Giorno 14, SOROCHE

SOROCHE

Huancayo 26 luglio 2008

Penso che la sveglia di questa mattina sia stata il mio piu’ grande trauma peruviano.

Ma fortunatamente condivido con molti, questa sorte.

L’Hogar alle 5 e’ infatti gia’ un brulicare di bambini e adulti e gente che corre e parla basso e rapido. I bambini e gli adolescenti sono elettrizzati… per loro iniziano le vacanze… e mi ricordo delle partenze per le gite scolastiche… che la notte prima non si chiudeva occhio, dall’eccitazione.

Ci si incrocia, mentre carichiamo i furgoni: Valentin andra’ col gruppo dei bimbi ad Arequipa, mentre Victor sara’ il nostro autista per Huancayo.

Rafael Reinoso mi consegna 500 soles per le spese (mi rendo conto solo adesso della fiducia guadagnatami involontariamente…): sono il capogruppo, parto con Gloria, docente d’educazione e pompiere volontario, e Santiago, responsabile dei padri sieropositivi e consigliere di Padre Zeffirino… e 14 adolescenti.

Dopo il discorso di responsabilizzazione che Padre Zeffirino rivolge ai viaggiatori, tutto sembra essere pronto. Saluti e via.

Partiamo che sono da poco passate le 7; Gloria e Santiago ci raggiungeranno li’ in omnibus, il furgone e’ riempito a pressione.

Victor tiene la orazione del viaggio, nella quale invita i ragazzi a raccomandarsi a Dio per la tratta Lima – Huancayo.

Lungo la Carretera Central, quella che passa per Chaclacayo, ci fermiamo per fare il pieno e per consumare la colazione preparata la notte prima: tramezzini con mortadella e bibita fresca.

Suona un po’ di musica, abbandonando Lima.

Si va verso la zona degli altopiani centrali e per la strada, in cui il traffico si dirada sempre piu’, si susseguono cartelli e affissioni elettorali… il 7 settembre, infatti, ci saranno le elezioni presidenziali, e i vari candidati guerreggiano gia’ a suon di slogan… Mi colpisce uno, in particolare, dice: AGUA PARA TODOS… lo rileggo asciutto con un amaro sorriso che non si vede… l’enunciato e’ solenne e paradossale… come fosse un risultato straordinario, di cui farne il cavallo di battaglia di comizi e promesse… riuscire a dotare tutti di questo servizio primario… In Italia, abbiamo “solo” il problema del lavoro… l’evoluzione e’ anche questo. Inconcepibile.

Intanto si va… la carretera prima si snoda lungo trafficati tornanti che mi ricordano molto i desfiladeros spagnoli dei Picos de Europa, nella regione di mezzo tra Cantabria e Asturie: pareti di roccia, che sembrano rovesciarsi in strada e la strada l’unica via che attraversa questa natura.

Poi la nostra ruta comincia a salire… senza troppi compromessi.

In 143 km si passa dalle rive dell’oceano Pacifico ai 4818 metri di altitudine… dove “scolliniamo”…

Se la memoria non mi inganna, reminiscenze scolastiche mi confermano che il Monte Bianco, la massima altura europea, arriva a 4810 metri… Praticamente e’ come se potessi guardare idealmente dal terrazzo di una casa a due piani tutto il mio continente… Mi sembra un’idiozia ma “bene” – penso sconsideratamente – “un’altra porta sfondata…”.

L’aria e’ una lama di samurai, mentre mangiamo caramelle al limone, “contro il soroche”, mi spiega Victor, e beviamo mate de coca…

Il soroche (mal di montagna) e’ il disastroso risultato di quella sensazione tipica di pressione all’altezza del diaframma che hanno spesso provato gli avversari di Mike Tyson, incontro alla quale puo’ andare soggetto anche chi sale rapidamente ad altitudini superiori ai 2500 metri per manifesta mancanza di ossigeno; dopo i 3000 metri si verifica con certezza quasi matematica, portando disturbi d’ogni sorta (tranne la morte !).

Me ne parla, Victor, mentre si rigira la caramella in bocca e sorseggia a canna un infuso di foglie di coca (mate), regolarmente e legalmente (!!!) diffuso e consumato come aiuto per lenire, piu’ o meno anestetizzando, gli effetti a carattere rovinoso del soroche.

“Leggende incas che si infilano sinistre tra gli anfratti oscuri di queste montagne imponenti…” – commento nella mia testa – “Sara’ una roba che colpisce quei tonti dei tedeschi… che vengono al mare da noi con 40 gradi all’ombra e la pelle lavata con Dash…”, e guardo Victor come a dire “guarda che non sono mica uno scemo…”, e’ il pensiero beffardo che intanto inconsciamente mi suggerisce di ingurgitare caramelle al limone e attaccarmi alla borraccia di mate de coca…

Lo faccio piu’ per spirito di compagnia che per reale necessita’.

Scendiamo verso la valle che ospita malvolentieri la cittadina di Huancayo, capoluogo della provincia dello Junin; durante gli ultimi chilometri, in cui riacquistiamo ossigeno diminuendo l’altitudine, Victor mi cede la guida (e’ distrutto… e deve ancora fare ritorno a Lima, in giornata, con i piccoli di Huancayo che vanno li’ a far lo scambio con noi…). Faccio 50 km e mi sento Mazinga: il mal di montagna e’ cosa da famiglie in vacanza…

I 298 km, che separano Huancayo dalla capitale, li copriamo in oltre 6 ore… e’ molto, ma non ci faccio caso perche’, una volta messici d’accordo con Padre Quique della “Casa de Acogida para niños San Juan Diego” per scortarci fin li’, comincio a sentirmi la testa di ghisa…

Entriamo nella cittadina ciondolando con il nostro furgone: al primo passaggio Huancayo ricorda una citta’ di frontiera del Selvaggio West; quartieri periferici fatiscenti, strade polverose e caotiche, gente che vaga apparentemente senza meta e, tutt’intorno, montagne scoscese…

“Benvenidos” intona il coro di bambini che ci accoglie al nostro arrivo, tutti pronti, zaino in spalla, per montar sul nostro furgone con destinazione Lima. A parte l’affettuoso ricevimento, la Casa mi appare subito come un “errore”, in questo viaggio perfetto…

Il locale e’ minuscolo, si dorme in cinque in camere da 12 metri quadrati (davvero !!!), i bagni sono in comune e l’acqua e’, per fortuna, ghiacciata. I servizi non hanno luce elettrica, i gabinetti non hanno sciacquone, le docce non funzionano, i letti non hanno lenzuola, i cuscini non hanno federe. E come “atterraggio” mi puo’ bastare…

Cerco di animarmi, pensando ai nostri soldati in Russia durante la seconda guerra mondiale e sentendomi molto vicino a loro.

Victor riposa solo un’ora e riparte, io ed i ragazzi proviamo a sorridere… Qui ci sono Nelly, Marlene e Marta, che ci accolgono con vero calore e cercano di essere ospitali e servizievoli (devono molto all’Hogar San Camilo e a Padre Zeffirino); loro si occupano degli orfanelli, dei piccoli malati, con dedizione materna: li educano, li lavano, li crescono, li curano… in questo posto che s’illumina quando spuntano le piccole pesti: Gaby, Stefany, Diego ed altri bambini davvero minuscoli.

Gli adolescenti di Lima mi guardano con occhi interrogativi e l’aria di chi sta prendendo coscienza di trascorrere le proprie vacanze in un posto piu’ brutto di quello da cui sta arrivando…

Gestisco l’incipiente malumore fin tanto che spuntano Gloria e Santiago, stanchi e infreddoliti; ci scambiamo uno sguardo che significa “siamo fritti”.

Consumiamo una sopa, mentre cala la sera e questo piccolo Hogar si trasforma nella casa di ghiaccio di Superman… a Huancayo, infatti, dopo le 17 sembra che ci sia un misterioso qualcuno che pigi un interruttore e cambi la stagione: il sole che ci aveva accolto all’arrivo e’ cosi’ naturalmente sostituito da un inverno rapido e rigidissimo che incombe senza avviso.

Sara’ il freddo, la stanchezza, la sopa, l’aria o che, ma in meno di 20 minuti mi ritrovo inaspettatamente seduto al bagno (senza luce) per due volte consecutive, durante le quali mi esibisco, mio malgrado, in preoccupanti performance “a spruzzo”…

Avverto che qualcosa non va ma non so ancora bene cosa sia…

Passa mezz’ora, nemmeno, e via: vomito tutto tranne i reni. Qui le ripetizioni sono tre.

Comincio a sentirmi un po’ deboluccio: decido di tappare le falle ricorrendo alla mia attrezzatissima farmacia da viaggiatore. Ingoio, nell’ordine, un’aspirina (per il mal di testa “a trapano”), due pastiglie di Dissenten (sperando gonfino a tal punto da frenare lo tsunami…), una compressa di Enterogermina (per far capire al mio corpo che non ho ancora intenzione di abbandonarlo…).

Dieci minuti, stavolta: rimetto la farmacia e tutto il Peru’.

Ora sono una pezza, una specie di tedesco incappato nel soroche…

Non so davvero cosa fare. Ho una sete biblica e non posso bere perche’ tutto cio’ che provo ad inserire in corpo (acqua compresa), viene espulso con tecnica “a fionda”…

Non mi resta che provare a prendere sonno.

Poche volte mi e’ capitato nella vita di vestirmi per andare a dormire… questa e’ una di quelle. La cameretta dei Playmobil che condivido con Alex, Robert, Ivan e Jack e’ un congelatore perfettamente funzionante. Ha pure una finestra con un vetro rotto (nel caso la vicinanza dei nostri corpi dovesse produrre casualmente un principio di calore capace di far discostare la temperatura della stanza dallo zero assoluto Kelvin…).

“Bene” – mi faccio coraggio – “domani e’ un altro giorno, e’ una frase che non ho inventato io… e se e’ diventata cosi’ famosa un motivo razionale dovra’ pur esserci…”, e provo ad addormentarmi con fiducia.

L’ultimo pensiero (prima di un ulteriore match con il bagno buio di Superman) e’ rivolto al fatto che il mio stomaco e’ attualmente vuoto di tutto… Per arginare l’emorragia, infatti, ho sfruttato un vecchio principio zen: se non mangio e non bevo piu’, arrivera’ il momento in cui non avro’ piu’ niente da espellere. Pare aver funzionato…

“Pero’…” – rifletto da imbecille – “almeno spero di dimagrire, con questo mal di montagna…”. Mi prende subito la malsana idea che basterebbe fare Lima – Huancayo – Lima per una settimana di fila per tornare un figurino…

La mia fortuna e’ che il freddo appuntito di questo posto cristallizza le pensate demenziali senza permetter loro d’arrivare all’indomani.

Cosi’, nel mio angoletto, aspetto domani, con fame, sete, stanchezza, freddo e… mal di montagna !

Buonanotte soroche (speriamo…).

Oscar

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