniciate le magliette di alcune squadre di calcio europee… gigantografie di Kaka’, Eto’o, Ronaldinho… accanto ai gagliardetti delle due squadre nazionali piu’ importanti, “La Universidad” e “Alianza”, acerrime rivali.

Il tavolo e’ minuscolo, ma la luce che questo fuori programma ci produce in volto se ne infischia; Rafael gioca in casa, e non fa nulla per nasconderlo: ci portano cosi’ due bandiere di 10 centimetri, quella argentina viene posta accanto a Gabriela e quella italiana tra me e Paolo. Facciamo i turisti, per un giorno, senza sottrarci alla cosa.

Brindiamo in entrada con leche de tigre, un bicchierino di succo di lime, peperoncino e salsa rosa, dal sapore potentissimo, “qua siamo…” penso in siciliano… e non mi sbaglio.

Ci arriva una quantita’ di cibo tale che il tavolino rischia di collassare su se stesso… l’immancabile riso, rivoltato in mille modi differenti con vari condimenti, pesce a profusione, ripartito tra i nostri quattro piatti ed altre cose (camote, praticamente un incesto tra una patata, per la forma, e una carota, per il colore, dal gusto dolce ne’ dell’una ne’ dell’altra; iuca, uno degli oltre 400 tipi di patate diverse coltivate e consumate in Peru’, servita in strisce secche dalla sezione triangolare; chifa, delle frittelle stile wanton cinesi, ripiene di polpa di granchio e guarnite con salsa al tamarindo; algarobbina, una bevanda beige alla cannella, servita fresca e leggermente alcolica, molto simile ad un bayles sudamericano… ed altre diavolerie sconosciute; insomma: altro che sopa !!!).

Ma i protagonisti incontrastati della mesa sono loro: il ceviche ed il pisco sour, meritevoli d’un particolare inchino…

Il primo e’ il piatto d’eccellenza: un miscuglio di pesce crudo, tagliato a fette (tiradito) e marinato nel succo di lime con cipolle e peperoncini… si dice che abbia proprieta’ afrodisiache, ma ci credo poco. Viene servito con mais bollito gigante (choclo) e altre salsette “giapponesi”… Il termine ceviche pare derivi dal quechua “siwichi” che significa “piatto”…

Il secondo invece, la cui paternita’ e’ ancora in discussione con gli odiati “cugini cileni”, e’ la bevanda nazionale (Inka Kola a parte, giallastra bibita gassata… una sorta di pipi’ frizzante…); il pisco, una specie di brandy, distillato d’uva, decisamente alcolico, ci viene servito shakerato con succo di limone, molto ghiaccio, albume d’uovo (per la schiumetta…) e una goccia di olio essenziale d’angostura.

L’almuerzo dell’Hogar per oggi e’ solo un ossessivo incubo da cui ci si e’ momentaneamente liberati.

Rafael se l’e’ goduta, come tutti noi; ma ci lascia presto, per altri precedenti impegni. Cosi’ lasciamo in taxi il locale, quando e’ ancora nel vivo dell’azione…

Paolo si preoccupa di contrattare il prezzo ed, una volta raggiunto l’accordo, montiamo su questa specie di preistorica Mini-Minor giallo caterpillar alla volta dell’Hogar.

Passiamo per strade sconosciute, di cui sono ovviamente avido; tra le altre cose, vedo della gente che vende cose “troppo vecchie e malandate per essere comprate”… Paolo mi spiega che questa gente vende spazzatura… ! Ovvero rovista di notte nella spazzatura e seleziona, a suo giudizio, il “rivendibile” che viene esposto e smerciato di giorno; 30 centesimi di sol al chilo, il prezzo… una miseria. Mi dice, in ultima aggiunta, che molti genitori dei “nostri” bambini dell’Hogar fanno questo “lavoro”…

Soffocati dal traffico metripolitano, molliamo Paolo a bordo e con Gabriela scendiamo in Avenida Abancay, una dorsale di grande comunicazione che alimenta molto del trasporto cittadino: basta – penso – mi concedo due orette di turismo, e cosi’ faccio.

Svicoliamo a piedi per spazi piu’ ampi e meno trafficati, vediamo cosi’ il Monasterio di San Francisco, Plaza San Martin e la maestosa Plaza de Armas, la piu’ importante di tutta Lima: che per noi europei, abituati a ben altro splendore, e’ solo una piazza grande… qui invece e’ una sorta di orgoglio nazionale.

Non mi “rassegno” a rientrare senza passarmi un piacere personale: la salita a San Cristobal, ai piedi di quella croce con cui ho parlato tutte le notti… Il micro che ci porta li’ e’ di quelli micidiali dei giorni prima… ma la salita e’, oltre che parecchio impervia, molto suggestiva.

Lungo i 400 metri della ripida e tortuosa strada che si inerpica sul colle brullo di terra e colorato di casupole, ci appare, nelle sue prospettive piu’ diverse, l’immensa capitale del Peru’…

Al cospetto della croce, contento, faccio un 360 gradi e vedo la citta’ non finire mai… nel grigio si vede il Pacifico, i grattacieli di Miraflores e San Isidro, lo sconfinato cimitero e la marea marrone di baracche… fin dove lo sguardo fatica: e’ una citta’ senza orizzonte, questa.

Facciamo soddisfatto ritorno al nostro porticato che sono quasi le 19… e la giornata non e’ ancora finita…

Infatti, Padre Zeffirino, con un colpo da biliardo, al rientro, ci soprende ancora: Julio e’ pronto con il maxi-Renault, si va tutti, meno Orlando, a far un giro fuori ! Con Gabi ripetiamo praticamente il tour pomeridiano ma la meraviglia non sta in quello che rivediamo… siamo in gita, con la nostra famiglia di malati, che per una sera puo’ riempirsi gli occhi di luci e fontane e persone e aria e rumori e colori… L’atmosfera del gruppo e’ a dir poco una manifestazione di euforia per il fatto in se’: e’ proprio cosi’, il mondo e’ ancora la’ fuori. Ci facciamo le foto, allegri, scherziamo, ci prendiamo in giro… e Plaza de Armas sembra perfino piu’ bella.

Alle 22, quando si spengono le luci dell’Hogar, c’e’ un’aria fresca e docile… i ragazzi sono a letto, occhi chiusi e sorriso disegnato, gia’ me li vedo…

Mi ricordo di non aver cenato, e, facendolo, non vi do’ molta importanza; alzo lo sguardo, invece, e la Cruz Blanca, lassu’, e’ spenta… ma ho la pace dentro… la guardo con complicita’, e l’accendo con gli occhi.

Buonanotte Lima.

Oscar

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