Giorno 21, CIAO JUNIN

CIAO JUNIN

Lima 2 agosto 2008

Oggi si parte.

La sveglia e´comoda, quasi volesse rallentare la separazione da questi posti… che dopo una settimana sentiamo un po´piu´nostri.

Il programma di oggi prevede un recordatorio e la preparazione alla partenza: praticamente una giornata light, per quanto riguarda la parte huancaina.

Decidiamo di cominciare dalla preparazione della roba e dalla pulizia degli ambienti che ci hanno ospitato, cosi´ da esser gia´ pronti per quando arrivera´ Victor a caricarci per portarci oggi stesso all´Hogar.

I ragazzi sono dei piccoli soldatini che lavorano ordinati, con sguardi di media tristezza per la fine della loro splendida (per chi come loro vive in condizioni di estrema poverta´) vacanza.

Anch´io sistemo le mie cose, rifaccio il cubo di coperte sul letto e ritiro le ultime cose rimaste ad asciugare nel cortiletto sul retro della Casa.

Durante queste operazioni di rifinitura, ricevo la telefonata di un´allegra Maribel che mi informa che il nostro mezzo arrivera´ per le 17 circa e che Padre Zeffirino, prima di partire per Citta´ del Messico dove prendera´ parte ad una Conferenza mondiale sull´AIDS, le ha lasciato i recapiti di suoi amici a Cuzco, contattati per un micro comitato d´accoglienza nei confronti del volontario italiano.

La cosa mi mette di buon umore, un altro mio Peru´ si avvicina…

Intanto, con conseguente sodddisfazione, registro che il mio tormentato (a tratti conflittuale) rapporto con le toilettes della Casita sta piano piano riprendendo “corpo e consistenza”… E mi sposto in DEF2.

La mattinata assolata la ultimiamo rivedendo, a mezzo di un proiettore organizzatoci da Alfredo, tutte le foto della nostra settimana a Huancayo; e´ un bel momento, in cui scorre tutta la carrellata di emozioni, luoghi, persone e cose incontrate nel nostro cammino nello Junin. Santiago invita gli adolescenti ad una riflessione su quanto svolto, imparato, visto, e sulle persone e la Casa che ci hanno accudito ed ospitato. I ragazzi sembrano ormai assorbire come avide spugne. Forse qualcosa di buono e´ stato fatto – penso sospirando.

Prima dell´almuerzo, mettiamo su il recordatorio, ovvero un piccolo laboratorio in cui elaboriamo alcuni disegni da lasciare in ricordo alla Casa de Acogida. Jack fa decisamente il migliore, raffigurando la Virgen de la Immaculada Concepcion. Ne facciamo anche uno con tutte le impronte delle nostre mani, pregne di vernice… Ridiamo.

Le donne ci tengono, ci tengono tantissimo, che a pranzo provi e gusti il mondongo, una sopa imperiale con tanto di choclo, del mais gigante i cui grani sono grandi come olive da giardiniera… ma assaggiatolo, resisto e non mi piego, rischiando l´offesa a mani basse.

Saltato a pie´ pari il pasto ed non avendo altro da fare che aspettare, mentre i bambini montano su alcune biciclette abbandonate nel capanno esterno alla Casa de Acogida, con Santiago e Gloria facciamo una capatina in centro, per alcune compere e souvenir.

Ci infiliamo in mercatini di bancarelle, proviamo cappelli e ponchos d`ogni varieta´, Santiago compra degli stumenti assurdi ed una fascia andina che si pone attorno alla vita (ma la cui utilita´ continua a rimanermi ignota); anch´io vinco il timore dell´acquisto e mi lancio alla conquista di qualche oggetto di cui, sono certo, non mi pentiro´.

Facciamo le ultime foto (ora ce ne stiamo proprio andando… e la sensazione e´ palpabile), scherziamo un po´ e ci accorgiamo che il clima tra noi e´ buono, nonostante il prossimo viaggio che per noi tre significhera´ separazione.

Quando arriviamo dai ragazzi (pronti per il comitato di bentornato ai bimbi di Huancayo che terminano cosi´ lo scambio con i limeños), Victor svolta dall´angolo della strada e termina la sua personale prima tappa di oggi. Io lo aiuto a scaricare il furgone, lui mangia un po´ di mondongo (e per questo lo ammiro) e va a riposare un po´.

Adesso i piccoli della Casa sono davvero tanti… i “nostri” ed i “loro”, tutti insieme a far famiglia.

Senza disperderci ci dirigiamo presso la vicina chiesetta, quella della prima messa di Huancayo, che adesso celebra la seconda ed ultima.

Padre Quique e´ contento, per costume non gradirebbe darlo a vedere, ma non ci riesce… Alfredo lo assiste durante la celebrazione che avviene solo “per noi”, Carlos e Gloria leggono le letture, il sacerdote benedice tutti… anche “coloro che volontariamente hanno dato parte del loro tempo perche´ i ragazzi godessero di una vacanza migliore”, ed il riferimento che mi emoziona e´ decisamente rivolto a me, che scompaio negli abbracci dei piccoli fratellini che mi stanno accanto.

Flor piange. “No quiero ir…” mi ripete inconsolabile, mi abbraccia, in una vertigine di lacrime e fazzolettini… Le dico che ogni cosa finisce, perche´ ce lo insegna la vita e che, probabilmente, la brevita´di questa bella settimana la rende cosi´speciale da non aver permesso a nessuno di abituarsici e, conseguentemente, di sminuirne naturalmente la magia.

Continuo a ripeterle che la “sua” settimana continuera´ a vivere ogni volta che vorra´ ricordarla, ritrovandosi con la mente a questa Huancayo che tanto l´ha distratta dalla sua vita cruda di Lima.

Molti di questi ragazzi, infatti, pur non sembrando tali, sono figli di situazioni d´estrema difficolta´, economica, sociale, psicologica, fisica… ed e´ in queste circostanze che viene fuori la tristezza infinita di queste vite…

Ci penso e ricordo una frase di Karolay, scritta sul retro del suo disegno per il recordatorio… diceva: sono un´anima intrappolata in un corpo dalla maledizione della solitudine…

Sono frecce che ti colpiscono senza errore, centrando laddove devono. Con una semplicita´ cosi´ disarmante che non puoi fare niente per evitarlo.

Padre Quique ci benedice tutti, rivolgendosi in particolar modo a noi che abbiamo il viaggio di ritorno da affrontare; e sono gia´ le 18…

Le foto sotto l´altare, tutti insieme, sono un must a cui Santiago sa di non poter rinunciare; cosi´ avviene, in un´alea di fraternita´ talmente percepibile che commuove senza motivo.

Siamo ai saluti e tra tutti mi colpiscono, al cuore, due momenti che so sentiro´ dolere, per un po´… quello imprevisto si chiama Nelly: piange, la tosta peruviana dal perpetuo sorriso, “te estrañaras…” mi dice, con un filo di voce. “Anche tu mi mancherai, monella huancaina…”, non riesco a risponderle… mi mancheranno i nostri scherzi e le nostre prese in giro, capaci di rendere bello un posto che, senza tutte voi, non lo sarebbe mai stato.

Quello previsto, che mi attende al varco, che so che dovro´ “pagare” prima di dir ciao a questi monti, invece si chiama Alex: si copre il volto con le braccia, straziato, nulla dice, se non il mio nome, che arriva a pronunciare un paio di volte… io, mollo la valigia e mi inginocchio a terra, perche´ ci si possa abbracciare alla pari… L´immagine e´ involontariamente da Libro Cuore… Provo a dirgli che ormai e´ un ometto e dev´essere forte, prendere le medicine tutti i giorni ed all´orario, non mettere niente in bocca, nemmeno le mani, e cercare di comportarsi da bravo… che tra le persone che gli vogliono bene e che pensano a lui, ci sono anch´io, extranjero hermano major.

“Te quiero mucho, Alex”, gli infilo nel cuore, senza le lacrime che trattengo fino al buio viaggio di ritorno.

La strada per Lima, quella che e´ stata capace di recapitarmi in questa regione inaspettata del mio viaggio in Peru´, e´ la stessa di una settimana prima, ma il fegato ed i pensieri sono tanti che non c´e´ mate de coca o soroche che tenga. Affronto le 6 ore e mezza di viaggio accanto al fido Victor sbriciolando la maniglia posta in alto alla portiera del lato passeggero, pensando ad Alex ed a Huancayo. Le lacrime scorrono nel silenzio di un ritorno stanco.

Mi dico che il segreto e´ “pensare avanti” e guardare a quello che ci sara´ dietro l´angolo di domani; Alex e´ nel miglior posto possibile, adesso, con donne eccezionali che si prenderanno cura di lui meglio di come avrebbe potuto fare chiunque altro, io, Gabriela, Padre Zefferino o la sua “famiglia” compresi.

Passiamo i 4818 mt, che saluto con il beffardo sorriso di chi e´stato beffato, “me l´hai fatta, soroche…”, penso dando merito al vincitore; si´, questa regione dello Junin, che abbandono forse per sempre, pur avendomi inibito la “capacita´ di generare solidi”, mi ha dato tanto, moltissimo, e devo riconoscerglielo. Con tutto il freddo patito, le oggettive difficolta´ di vita quotidiana e l´aspra accoglienza di questi luoghi in cui la Natura non ha mai smesso di lottare per manifestare la propria incontrastata autorita´, rientro all´Hogar San Camilo, quell´oasi felice da cui ero partito, sicuramente piu´ricco, migliore, piu´ forte, piu´ consapevole, piu´… peruviano.

L´arrivo in quel magico chiostro avviene (senza cena) a mezzanotte passata; ad attenderci l´affidabile Mario, e Gustavo, un nuovo volontario spagnolo che occupa il mio cuarto.

Alle 6 si parte per Arequipa ed io ho meno di 5 ore e mezza per sistemarmi, farmi una doccia, riposare e ripartire.

Un non trascurabile particolare salta immediatamente alla mia attenzione: se il mio posto e´ occupato… dove dormo io… ?!?

Domandato in giro, nessuno sa dirmi nulla… vista l´ora tarda la gente si defila verso le proprie abitazioni… io resto in mezzo al niente con il tempo che scorre e la stanchezza che m´incalza come se mi puntasse da dietro gli abbaglianti per aver concessa strada…

NON posso non lavarmi e non dormire (poco) come si deve… non so come sara´ ad Arequipa, per cui non posso rischiare di non trascorrere una notte con parvenze di normalita´. Pensa Oscar, pensa…

I miei occhi ruotano poco, giusto per intercettare il cuarto spento e serrato di Gabriela (adesso ad Arequipa), posto al piano terra ed, apparentemente, piu´ facile da violare…

Non perdo un attimo, con la ferocia negli occhi, distendo una graffetta e provo a scassinare la porta d´ingresso, credendomi Diabolik… il tentativo coraggioso fallisce miseramente; ma non e´ finita: pongo una sedia sopra l´altra ed arrivo alla minuscola finestrella che completa la cornice della finestra grande della stanza, posta al lato della porta. La spingo fino a piegarne il perno, intravedo una cordicella che la lega alla principale e mi brillano gli occhi… “forse ci sono”…

Con le forbicine sego il collegamento tra i due elementi di luce (mi sento Mc Giver…) e spalanco la piccola apertura… inizio un numero da contorsionista per introdurmi all´interno del locale buio (se mi vedessero Moira Orfei o Darix Togni…) e in poco meno di dieci minuti sono dentro !!! Ho una felicita´ da Lotteria Italia, dall´interno apro la porta e faccio signorilmente accomodare i miei bagagli.

Vado per farmi la doccia e, come ogni buona storia impone, non c´e´acqua (un classico…) ma ormai sono il protagonista di Matrix e, trovata una bottiglia di acqua gassata in un fondo d´armadio (grazie Gabi…), procedo alla novita´ assoluta della doccia con le bollicine…

Conquistato il territorio, vado a dormire in un LETTO VERO, cosciente tanto d´aver poche ore di sonno davanti quanto che il fatto in se´ non m´importi…

Adesso che tutto si e´ fermato, rimandando a domani la ripresa delle cose, il mio ultimo pensiero e´ per los angelitos, le loro vite e la nostra settimana… E´ stato bello, molto bello… Huancayo.

Buonanotte Alex, Karolay, Carito, Jack, Ivan, Robert, Flor, Marina, Carlos, Angel, Hamit, Dora, Karen, Geidi, Briana, Gabriela, Noelia, Diana, Diego, Stefany, Marlene, Nelly, Lupe, Marta, Alfredo, Gloria, Santiago.

Oscar

Giorno 20, LA COLOMBINA

LA COLOMBINA

Huancayo 1 agosto 2008

Questo venerdi’ pre-partenza e’ quello dell’ultimatum: DEVO lavare gli indumenti sporchi o rischio di indossare la giacca a vento nudo. E, soprattutto, DEVO provare a lavarmi il corpo, anche a costo di propormi ad un autolavaggio.

Cosi’, animato da un si’ forte impeto, trovo una scusa per accorciare la mia brutta notte, alzandomi un po’ prima, nel gelo pieno di Huancayo.

M’industrio operoso con bacinelle, rubinetti, sapone e spazzolone e ci do’ dentro con calzini, mutande, maglie ed asciugamani; trascorro una mezz’oretta da perfetta domestica e raggiungo un risultato che non sapro’ mai se fosse quello sperato. Stendo il prodotto del mio tentativo, in attesa del primo sole di montagna.

Passo alla doccia con approccio nazista: pentolone pieno di granatina e ciotola da sopa per rovesciarne masochisticamente il contenuto sul mio corpo, spoglio ed incolpevole. La chiamano “doccia scozzese”, quella che prevede acqua fredda da Guinness dei Primati (nel senso di scimmie… mi pare evidente…), e penso che questi scozzesi non devono essere dei tipi tanto a posto con la testa… Mah !

Intanto si fa l’ora per il resto della Casa: ragazzi e ragazze che gironzolano per le salette con pigiami multicolori e spazzolini in bocca, mentre le nostre donne di Huancayo preparano nel piccolo giardinetto il trionfo della cucina tipica dello Junin: la Pachamanca, piatto di tradizione precolombiana che, preparato solitamente in occasioni speciali quali matrimoni o ricorrenze d’altro genere, affonda le sue radici nel culto della natura. Usare infatti la terra (pachamama) per cucinare e’ un modo per onorarla: proprio cosi’, questa pietanza altro non e’ che un vero e proprio banchetto a base di carni diverse, verdure (per lo piu’ fave), formaggio, peperoncini e aromi fragranti, il tutto cotto su pietre roventi in un forno letteralmen te interrato (o in ollas fuori terra con le pietre calde a premere sul coperchio). Guardo e fotografo affascinato…

Quando ognuno di noi e’ pronto (saranno le 10e30) si va tutti (compresi Nelly, Marlene, Marta, Lupe e altre mamas con tutte le piccole, Gabriela, Noelia, Stefany, Briana e il pestifero Diego) al Parco della Colombina, un centro ricreativo poco fuori Huancayo, anche questo provvisto di piscina (stavolta una seria 25 metri), campi di calcetto e volley ed altri giochi, con tavoli all’aperto dove consumare un pranzo a sacco.

Qui trascorriamo tutta la giornata, tutti insieme. Giochiamo, ridiamo, scherziamo… con una ben nascosta malinconia da fine vacanza.

Acclamato e pregato al limite della vergogna (soprattutto dalle ragazzine), esibisco il mio fisico italiano da gringo (uomo bianco, di pelle e di fatto) con ululati di approvazione e mia contemporanea delusione (il soroche non mi ha nemmeno asciugato un pochino, come avrei sperato); non l’avrei mai pensato… di fare il bagno, e per di piu’ in questo posto, eppure avviene tutto, ed anche questo.

Sull’acqua ci si potrebbe pattinare, praticamente e’ un iceberg infilato nel vano piscina, ma provo a nuotare per restare in vita.

Esco dalla vasca con la seria ed irremovibile intenzione di infilarmi dentro la Pachamanca… ma arrivato al nostro tavolino all’ombra, il pranzo e’ gia’ servito, fumante; lo consumiamo in cerchio, seduti sul prato, come fosse una scampagnata con tanto di tovaglia a quadrettoni bianche e rossi (ovviamente, dati i colori nazionali…). Mi viene offerta “l’aggiuntina”, ovvero una salsetta di ajin, contentente aglio a volonta’, olio, formaggio fresco e rocoto (il peperoncino piu’ piccante dell’intero sistema solare): accetto impavido, la muraglia di Dissenten fara’ il resto.

Il dopo almuerzo e’ sereno, mentre gli adolescenti giocano senza risparmio, noi grandi parliamo del problema del VIH…

Si affrontano temi e situazioni diverse ma tutte “ugualmente” complicate… Parlano Marlene, Santiago, Gloria, Alfredo… ci confrontiamo caricandoci, dicendoci l’un l’altro che si puo’ vivere una vita normale ma responsabile, intendendoli estesi a 360 gradi, i confini di questa presa di coscienza che e’ anche cura di se stessi e, conseguentemente, degli altri.

Al termine della discussione, a nome di tutti, Alfredo mi chiede, con signorile delicatezza, se fossi disposto ad appoggiare la causa della Casa de Acogida con una donazione… Accetto senza batter ciglio, contento. “Quanto serve ?” chiedo pratico, “Servirebbero 300 soles…”, mi viene risposto, con l’imbarazzo di chi avesse chiesto un miliardo ad un milionario… “Tra due ore avrete 400 soles”, dico risolvendo quegli sguardi impauriti… Un applauso generale, da Teatro alla Scala, segue alla mia dichiarazione; Marlene si commuove e mi nomina Padrino delle mamas di Huancayo. Io ringrazio impacciato e penso che sono solo meno di 100 euro… ma ci compreranno (conti alla mano) 52 kg di carne per i bimbi… E, convertendo, capisco il “miracolo”.

Il pomeriggio alla Colombina si chiude con la morbidezza di una prima sera fresca; ci dividiamo, all’uscita… ed io ed Alfredo andiamo a compiere la missione prelievo pro-donazione.

Sulla strada l’hermano ci tiene a farmi vedere il suo barrio, coloratissimo ed allegramente confuso; passiamo anche dal Mercado Modelo, un susseguirsi disordinato di bancarelle rioniali “da documentario”, una vera esplosione di colori, odori, grida… Sembra un mercato spagnolo, a sezioni; conosco il cuy, il porcellino d’India che in realta’ e’ piu’ un topo che un coniglio ! Mangiano la sua carne (fritta) e smerciano la sua pregiata pelle…

Rientro alla Casita in taxi, da solo (ormai contratto e monto su), quando arrivo consegno il denaro a Marlene che, per “disobbligarsi”, mi fa vedere tutti i progetti di finanziamento approvati e terminati con successo e quelli in corso di presentazione: un gran bel lavoro, per questa struttura cosi’ piccola.

L’ultima sera a Huancayo trascorre calma guardando un dvd… ne seguo meta’, poi svogliato mi defilo.

Domani si viaggia in direzione Lima, tappa di scambio per il Sud del Peru’, destinazione finale: Arequipa…

Lascero’ Huancayo, e quest’altro viaggio nel viaggio, verso un altro pezzo di Sud America ancora tutto da scoprire.

La cosa m’immalinconisce e mi carica allo stesso tempo. Si va avanti, senza strascichi. Salutero’ queste montagne ed il loro clima, da cui sempre diffidare. “Ok – mi dico convinto – andiamoci a prendere la caliente Arequipa !”.

Buonanotte, indimenticabile freddo.

Oscar

Giorno 19, TARMA

TARMA

Huancayo 31 luglio 2008

Svegliare i ragazzi oggi e´ stata davvero un´impresa…

Molti cominciano ad accusare la stanchezza dei giorni precedenti unita alla rarefazione dell´aria prodotta dai 3400 metri di Huancayo.

Anche per me notte & sveglia sono state robe difficili, ma la cosa ha ormai assunto connotati di monotona normalita´…

Per il nostro giovedi´ huancaino, il programma concordato ad inizio settimana ci porta sulla via per Tarma, cittadina dalla rilevanza storica e vero e proprio crocevia di collegamento tra Lima e la giungla amazzonica. La nostra “miracolosa” partenza (i 14 ormai sembrano obbedirci come automi…) si concretizza alle ore 7, con una precisione scarsamente sudamericana…

Il “combi” e´ lo stesso di martedi´, ugualmente sui generis…

La strada per Tarma, che da Huancayo retrocede verso Lima, impone una salita d´altitudine con la quale scelgo di relazionarmi applicando un´infallibile tecnica messicana (un po´ l´unica alternativa che mi resta…): ovvero dormo durante tutto il viaggio… Infatti penso sia molto meno probabile sentirsi male dormendo… e forse c´indovino.

La nostra prima parada ha luogo in un anfratto di rovi tra le brune montagne scoscese, noto alle cartine geografiche con il nome di Acobamba, un villaggio situato a circa 9 km da Tarma, famoso solo per il santuario di El Señor de Muruhay, che sorge su una collinetta ad un paio di chilometri dal centro abitato. Lo visitiamo rifugiandoci al suo interno da un sole che scalda obliquo.

Il santuario, di moderna e fredda costruzione, e´ realizzato intorno ad un´immagine del Cristo Crocifisso incisa sulla roccia, verso la quale la devozione dei locali (e non solo) e´ davvero fervente. C´e´ anche una leggenda (mi racconta l´hermano Alfredo) che aleggia su questa intensa figura e che vuole che l´immagine sia apparsa in modo miracoloso.

Ci facciamo la classica foto di gruppo, alle quali Santiago tiene molto, e lasciamo questo posto che non ha null´altro da dirci.

A furor di popolo (ed anche perche´ da qualche parte dobbiamo pur stazionare per il pranzo) entriamo in un parco ricreativo con tanto di piscina, campetto di calcetto in erba, un dedalo di vasche per trote d´ogni dimensione e attrezzi e strutture per giochi all´aperto: il paradiso dei ragazzi, veramente.

Io sono un po´ giu´ di corda, sento tremendamente l´altura… ormai anche fare una rampa di scale mi scombussola…

I ragazzi invece se la godono; perfino Santiago si concede alla piscina (meglio identificabile alla voce: grande bacinella di cemento…), acqua fredda e sole a tratti timido… ma la voglia di “vacanza”, anche mentale, supera queste inezie.

Mangiamo (male) e, come tradizione ormai vuole, perdiamo il terzo confronto di fila a calcetto con team confermati (anche stavolta Gloria e Alex tra i marcatori, ed anche stavolta invano).

Ce ne andiamo soddisfatti, come se la giornata potesse anche concludersi qui. Ma manca un paseo per le vie della tranquilla Tarma e l´immancabile istantanea nella sua gradevole piazza principale.

Data la confermata applicazione, rivelatasi brillante all´andata, della tecnica di contrasto al soroche, non ricordo nulla del viaggio di ritorno a Huancayo, se non un dondolio a tratti addirittura conciliante.

Una volta alla Casa de Acogida, dopo aver visitato con Santiago e Lupe un infermo di li´ (Miguel Villar, ex albergado dell´Hogar), mi guardo allo specchio desiderando di vederci riflesso Hulk Hogan… Parzialmente deluso decido ugualmente di affrontare da uomo il “problema”, portando ad un totale complessivo di 6 il numero delle compresse di Dissenten ingerite dal mio arrivo in questo adorabile posto…

Sperando che l´attacco frontale funzioni, vado a letto.

Tra due giorni lascero´Huancayo e queste avventurose dinamiche di sopravvivenza… e forse un po´ potrebbero mancarmi. O forse no.

Buonanotte Dissenten.

Oscar

Giorno 18, IL COMPLEANNO DI SANTIAGO

IL COMPLEANNO DI SANTIAGO

Huancayo 30 luglio 2008

E’ molto tempo che mi trovo ormai in questo paese.

Lontano il fuso orario, lontana la partenza dall’Italia. Qui (anche qui) la vita scorre, come credo in tutte le parti del mondo. La gente, alla fine, s’assomiglia un po’ tutta quanta… perche’ e’ la vita che uniforma, e che forse ti fa sentire al tuo posto un po’ in tutti i posti…

Siamo al giro di boa, a Huancayo.

E mi sembra essere un altro episodio della medesima serie TV: nel primo, Paolo, Gabriela, Padre Zeffirino e gli albergados dell’Hogar, nel secondo, Santiago, Gloria, le donne della Casa de Acogida e i “nostri” 14 adolescenti… Le uniche costanti siamo io… e Alex. Vedremo i prossimi.

Oggi, intanto, e’ il (vero) compleanno di Santiago: 50 anni (medio siglo) da festeggiare in terra “straniera”.

Cosi’, dopo il triste desayuno, mentre Gloria controlla los chicos lavare i panni (ovviamente a mano…), con Alfredo e Santiago facciamo un salto in centro per alcune spesucce: una doppia presa, dei palloncini colorati, un prelievo di soles e cose cosi’…

Con Alfredo e’ bastata un’occhiata, durante il nostro paseo al sole… ha messo la freccia coi piedi ed ha virato per l’immancabile Plaza Vea, il centro commerciale all’europea che sta colonizzando il Peru’; qui, senza troppi sotterfugi, il JR italiano compra 2 grandi torte alle pesche (con tanto di candeline: “5” e “0”) e 3 bottiglioni da 3,3 litri (formato mai visto…) di KR, ovvero Kola Real, all’arancia… cioe’ un irrisolto esercizio del Piccolo Chimico in bottiglia…

Rientriamo pensando alla festa che faranno i ragazzi per questo “diversivo” rivoluzionario rispetto al noioso e prevedibile menu’ della Casa. Ma non li troviamo. Marta ci dice che sono andati a giocare al Pio X, un centro per seminaristi dotato di campo sportivo… internazionale !

Cosi’, raggiuntili, in men che non si dica, con il sole che batte forte, chiediamo ufficialmente la rivincita del giorno prima: stesse squadre.

E stesso risultato.

Perdiamo infatti pure questa, ma da leoni: 3-3 il parziale al primo tempo, 7-5 il risultato al termine della ripresa. Gloria e Alex vanno a segno entrambi anche stavolta… e mi sembrano, romanticamente, Vialli e Mancini dei tempi doriani.

Al termine della partita sono stravolto. Avremo giocato meno di un’ora e mi sento stanco come se avessi disputato da titolare tutta una stagione in Bundesliga… quest’altura m’ammazza… come se non bastasse il mio… coinvolgente “rapporto liquido” con i bagni di Huancayo, dopo 4 giorni rimasto tale…

Per fortuna ci sono queste due belle torte finte ad allietare l’almuerzo ! I ragazzi esultano alla vista dei due dischi di panna montata in cui si destreggiano dei pezzi di pesca sciroppata, sicuramente sottratti alle vettovaglie di Napoleone durante la campagna di Russia…

Ma facciamo le foto, cantiamo il “tanti auguri” castigliano e beviamo quella specie di Perrier all’arancia… si ride, si scherza… Santiago si becca un uovo in testa ed una torta in faccia, niente male come indiretta vendetta fredda da parte dello pseudo-attore del cinema italiano…

Questa e’ una giornata, come da programma settimanale, di autentica decompressione tra le due sfacchinate in “combi” di martedi’ e giovedi’; cosi’, dopo aver riposato un po’ al pomeriggio (almeno i “grandi”, perche’ i 14 sono autentiche pile a lunga durata e basso consumo…), con Alfredo, Gloria e Santiago, organizziamo una “sessione di lavoro” formativa: vediamo 2 cortometraggi a cartone animato.

Dopo la visione (ripetuta due volte), ci dividiamo casualmente in 4 gruppi, ciascuno con il proprio tutor, per elaborarne il messaggio…

Il mio gruppo e’ composto da Alex, Dora, Karen e Carlos.

Sono due video a carattere motivazionale, che puntano a “scuotere” i ragazzi e a tirarne fuori le inconscie difficolta’ e paure…

Il confronto e’ intenso, serrato, partecipato… prima di stendere il cartellone riassuntivo, mi intrattengo molto a parlare con i “miei”… ascoltando le loro monosillabe e cercando ora di sussurrare dolcemente ora ancora di scandire aggressivo…

Non hanno sogni. Ne’ speranza di poter realizzare alcunche’. Vivono giorno per giorno, perche’ e’ la cosa che gli fa avvertire meno paura…

Ho detto loro che nella vita ognuno di noi e’ inconsapevolmente solo.

Che stiamo come dentro uno scompartimento di un treno in movimento, dal cui finestrino vediamo mille paesaggi cambiare… quelli che ci piacciono e quelli che non avremmo voluto vedere… e che accanto a noi si seggono tante persone, salendo e scendendo dal nostro treno, scambiandosi tra loro… L’unica persona che sta sempre al proprio posto, siamo noi.

Ho detto quindi loro che le persone che ci circondano, anche quelle che amiamo profondamente, ci stanno solo a fianco… per un tratto di strada, anche molto lungo… ma solo noi staremo sempre con noi stessi… fin quando noi stessi non ci saremo piu’…

E’ la vita ad essere cosi’ e nessuno di noi puo’ farci niente.

Dunque il risultato di tutto questo, la “soluzione” a questa solitudine invisibile, e’ conoscersi a fondo ed amarsi tanto. Questo ho detto loro. “Amatevi e rispettate voi stessi, prendetevi cura di voi, perche’ nessuno lo fara’ o potra’ farlo per sempre”.

I ragazzi mi hanno seguito. Nonostante il mio spagnolo concreto.

Mi e’ piaciuto molto lavorare con loro. E, soprattutto, non ero pronto a fare cio’ che invece ho fatto… Forse mi sono sentito molto responsabilizzato nel dire quel che ho detto e nel porre loro certe domande. Forse questo pomeriggio e’ servito anche a me.

La sera e’ fatta di abbracci, e manifestazioni di vicinanza sempre piu’ esplicite… discutere (e non solo giocare) unisce, fa crescere, libera.

Ceniamo con due uova fritte (quasi piango dalla felicita’…) e ci infiliamo subito a letto: domani e’ prevista una “gran giornata”, a cominciare dalla sveglia alla “bersagliera”…

Cercando un punto nel buio che mi accompagni al sonno, penso che mi sta piacendo qui… comincio a cogliere il senso di alcune cose, ed anche l’accettazione del soroche (che provo ad impaurire con due compresse di Dissenten) diventa parte di questa mia esperienza in un luogo inimmaginato, e con persone, fino ad una settimana fa, perfettamente sconosciute.

Santiago e’ una di queste.

Curioso che si chiami “proprio” cosi’… ci ho pensato subito, quando mi si e’ presentato… “un altro segnale”, in quel momento mi sono sentito dire in silenzio…

Santiago ha 50 anni e tre figli che studiano negli Stati Uniti; e’ separato e la sua vita ora e’ l’opera dell’Hogar San Camilo, ove questa lo porti. Mi dice “i miei figli sono orgogliosi di me” e ci credo, fino in fondo.

Oggi ha spento le sue candeline seduto su una sediolina di legno rossa, le ginocchia che picchiavano contro il bordo del tavolino… e mille sorrisi e altrettanti abbracci tutt’intorno… i suoi “altri” figli che, per il giorno del suo cinquantesimo compleanno, a Huancayo, gli hanno detto TANTI AUGURI.

Buonanotte Santiago.

Oscar

Giorno 17, IL TOUR

IL TOUR

Huancayo 29 luglio 2008

L’alzata e’ difficile, oggi.

Perche’ alla stanchezza di fondo si e’ potentemente unita la madrugada di ieri sera, il cui sonno perso, gia’ so, recuperero’ solo morendo.

Fortunatamente, nella nostra abitazione da gnomi, l’arietta mattutina ricorda la Nagasaki post-atomica (tra scarpe, calze, aliti e quant’altro si possa immaginare…) e l’inconscio istinto di autoconservazione mi spinge ad iniziare anche questo martedi’.

Dopo la (mia) colazione extra-light, ci troviamo tutti, piu’ o meno svegli, per il primo tour della settimana: il “combi” noleggiato per la circostanza (un parallelepipedo della Toyota a 20 posti) ci aspetta infatti davanti l’ingresso della Casa, pronto a farci scorazzare per queste “Terre del Nulla”.

La definizione da Signore degli Anelli non e’ affatto casuale: perche’ abbandonando Huancayo, lo spettrale scenario di vuoto assoluto si materializza senza troppe cerimonie…

Strade tortuosissime che compiono incompresi zig-zag tra dune di terra consolidata, marrone e solitaria; ogni tanto qualche cartello a fondo giallo spezza la monotonia del cielo azzurro intenso che si riversa, senza filtri, sull’aspro piano di montagna. Ma con se’ non porta alcuna rilevante informazione, se non la conferma di una desolante solitudine.

La mia intesa con i servizi igienici d’altura non si e’ ancora perfezionata. Per cui porto con me i miei piu’ cari compagni di viaggio: una bottiglia d’acqua (ACQUA ACQUA e non agua de non so che…) ed un cicciottello rotolo di carta igienica, lasciando in stand-by, per ora, l’amico Dissenten.

Lo spirito di gruppo e’ buono, tale da sostenere comodamente i primi 40 minuti di percorrenza, senza insofferenza. Arriviamo cosi’ alla prima tappa della giornata: la Laguna de Paca.

E’ una piccola localita’ a 4 km da Jauja (40 km a nord di Huancayo) sulle rive di un lago, dove si trovano alcuni ristoranti “alla buona” e diverse botteghe e bancarelle stracolme di souvenir e prodotti d’artigianato locale. Non c’e’ molto da fare, per cui noleggiamo una barca e ci facciamo un giro su queste acque placide.

La mattina, come quasi tutte qui, e’ bella. Il cielo e’ straordinario, con le sue nuvole a strisce e la sua incredibile profondita’; e’ alto, quell’azzurro, in questa parte del Peru’. Allarga gli spazi, ti fa vivere una giornata senza il “tetto di Lima”…

Il tipo che ci conduce lo fa a remi, ed io soffro nel vederlo dibattersi con quella bagnarola di lamiere di scarto, contenente quasi 20 persone; ci facciamo qualche foto e decidiamo di risparmiargli uno sforzo eccessivamente prolungato.

A riva, Santiago compra per se’ un cappello orribile che, non so per quale arcana ragione, a lui sta benissimo.

Ripartiamo, con l’umore di chi sa d’avere tante tappe e di poter pertanto giudicare l’esito della gita solo alla fine della giornata.

La seconda fermata del nostro comico pulmino e’ al villaggio di Concepciòn, a meta’ strada tra Jauja e Huancayo, e famoso per due cose: la Virgen piu’ alta del mondo (una statua raffigurante la Madonna, costruita sulla falsa riga della Statua della Liberta’, in cui ci si puo’ entrare salendo fino in cima al capo e da li’ guardare panoramicamente l’intera vallata che ospita il villaggio) e l’imponente convento francescano di Santa Rosa de Ocopa.

E’ quest’ultimo che visitiamo per primo, ed e’ un bell’edificio, situato in un piacevole giardino dai lineamenti silenziosi.

L’Hogar San Camilo e’ una chiave universale che apre tutte le serrature; anche qui entriamo senza pagare e ci viene dedicato un frate che ci guida per il dedalo del convento spiegandoci minuziosamente ogni cosa.

Frate Emanuele e’ preciso e composto, parla con chiarezza e orgoglio; e’ un ragazzo, e vive li’, con altri suoi confratelli.

Questi frati missionari hanno accumulato davvero un’incredibile collezione di dipinti; e’ quella esposta che visitiamo nel museo della struttura. Ma ci sono anche animali impagliati, manufatti indigeni, fotografie dell’epoca delle prime missioni (quando i cristiani francescani venivano martirizzati nelle regioni amazzoniche), cartine antiche ed una favolosa biblioteca davvero ben conservata. Nel giardino, animali, come nella buona tradizione del Frate d’Assisi.

Ci spostiamo da questo bel posto con sottaciuta soddisfazione, e, dopo qualche chilometro, decidiamo di sostare in un campo attrezzato con tavolini di legno e sedili in pietra, lungo le rive del Rio Mantaro, il fiume che attraversa la valle per tutta la sua lunghezza, dove consumiamo la nostra comida al sacco. Non capisco come mai, quando in Italia si dice “al sacco” spuntano panini a piu’ non posso con mille salsette spettacolari e birra a fiumi… qui, (qualcuno mi frega…) c’e’ ancora il fratello riso e l’imbevibile chicha morada !!!

Dopo aver “digiunato abbondantemente” anche quest’oggi, organizzo un match di calcio a squadre miste. Capitani: io da una parte e Santiago dall’altra. Tutti gli italiani sono C.T. della Nazionale ed io non di meno: cosi’ metto Alex e Gloria come centravanti, piazzo una mediana composta da Diana, Jack e Marina ed io mi posiziono con Carlos nelle retrovie davanti ad Angel, designato portiere.

Perdiamo sonoramente per 6-2, ma la magra consolazione e’ che le nostre marcature, una per tempo, sono proprio dei due “attaccanti”…

E’ una partita di risate e prese in giro, falli non fischiati ed errori balordi, con un campo senza linee ed un gioco praticamente senza regole, vale “buttarla dentro” e l’accanimento dimostrato nel farlo e’ davvero la misura del progressivo consolidamento del gruppo. Al fischio finale, ci abbandoniamo, esausti ma contenti, sul prato a descansare.

Ripresi forze e bagagli, andiamo cosi’ a visitare la Virgen di Concepciòn: ma e’ tardi, tira freddo e non ce la sentiamo di salire fino in cima… guardiamo il panorama, solo per dar conto alla visita stessa, ma c’e’ una stanchezza generale (ed una leggera pioggerellina) che non ci permette neanche di sfruttare l’ultima “stazione” di questa giornata, un parco giochi della cui fermata facciamo a meno senza disperazione.

Il combi fila senza voci, rientrando a Huancayo; i ragazzi cedono al sonno, noi sorvegliamo, tacendo stanchi.

La giornata scivola verso la notte senza chiedere piu’ nulla a nessuno.

Io non manco (e non per educazione) di “salutare” il bagno un altro paio di volte, prima di spegnere la luce (laddove c’e’…) su questo martedi’ “fuori porta”: i nostri 14 sono stati contenti, e si comportano meglio; vedono cosa facciamo e come, e la loro ricezione dei nostri instancabili input, apparentemente assente, e’ solo sotterranea e ritardata… ma c’e’, ed e’ quello che non mi fa affliggere pensando a domani.

Lo dico perche’ penso che sia importante non credere, neanche per un solo secondo, che si sia qui a “perdere” tempo… o a far vacanza con questi adolescenti… Per come sono fatto, voglio vedere il risultato del mio tempo impiegato, per non essere assalito dal timore dello spreco.

E lo vedo.

Soprattutto nel “mio” Alex. Il piu’ piccolo ed il piu’ problematico. E quindi quello con i piu’ ampi margini di miglioramento. Ormai prende le medicine da solo ed all’orario, pulisce la stanza e lava le stoviglie alla fine di ogni pasto, chiede dicendo “per favore” e riceve dicendo “grazie”.

Ha solo 10 anni, ma ha vissuto mille vite e nessuna.

Ed una delle mille e’ con me.

E stavolta sono io a dirti “grazie” per quello che sto ricevendo. “Grazie, piccolo amico mio… anche per quel gol, che oggi non e’ valso la vittoria.”.

Buonanotte Alex.

Oscar

Giorno 16, LOS CHICOS

LOS CHICOS

Huancayo 28 luglio 2008

Apro gli occhi… e sono qui. Mi alzo pensando che e’ solo lunedi’. Incasso.

La mia condizione fisica mi continua a ripetere che forse non mi sono ancora acclimatato a quest’altura…

L’aria ti sfonda le narici, la debolezza e’ uno zaino che ti porti dietro tutto il giorno, la testa pesa una tonnellata e mi stanco gia’ a stare fermo.

Per fortuna, il resto del mondo a parte, il sole e’ sincero; e’ per questo che, dopo l’irrazionale colazione huancaina (mangiano pasta scotta con agua de piña, un’altra trovata all’assurdo sapore di ananas…), decidiamo di effettuare la “sessione educativa” nel patio posto sul retro della Casa.

Gli adolescenti che accompagnamo, infatti, vanno decisamente “raddrizzati”; sono elettroni di valenza in un atomo in eccitazione. Ad alcuni, come Alex per esempio, mancano i rudimenti dell’educazione e della civile convivenza… Certo, a mente bisogna sempre tenere che questi figli dell’AIDS non vivono la piu’ facile delle vite… pero’ penso anche che il nostro ruolo sia questo: educatori, motivatori, compagni di giochi e riferimento sicuro, almeno per questa settimana.

Parlando tra noi, infatti, la speranza e’ che di tutto quanto faremo e diremo possa rimanere qualche traccia, qualche buona scoria, nel cuore e nell’anima di questi ragazzi.

Santiago tiene banco, mentre il sole delle 10 ci bacia in cerchio; abbiamo composto un girotondo di sediolini, nel quale prendiamo posto tutti quanti… Il mio nuovo amico della Selva (Santiago e’ di Iquitos, villaggio evolutosi nel cuore pulsante della foresta amazzonica peruviana), parla di valori e principi: Amore, Rispetto e Responsabilita’, per i primi, Alimentazione, Igiene, Cure medicinali e Pace Spirituale, per i secondi. Trascorriamo un’ora, prendendo un po’ a turno la parola e confidando nella trasformazione degli sguardi annoiati dei 14…

La mattina e’ bella, non fa freddo, il calore della luce arriva a scaldare: usciamo.

Io sono il cassiere (con spirito americano…) del gruppo e ad ogni cosa che presupponga una mano in tasca, Santiago mi chiede gentilmente, quasi con la paura di un rifiuto che (l’ho tranquillizzato) non arrivera’ mai. Il pensiero che per tutta la settimana di 17 persone, Rafael m’abbia elargito poco meno di 100 euro mi fa sorridere… ed al contempo capire che con altrettanti non rinunceremmo davvero a nulla. Cosi’ sia – dico.

E partiamo, alla volta di una fiera “di tutto”: si’, perche’, laddove ci fanno entrare gratis in quanto dell’Hogar San Camilo (che potere…), ci sono le esposizioni piu’ svariate… macchine per movimento terra, animali di tutte le razze, abbigliamento tradizionale, gastronomia, e molto altro ancora che arranca a trovar logica nella mia testa…

Poco male, i ragazzi disfrutan, e questo e’ e sara’ l’obiettivo.

Per il nostro giro, assoldiamo un micro che ci fara’ da trasporto per la giornata; il sole batte forte, ora, e Gloria compra un cappellino di cartone: e’ buffa.

Dopo un’oretta di alpaca (il cugino del lama), succo di papaya, aratro motorizzato e altri incongrui protagonisti di questa manifestazione, ci dirigiamo con buona decisione verso l’evento di questo lunedi’ a Huancayo: nella Calle Mayor e’ di scena la Papa a la Huancaina piu’ grande del mondo !!! Los chicos si pongono con ordine in fila (e’ lunghissima… piu’ di tre isolati) e aspettano con fiducia…

Alle 13 e qualcosa siamo tutti con il piatto in mano a gustare questa specialita’ locale… servita con uovo sodo, olive e lattuga: un antipasto davvero gradito…

Siamo di ritorno, quando Santiago mi gioca una buca a tre sponde…

Nella confusione di gente accalcatasi per la degustazione gratuita, l’indio comincia a diffondere la voce (dichiaratamente infondata…) che sono un attore italiano in visita in Peru’… le “nostre” ragazzine gli tengono il gioco accerchiandomi ed urlando il mio nome…

Certo, non sono Brad Pitt, ma sono alto due volte un indigeno, italiano e, senza presunzione ne’ sforzo alcuno, piu’ piacente di Mister Peru’…

In un niente si forma attorno a noi un capannello di donne da soap opera, che mi chiedono autografi, baci e fotografie… Santiago si spancia dalle risate e mi fa un photobook; io sono in ballo e mi tocca (ancora) ballare…

Passata questa nuova burla, per qualche minuto mi ritrovo a pensare che alcune donne peruviane hanno la mia firma sulle loro magliette, sui loro quaderni ed una foto con un tipo che a mala pena ha fatto l’animatore turistico… Complimenti Santiago, a buon rendere !

Alla Casa de Acogida para Niños di Huancayo ci attende una ricca comida: mangiamo tutto di buon gusto (nonostante l’aperitivo a base di patate…) e decidiamo di riposare un po’, al pomeriggio.

Io mi faccio due ore e mezza filate di granitico sonno: e ne vorrei ancora… Il mio corpo e’ rimasto fermo al bioritmo limeño, con il complesso risultato di “non darmi pace”…

Al risveglio manca la luce, in tutto il quartiere. Il programma per la tarde subisce un brusco cambiamento: i fanciulli che ancora vivono in noi, “guide responsabili”, scalciano a piu’ non posso… strizziamo l’occhio a Nelly, che si offre di raccontare ai veri fanciulli una storia di fantasmi a lume di candela, e prendiamo un taxi al volo direzione centro.

Qui con 1 euro si paga il taxi per quattro persone andata e ritorno (10 minuti la singola corsa…), per cui, senza eroismo, faccio il texano, pagando tutto il pagabile.

Si’, siamo in quattro; c’e’ infatti con noi anche l’hermano Alfredo, un diacono della mia eta’ che ci guida per la citta’ con piacere. Vediamo cosi’ la movida notturna, fatta della cattedrale illuminata come delle balere chiassosissime e caratteristiche.

E’ in una di queste che occupiamo una mesa. Siamo in libera uscita e chiacchieriamo amabilmente, impiegando le nostre buone tre ore e mezza in confronti e scambi e culture…

Quattro persone e quattro ambiti: la Costa (Gloria di Lima), la Selva (Santiago di Iquitos), la Sierra (Alfredo di Huancayo)… e il “resto del mondo” (Oscar di Siracusa) !!!

Ci facciamo accompagnare da un piatto di anticuchos (cuori di vacca allo spiedo… una squisitezza inaspettata…) e da una parillada imperiale di carne sudamericana, il tutto innaffiato con 4 litri di sangria…

Niente male, davvero. Il mio stomaco imprechera’ – penso – ma pazienza…

E’ il 28 luglio, giorno centrale delle Fiestas Patrias peruanes, e nel rumoroso locale che piano va riempiendosi, suona un’orchestrina da film… Il cantante e’ un barile pronto all’infarto (gli verra’ stasera, mi sono ripetuto in continuazione…), dalla voce caliente e malinconica, esegue musiche folkloristiche… fin quando si spinge ad interpretare Julio Iglesias (Si me dejas no vale, il brano “spartiacque”).

In quel momento, sfruttando il disorientamento generale, Santiago, sull’onda del successo mattutino, dribbla un paio di inservienti e guadagna le caviglie del solista, che, piegatosi, riceve con orgoglio la sorprendente notizia… E’ il culmine della serata.

E’ cosi’ che, in qualita’ di attore cinematografico, sono pregato di salire sul palco e fare un discorso in spagnolo di ringraziamento per l’ospitalita’ peruviana e augurare a tutti i presenti delle “felici feste nazionali”… Con la sangria vale tutto… ed i miei commensali brindano al memorabile scherzo.

Durante la splendida serata (in cui il detentore del microfono mi chiama ormai confidenzialmente Osquitar, costringendomi a salutare in piedi tutte le volte…), anche Santiago ha il suo momento di… gloria !!! Giorno 30, infatti, compie il medio siglo (50 anni)… ma non ce la sentiamo d’aspettare, la circostanza pare perfetta e, di comune accordo, pensiamo di cogliere al volo le occasioni quando ci si presentano… e cosi’ facciamo.

Cumpleaño feliz intona l’orchestra, eseguendo la nostra bugia bianca, e, prosciugando l’ultima caraffa, la serata e’ completa.

All’una inoltrata bussiamo alla Casa, Marta ci apre in silenzio, i ragazzi dormono gia’ da un pezzo. La luce e’ tornata alle 21, troppo tardi per animarli di nuovo.

Meglio cosi’, riposano… e si lasciano alle spalle un altro giorno.

Mi cambio per la notte, sfruttando la luce del cellulare, e guardo questi dodicenni respirare profondo… Che colpa avete voi… rifletto amaro…

E in un istante lunghissimo me li vorrei abbracciare tutti.

La luce non c’e’ e si va a dormire. Cosi’ e’.

L’accettazione composta delle cose della vita e’ raccapricciante… e so, adesso so, da dove viene.

Li guardo ancora, un’ultima volta prima di concedermi alla seconda notte nella Sierra… e me li vedo attaccati alla paura, la scomoda compagna del loro mondo dove, spesso, la luce non c’e’.

Buonanotte, chicos.

Oscar

Giorno 15, Huancayo

HUANCAYO

Huancayo 27 luglio 2008

Sembro la carrozzeria di una macchina incidentata, al mio risveglio.

Forse il gelo mi ha salvato, penso.

Mi batto due colpi sulla pancia e sento l’eco. La notte e’ passata.

I ragazzi si svegliano con difficolta’, sono da poco passate le 6.

Nonostante la naturale stanchezza per il viaggio del giorno prima, decidiamo di comune accordo per una “levata importante”, in quanto, nella chiesa vicina alla Casa de Acogida, l’unica messa domenicale comincia alle 7 in punto.

E siamo li’, cigolanti, ad assistere alla nostra prima celebrazione in un paese della Sierra… le porte della piccola chiesetta sono aperte, per accogliere i fedeli attardatisi nel sonno, mentre i raggi del sole, gia’ tiepidi, entrano bassi fin sotto l’altare… l’immagine mi aiuta.

Opto per un desayuno prudente: agua de manzanilla, una specie di camomilla… che in realta’ e’ piu’ acqua verdina che altro. E nessun alimento solido (sono in DEF1). Cosi’, messa in cascina la messa (!), facciamo la nostra prima colazione nella saletta dove solitamente mangiano i bambini, ora a Lima; peluche, sedie colorate e tavolini dalle forme tondeggianti e dalle dimensioni tali da farmi sentire Gulliver.

La coesione che presto si instaura con Santiago e Gloria, conforta tutti e tre… la sera prima, infatti, nonostante fossi impegnato a sopravvivere, abbiamo stilato un programma settimanale di massima che comprendesse una serie di attivita’ da svolgere con los chicos: lo seguiamo alla lettera; per oggi e’ previsto un giro in citta’, perche’ si possa cosi’ prender confidenza con il posto che ci ospita.

Con due micro e 8 soles siamo tutti in centro: la ciudad di Huancayo si sviluppa tutta quanta attorno alla Plaza del la Costitucion, snodo principale delle vie che, a scacchiera, la circondano; facciamo qualche foto e visitiamo dei mercatini artigianali ed una fiera domenicale.

Oggi, 27 luglio, iniziano in tutto il Peru’ le Fiestas Patrias, tre giorni di festeggiamenti per la conquista dell’indipendenza peruviana dalla dominazione spagnola, raggiunta precisamente il 28 luglio del 1824; a Huancayo, come in moltissime altre localita’ nazionali, l’evento e’ molto sentito: la cittadina e’ tutta un’esposizione di bandiere biancorosse, bande musicali che intonano l’inno (il “Somos libres”), parate militari e scolastiche… in ogni locale pubblico suona la musica criolla, la tipica melodia indigena andina dalle influenze afro-spagnole, e il mitico El Condor Pasa, brano huayno riadattato negli anni ’70 con miglior fortuna da Simon & Garfunkel.

La mattina passa cosi’, con un sole amico e la voglia di capire dove ci si trova. I nostri “alunni” fanno qualche acquisto, Santiago compra un gilet di lana… io mi alleno nel controllare i movimenti dei ragazzi, gia’ troppo svelti.

Chiudiamo il nostro primo giretto con una visita al caratteristico Parque de la Identidad Huanca (che in antica lingua quechua significa “canto”), nel sobborgo di San Antonio, un bizzarro parco disseminato di statue in pietra e di edifici in miniatura che illustrano gli aspetti culturali di questa zona.

Al nostro rientro, nel comedor della Casa, ci saranno ad attenderci una trentina di uomini, in abito elegante, che salutiamo rispettosamente: sono “benefattori”, come li chiama Marlene, ovvero sostenitori finanziari della piccola Casa, colleghi di un corso di perfezionamento di studi frequentato presso un Collegio salesiano. Qualche discorso, un’orazione e la consegna di alcune spillette-ricordo che i “nostri” applicano ai distinti signori.

Tra loro un peruviano che ha vissuto, mi racconta, 11 anni in Italia… fa il fotoreporter, ha una vita interessante, parla bene la mia lingua ed e’ contento che io sia qui. Anche io sono contento che lui sia qui. Perche’ e’ QUI che c’e’ bisogno…

Sono questi incontri a dipingere le giornate. Piccole virgole di umanita’ che fanno bene.

Il pomeriggio del nostro primo giorno a Huancayo e’ all’insegna del riposo e del recupero… Condividiamo con i nostri adolescenti il programma della settimana (che prevede due importanti escursioni per le giornate di martedi’ e giovedi’) e, tra noi “responsabili”, ipotizziamo un budget settimanale in relazione a quanto deciso. Si cena (pessimamente) e si ritenta di familiarizzare con l’habitat huancaino. Sembra tutto a posto. E forse, oggi, lo e’.

L’Hogar mi sembra lontanissimo. Forse anche questo e’ uno degli effetti del soroche… La mia Lima era solo ieri e gia’ sembra essersi cacciata nel cassetto dei ricordi… Ora il “lavoro” e’ un altro… non ci sono casse da movimentare e camion da scaricare, in questa settimana si prova a trovare l’equilibrio tra divertimento ed educazione, cultura e psicologia, emozione e natura…

Non so come sara’ questa mia Huancayo, ma mi sento meglio oggi.

Non solo il fisico, anche l’anima sta meglio.

Sara’ che non e’ mai un luogo a fare la differenza, come ho sempre pensato.

Sara’ il fatto che adesso condividero’ davvero l’esperienza di contatto che avevo immaginato.

Sara’ che tocca metter in pratica quanto inconsciamente appreso durante la palestra dell’Hogar.

Sara’ il freddo di questo cielo, finalmente stellato.

Buonanotte Huancayo.

Oscar

Giorno 14, SOROCHE

SOROCHE

Huancayo 26 luglio 2008

Penso che la sveglia di questa mattina sia stata il mio piu’ grande trauma peruviano.

Ma fortunatamente condivido con molti, questa sorte.

L’Hogar alle 5 e’ infatti gia’ un brulicare di bambini e adulti e gente che corre e parla basso e rapido. I bambini e gli adolescenti sono elettrizzati… per loro iniziano le vacanze… e mi ricordo delle partenze per le gite scolastiche… che la notte prima non si chiudeva occhio, dall’eccitazione.

Ci si incrocia, mentre carichiamo i furgoni: Valentin andra’ col gruppo dei bimbi ad Arequipa, mentre Victor sara’ il nostro autista per Huancayo.

Rafael Reinoso mi consegna 500 soles per le spese (mi rendo conto solo adesso della fiducia guadagnatami involontariamente…): sono il capogruppo, parto con Gloria, docente d’educazione e pompiere volontario, e Santiago, responsabile dei padri sieropositivi e consigliere di Padre Zeffirino… e 14 adolescenti.

Dopo il discorso di responsabilizzazione che Padre Zeffirino rivolge ai viaggiatori, tutto sembra essere pronto. Saluti e via.

Partiamo che sono da poco passate le 7; Gloria e Santiago ci raggiungeranno li’ in omnibus, il furgone e’ riempito a pressione.

Victor tiene la orazione del viaggio, nella quale invita i ragazzi a raccomandarsi a Dio per la tratta Lima – Huancayo.

Lungo la Carretera Central, quella che passa per Chaclacayo, ci fermiamo per fare il pieno e per consumare la colazione preparata la notte prima: tramezzini con mortadella e bibita fresca.

Suona un po’ di musica, abbandonando Lima.

Si va verso la zona degli altopiani centrali e per la strada, in cui il traffico si dirada sempre piu’, si susseguono cartelli e affissioni elettorali… il 7 settembre, infatti, ci saranno le elezioni presidenziali, e i vari candidati guerreggiano gia’ a suon di slogan… Mi colpisce uno, in particolare, dice: AGUA PARA TODOS… lo rileggo asciutto con un amaro sorriso che non si vede… l’enunciato e’ solenne e paradossale… come fosse un risultato straordinario, di cui farne il cavallo di battaglia di comizi e promesse… riuscire a dotare tutti di questo servizio primario… In Italia, abbiamo “solo” il problema del lavoro… l’evoluzione e’ anche questo. Inconcepibile.

Intanto si va… la carretera prima si snoda lungo trafficati tornanti che mi ricordano molto i desfiladeros spagnoli dei Picos de Europa, nella regione di mezzo tra Cantabria e Asturie: pareti di roccia, che sembrano rovesciarsi in strada e la strada l’unica via che attraversa questa natura.

Poi la nostra ruta comincia a salire… senza troppi compromessi.

In 143 km si passa dalle rive dell’oceano Pacifico ai 4818 metri di altitudine… dove “scolliniamo”…

Se la memoria non mi inganna, reminiscenze scolastiche mi confermano che il Monte Bianco, la massima altura europea, arriva a 4810 metri… Praticamente e’ come se potessi guardare idealmente dal terrazzo di una casa a due piani tutto il mio continente… Mi sembra un’idiozia ma “bene” – penso sconsideratamente – “un’altra porta sfondata…”.

L’aria e’ una lama di samurai, mentre mangiamo caramelle al limone, “contro il soroche”, mi spiega Victor, e beviamo mate de coca…

Il soroche (mal di montagna) e’ il disastroso risultato di quella sensazione tipica di pressione all’altezza del diaframma che hanno spesso provato gli avversari di Mike Tyson, incontro alla quale puo’ andare soggetto anche chi sale rapidamente ad altitudini superiori ai 2500 metri per manifesta mancanza di ossigeno; dopo i 3000 metri si verifica con certezza quasi matematica, portando disturbi d’ogni sorta (tranne la morte !).

Me ne parla, Victor, mentre si rigira la caramella in bocca e sorseggia a canna un infuso di foglie di coca (mate), regolarmente e legalmente (!!!) diffuso e consumato come aiuto per lenire, piu’ o meno anestetizzando, gli effetti a carattere rovinoso del soroche.

“Leggende incas che si infilano sinistre tra gli anfratti oscuri di queste montagne imponenti…” – commento nella mia testa – “Sara’ una roba che colpisce quei tonti dei tedeschi… che vengono al mare da noi con 40 gradi all’ombra e la pelle lavata con Dash…”, e guardo Victor come a dire “guarda che non sono mica uno scemo…”, e’ il pensiero beffardo che intanto inconsciamente mi suggerisce di ingurgitare caramelle al limone e attaccarmi alla borraccia di mate de coca…

Lo faccio piu’ per spirito di compagnia che per reale necessita’.

Scendiamo verso la valle che ospita malvolentieri la cittadina di Huancayo, capoluogo della provincia dello Junin; durante gli ultimi chilometri, in cui riacquistiamo ossigeno diminuendo l’altitudine, Victor mi cede la guida (e’ distrutto… e deve ancora fare ritorno a Lima, in giornata, con i piccoli di Huancayo che vanno li’ a far lo scambio con noi…). Faccio 50 km e mi sento Mazinga: il mal di montagna e’ cosa da famiglie in vacanza…

I 298 km, che separano Huancayo dalla capitale, li copriamo in oltre 6 ore… e’ molto, ma non ci faccio caso perche’, una volta messici d’accordo con Padre Quique della “Casa de Acogida para niños San Juan Diego” per scortarci fin li’, comincio a sentirmi la testa di ghisa…

Entriamo nella cittadina ciondolando con il nostro furgone: al primo passaggio Huancayo ricorda una citta’ di frontiera del Selvaggio West; quartieri periferici fatiscenti, strade polverose e caotiche, gente che vaga apparentemente senza meta e, tutt’intorno, montagne scoscese…

“Benvenidos” intona il coro di bambini che ci accoglie al nostro arrivo, tutti pronti, zaino in spalla, per montar sul nostro furgone con destinazione Lima. A parte l’affettuoso ricevimento, la Casa mi appare subito come un “errore”, in questo viaggio perfetto…

Il locale e’ minuscolo, si dorme in cinque in camere da 12 metri quadrati (davvero !!!), i bagni sono in comune e l’acqua e’, per fortuna, ghiacciata. I servizi non hanno luce elettrica, i gabinetti non hanno sciacquone, le docce non funzionano, i letti non hanno lenzuola, i cuscini non hanno federe. E come “atterraggio” mi puo’ bastare…

Cerco di animarmi, pensando ai nostri soldati in Russia durante la seconda guerra mondiale e sentendomi molto vicino a loro.

Victor riposa solo un’ora e riparte, io ed i ragazzi proviamo a sorridere… Qui ci sono Nelly, Marlene e Marta, che ci accolgono con vero calore e cercano di essere ospitali e servizievoli (devono molto all’Hogar San Camilo e a Padre Zeffirino); loro si occupano degli orfanelli, dei piccoli malati, con dedizione materna: li educano, li lavano, li crescono, li curano… in questo posto che s’illumina quando spuntano le piccole pesti: Gaby, Stefany, Diego ed altri bambini davvero minuscoli.

Gli adolescenti di Lima mi guardano con occhi interrogativi e l’aria di chi sta prendendo coscienza di trascorrere le proprie vacanze in un posto piu’ brutto di quello da cui sta arrivando…

Gestisco l’incipiente malumore fin tanto che spuntano Gloria e Santiago, stanchi e infreddoliti; ci scambiamo uno sguardo che significa “siamo fritti”.

Consumiamo una sopa, mentre cala la sera e questo piccolo Hogar si trasforma nella casa di ghiaccio di Superman… a Huancayo, infatti, dopo le 17 sembra che ci sia un misterioso qualcuno che pigi un interruttore e cambi la stagione: il sole che ci aveva accolto all’arrivo e’ cosi’ naturalmente sostituito da un inverno rapido e rigidissimo che incombe senza avviso.

Sara’ il freddo, la stanchezza, la sopa, l’aria o che, ma in meno di 20 minuti mi ritrovo inaspettatamente seduto al bagno (senza luce) per due volte consecutive, durante le quali mi esibisco, mio malgrado, in preoccupanti performance “a spruzzo”…

Avverto che qualcosa non va ma non so ancora bene cosa sia…

Passa mezz’ora, nemmeno, e via: vomito tutto tranne i reni. Qui le ripetizioni sono tre.

Comincio a sentirmi un po’ deboluccio: decido di tappare le falle ricorrendo alla mia attrezzatissima farmacia da viaggiatore. Ingoio, nell’ordine, un’aspirina (per il mal di testa “a trapano”), due pastiglie di Dissenten (sperando gonfino a tal punto da frenare lo tsunami…), una compressa di Enterogermina (per far capire al mio corpo che non ho ancora intenzione di abbandonarlo…).

Dieci minuti, stavolta: rimetto la farmacia e tutto il Peru’.

Ora sono una pezza, una specie di tedesco incappato nel soroche…

Non so davvero cosa fare. Ho una sete biblica e non posso bere perche’ tutto cio’ che provo ad inserire in corpo (acqua compresa), viene espulso con tecnica “a fionda”…

Non mi resta che provare a prendere sonno.

Poche volte mi e’ capitato nella vita di vestirmi per andare a dormire… questa e’ una di quelle. La cameretta dei Playmobil che condivido con Alex, Robert, Ivan e Jack e’ un congelatore perfettamente funzionante. Ha pure una finestra con un vetro rotto (nel caso la vicinanza dei nostri corpi dovesse produrre casualmente un principio di calore capace di far discostare la temperatura della stanza dallo zero assoluto Kelvin…).

“Bene” – mi faccio coraggio – “domani e’ un altro giorno, e’ una frase che non ho inventato io… e se e’ diventata cosi’ famosa un motivo razionale dovra’ pur esserci…”, e provo ad addormentarmi con fiducia.

L’ultimo pensiero (prima di un ulteriore match con il bagno buio di Superman) e’ rivolto al fatto che il mio stomaco e’ attualmente vuoto di tutto… Per arginare l’emorragia, infatti, ho sfruttato un vecchio principio zen: se non mangio e non bevo piu’, arrivera’ il momento in cui non avro’ piu’ niente da espellere. Pare aver funzionato…

“Pero’…” – rifletto da imbecille – “almeno spero di dimagrire, con questo mal di montagna…”. Mi prende subito la malsana idea che basterebbe fare Lima – Huancayo – Lima per una settimana di fila per tornare un figurino…

La mia fortuna e’ che il freddo appuntito di questo posto cristallizza le pensate demenziali senza permetter loro d’arrivare all’indomani.

Cosi’, nel mio angoletto, aspetto domani, con fame, sete, stanchezza, freddo e… mal di montagna !

Buonanotte soroche (speriamo…).

Oscar

Giorno 13, il Cardinale

IL CARDINALE

Lima 25 luglio 2008

E’ l’ultimo giorno, a Lima.

Non ho il tempo di soffermarmi a pensarci… (come mi piacerebbe), nemmeno quello di terminare la colazione perfetta, interrotta oggi sul piu’ bello da un Padre Zeffirino, armato di distintivo spirito militaresco, che nella circostanza odierna ne accentua i tratti, spingendosi ai limiti del terrorismo.

Per le 10, infatti, e’ atteso all’Hogar il Cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, con tutta la sua delegazione: e’ l’apocalisse.

Rivoltiamo l’intero centro come un calzino, dandogli forme e luci che mai aveva avuto prima, nemmeno nelle fotografie piu’ accattivanti, quelle fatte ad arte per esaltare opportunamente i pregi ed occultare abilmente i difetti. La prima mattina e’ quindi un concentrato di lavoro serrato e ad alta tensione…

Nel clima di regime che naturalmente si instaura, spedisco Gabriela al 2 de Mayo a far dimettere Modesto, cosi’ da evitarle inutile stress.

Intanto la macchina organizzativa procede con fare da panzer teutonico: si pongono manifesti, fiori, tavole imbandite… tutti sistemano le proprie camere e si pongono vestiti a festa (tranne me che ho solo equipaggiamento da guerrigliero tupac amaru…), ad attendere l’arrivo dell’importante ospite. Io il massimo che sono in condizione di concedere all’evento e’ una psicologicamente non pianificata doccia artica.

Saranno le 11e30, quando le porte dell’Hogar si schiudono ad un gruppo di sette italiani… (dell’ora e mezza di snervante attesa, anche il pavone ne ha fatto le spese: matato).

Il cardinale entra nel “nostro” chiostro, accompagnato da una serie di eminenti signori e salutato da uno scrosciante applauso e dallo sventolare di bandierine riportanti il logo di San Camilo; i bambini gli si fanno incontro salutandolo, lui non si sottrae all’abbraccio dei piccoli, anzi, gioca e scherza con loro, prima di pronunciare alcune parole in uno spagnolo che posso permettermi di definire di gran lunga peggiore del mio.

Abbraccia anche me, che bambino proprio non sono, questa figura tozza (quasi peruviana…), quando gli viene comunicato che sono un volontario italiano… gli occhi gli si riempiono di fierezza, copiando i miei.

Padre Zeffirino sembra il faro di uno stadio in una notte di Champions League, fa gli onori di casa presentando uno ad uno i suoi collaboratori e le persone che beneficiano direttamente ed indirettamente delle attivita’ della sua opera, tutti richiamati in questo venerdi’ a far giusta festa.

Cosi’ passa poco piu’ di un’ora, durante la quale, si recita un’orazione in plenaria, in cui ad ognuno dei presenti viene consegnato un rosario da lui stesso benedetto; il momento in cui si avvicinano all’altare i “nostri” malati, e’ particolarmente toccante…

Poi si sofferma a conversare, amabilmente, il Cardinale… consuma una limonata e chiede, vuole sapere, capire, conoscere… Padre Zeffirino e’ un fiume in piena che non risparmia informazioni e documenti.

Viene visitato anche il centro di recente inaugurazione ed, infine, prima di congedarlo, nel nuovo auditorium viene tenuta un’udienza di alcune esperienze di “accompagnamento nella malattia” che il religioso segue con attenzione: una mamma infetta incinta, una giovane vedova con figli “positivi”, una persona visitata a domicilio… e Paolo, volontario prima e collaboratore adesso. Tutti parlano dell’Hogar San Camilo come di un abbraccio senza fine, che, laddove non lenisca il dolore, regala speranza e conforto.

Se ne va, ai suoi seguenti impegni, il Cardinale italiano… ed al porticato ritorna il sereno…

Non c’e’, ormai, molto da fare… una volta passato il ciclone… se non rassettare e organizzarsi per l’indomani, e per le partenze di pronta mattina.

Mi sento un po’ spaesato, adesso… ma non ci penso troppo.

Gabriela rientra con il risultato pieno: Modesto e’ di nuovo fra noi.

Le racconto della giornata ma non mi fa parlare molto: si e’ gia’ organizzata, mi dice, con Marieta e Maribel per una serata limeña (e’ il compleanno di Marieta…). Bene – penso – chiudiamo col botto.

Insieme a loro c’e’ un’altra donna di cui non ho capito il nome alla presentazione e alla quale non ho avuto modo di richiederlo nel corso della serata; andiamo in 6 a bordo di un taxi minuscolo, praticamente dall’altra parte della citta’ (Lima si sviluppa all’incirca lungo 70 km di costa…), con un traguardo che, non appena giunto, mi mette i brividi: un karaoke pub.

Ovviamente le donne mi giocano il brutto tiro di farmi fare una performance canora in spagnolo… io non mi perdo d’animo, studio la situazione e decido che, senza un robusto pisco, non ce la faro’ mai.

Cosi’ a Lima ho cantato. L’ilarita’ e’ stata il mio premio.

Balliamo anche una ventina di minuti, a Marieta regaliamo alcuni oggetti realizzati da Jesus, e alle 21e30 siamo gia’ sul taxi per ritornare alla base: uscita carina, davvero.

All’Hogar sembra giorno pieno, tutti lavorano per le partenze: casse, bagagli, viveri, elenchi, medicine… Dev’esser tutto pronto per le 6 di domani. Io, come mia tecnica personale, il mio bagaglio decido di farlo un paio d’ore prima dell’inizio di questo lungo viaggio, per cui aiuto gli altri, coadiuvando le operazioni di organizzazione e, riservandomi solo l’ultimo momento di questa cortissima notte.

Sono le 2 passate, quando l’Hogar s’addormenta.

L’inquinamento luminoso di Lima permette di vederci chiaro in piena notte anche senza alcun ausilio di luce artificiale… cosi’ passeggio per gli spazi che mi hanno ospitato magnificamente per due settimane…

E m’imbatto, non credo casualmente, in una poesia che tra le tante sta affissa alle pareti di questo luogo “incantato”; la riporto, perche’ sicuramente riassume meglio di me, la magia dell’Hogar…

“Si logro impedir que un corazón se rompa,

no habré vivido en vano,

si logro aplacar un dolor

ó aliviar una pena

ó ayudar a un pájaro agotado

a ingresar al nido,

no habré vivido en vano.”

(Emily Dickinson, 1830 – 1896)

La leggo un paio di volte e saluto questo mio pezzo di vita.

Buonanotte, Hogar San Camilo.

Oscar

Giorno 12, Lima

LIMA

Lima 24 luglio 2008

Quarantotto ore e sara’ Huancayo, la Sierra.

Lo sapevo… proprio quando ero arrivato a “quadrare” la mia colazione, me ne devo andare… E non mi capacito percio’ come a Murphy non abbiano dato il Nobel… “le incoerenze della vita sono piu’ delle stelle del cielo”, penso con un angolo della bocca…

Il mio primo compito di oggi mi e’ affidato direttamente da Paolo in persona, con il quale il rapporto di complicita’ conterranea diviene ogni giorno piu’ serrato e convincente: non so come ma mi sono guadagnato la nomea di reportero (fotografo) e per questo vengo incaricato di scattare alcune istantanee mentre il Dottor Claro, un rotondo medico dello staff di Padre Zeffirino, visita i pazienti nel nuovo centro di eccellenza per malati di VIH, propaggine naturale dell’Hogar San Camilo.

Con la macchina fotografica che penzola al collo, eseguo il lavoro come un consumato professionista… cerco le espressioni, fermo i dettagli, studio la luce… e il risultato sperato e’ presto raggiunto; le “mie” immagini serviranno per alcune pubblicazioni su Internet e per la presentazione di progetti di finanziamento, oltre che per potenziali volantini informativi…

In un’oretta disbrigo l’incombenza, il tempo necessario per quella che alla fine si rivelera’ essere la prima di tante uscite della giornata: accompagnare Gabriela all’ospedale “Dos de Mayo”, a visitare un altro “nostro” infermo, relegato laggiu’.

E’ un gigantesco edificio azzurro, l’ospedale, che raggiungiamo dopo una buona camminata che ci consente di attraversare un po’ di citta’ e di comperare tre biscochos (una sorta di pseudo-pan briosche…) per Modesto, nome del paziente-obiettivo.

Abbiamo passeggiato nella fetida aria al veleno della calle, con una naturalezza a tratti preoccupante… toccando anche Plaza Italia, uno spazio di alberi malati e marciapiedi grigi, abili appena a separare costruzioni dai colori vecchi e consunti, bucate da brune finestre chiuse o sfondate. Cammino vigile ma senza esasperazione. E’ mattina…

Modesto e’ un uomo ossuto, senza gli incisivi e con in testa un cappello di lana arancione che a guardarlo mi sento sudare…

Tocchiamo la sponda, consegnamo i dolcetti gommosi, viriamo e riprendiamo la strada in senso contrario.

Meno di dieci minuti netti, la nostra visita: alle 13 dobbiamo infatti gia’ essere di ritorno all’Hogar per la seconda uscita della giornata.

Rafael Reinoso e’ l’amministratore del centro camilliano; una sorta di “numero due”, ovviamente dopo il sacerdote lombardo… Tifa per l’Inter, ma nonostante cio’ non l’ho ancora “capito”… Mantengo la distanza di sicurezza, come fossi all’esame per il conseguimento della patente di guida.

Rafael non si perde in chiacchiere. Fa. O non fa. Ed oggi ha fatto.

E bene.

Decide con uno scatto di prender me, Gabriela e Paolo e portarci a pranzare fuori, in una tradizionale cevicheria peruana, teatro limeño della migliore comida… Non accettiamo perche’ non possiamo rifiutare, si va.

“MI BARRUNTO – siempre mejor que la ultima vez…”, sentenzia con ostentazione il cartello all’entrata di questo ristorante allegro ed affollatissimo.

La musica e’ alta, alle pareti di incannucciato campeggiano incorniciate le magliette di alcune squadre di calcio europee… gigantografie di Kaka’, Eto’o, Ronaldinho… accanto ai gagliardetti delle due squadre nazionali piu’ importanti, “La Universidad” e “Alianza”, acerrime rivali.

Il tavolo e’ minuscolo, ma la luce che questo fuori programma ci produce in volto se ne infischia; Rafael gioca in casa, e non fa nulla per nasconderlo: ci portano cosi’ due bandiere di 10 centimetri, quella argentina viene posta accanto a Gabriela e quella italiana tra me e Paolo. Facciamo i turisti, per un giorno, senza sottrarci alla cosa.

Brindiamo in entrada con leche de tigre, un bicchierino di succo di lime, peperoncino e salsa rosa, dal sapore potentissimo, “qua siamo…” penso in siciliano… e non mi sbaglio.

Ci arriva una quantita’ di cibo tale che il tavolino rischia di collassare su se stesso… l’immancabile riso, rivoltato in mille modi differenti con vari condimenti, pesce a profusione, ripartito tra i nostri quattro piatti ed altre cose (camote, praticamente un incesto tra una patata, per la forma, e una carota, per il colore, dal gusto dolce ne’ dell’una ne’ dell’altra; iuca, uno degli oltre 400 tipi di patate diverse coltivate e consumate in Peru’, servita in strisce secche dalla sezione triangolare; chifa, delle frittelle stile wanton cinesi, ripiene di polpa di granchio e guarnite con salsa al tamarindo; algarobbina, una bevanda beige alla cannella, servita fresca e leggermente alcolica, molto simile ad un bayles sudamericano… ed altre diavolerie sconosciute; insomma: altro che sopa !!!).

Ma i protagonisti incontrastati della mesa sono loro: il ceviche ed il pisco sour, meritevoli d’un particolare inchino…

Il primo e’ il piatto d’eccellenza: un miscuglio di pesce crudo, tagliato a fette (tiradito) e marinato nel succo di lime con cipolle e peperoncini… si dice che abbia proprieta’ afrodisiache, ma ci credo poco. Viene servito con mais bollito gigante (choclo) e altre salsette “giapponesi”… Il termine ceviche pare derivi dal quechua “siwichi” che significa “piatto”…

Il secondo invece, la cui paternita’ e’ ancora in discussione con gli odiati “cugini cileni”, e’ la bevanda nazionale (Inka Kola a parte, giallastra bibita gassata… una sorta di pipi’ frizzante…); il pisco, una specie di brandy, distillato d’uva, decisamente alcolico, ci viene servito shakerato con succo di limone, molto ghiaccio, albume d’uovo (per la schiumetta…) e una goccia di olio essenziale d’angostura.

L’almuerzo dell’Hogar per oggi e’ solo un ossessivo incubo da cui ci si e’ momentaneamente liberati.

Rafael se l’e’ goduta, come tutti noi; ma ci lascia presto, per altri precedenti impegni. Cosi’ lasciamo in taxi il locale, quando e’ ancora nel vivo dell’azione…

Paolo si preoccupa di contrattare il prezzo ed, una volta raggiunto l’accordo, montiamo su questa specie di preistorica Mini-Minor giallo caterpillar alla volta dell’Hogar.

Passiamo per strade sconosciute, di cui sono ovviamente avido; tra le altre cose, vedo della gente che vende cose “troppo vecchie e malandate per essere comprate”… Paolo mi spiega che questa gente vende spazzatura… ! Ovvero rovista di notte nella spazzatura e seleziona, a suo giudizio, il “rivendibile” che viene esposto e smerciato di giorno; 30 centesimi di sol al chilo, il prezzo… una miseria. Mi dice, in ultima aggiunta, che molti genitori dei “nostri” bambini dell’Hogar fanno questo “lavoro”…

Soffocati dal traffico metripolitano, molliamo Paolo a bordo e con Gabriela scendiamo in Avenida Abancay, una dorsale di grande comunicazione che alimenta molto del trasporto cittadino: basta – penso – mi concedo due orette di turismo, e cosi’ faccio.

Svicoliamo a piedi per spazi piu’ ampi e meno trafficati, vediamo cosi’ il Monasterio di San Francisco, Plaza San Martin e la maestosa Plaza de Armas, la piu’ importante di tutta Lima: che per noi europei, abituati a ben altro splendore, e’ solo una piazza grande… qui invece e’ una sorta di orgoglio nazionale.

Non mi “rassegno” a rientrare senza passarmi un piacere personale: la salita a San Cristobal, ai piedi di quella croce con cui ho parlato tutte le notti… Il micro che ci porta li’ e’ di quelli micidiali dei giorni prima… ma la salita e’, oltre che parecchio impervia, molto suggestiva.

Lungo i 400 metri della ripida e tortuosa strada che si inerpica sul colle brullo di terra e colorato di casupole, ci appare, nelle sue prospettive piu’ diverse, l’immensa capitale del Peru’…

Al cospetto della croce, contento, faccio un 360 gradi e vedo la citta’ non finire mai… nel grigio si vede il Pacifico, i grattacieli di Miraflores e San Isidro, lo sconfinato cimitero e la marea marrone di baracche… fin dove lo sguardo fatica: e’ una citta’ senza orizzonte, questa.

Facciamo soddisfatto ritorno al nostro porticato che sono quasi le 19… e la giornata non e’ ancora finita…

Infatti, Padre Zeffirino, con un colpo da biliardo, al rientro, ci soprende ancora: Julio e’ pronto con il maxi-Renault, si va tutti, meno Orlando, a far un giro fuori ! Con Gabi ripetiamo praticamente il tour pomeridiano ma la meraviglia non sta in quello che rivediamo… siamo in gita, con la nostra famiglia di malati, che per una sera puo’ riempirsi gli occhi di luci e fontane e persone e aria e rumori e colori… L’atmosfera del gruppo e’ a dir poco una manifestazione di euforia per il fatto in se’: e’ proprio cosi’, il mondo e’ ancora la’ fuori. Ci facciamo le foto, allegri, scherziamo, ci prendiamo in giro… e Plaza de Armas sembra perfino piu’ bella.

Alle 22, quando si spengono le luci dell’Hogar, c’e’ un’aria fresca e docile… i ragazzi sono a letto, occhi chiusi e sorriso disegnato, gia’ me li vedo…

Mi ricordo di non aver cenato, e, facendolo, non vi do’ molta importanza; alzo lo sguardo, invece, e la Cruz Blanca, lassu’, e’ spenta… ma ho la pace dentro… la guardo con complicita’, e l’accendo con gli occhi.

Buonanotte Lima.

Oscar