Giorno 11, La Cuna

LA CUNA

Lima 23 luglio 2008

Mancano pochi giorni per il mio saluto all’Hogar, e lo sento.

Li avverto sfuggire ancor di piu’ quando apprendo, di prima mattina, che, per un ufficiale invito ad un Congresso sul VIH che si terra’ qui a Lima, organizzato dall’Unicef, dall’ONUSIDA e da altre primarie istituzioni in materia, Padre Zeffirino manchera’ tre giorni.

I tre che precedono la partenza per Huancayo.

Avro’ tre sere, poco piu’, per scambiar con lui le ultime parole sudamericane…

Ha il suo sguardo tagliente e agile, quando mi impartisce le disposizioni per la giornata, prima di andar via…

E’ il primo giorno in assoluto che trascorrero’ senza di lui – penso – e mi si risveglia la capacita’ organizzativa… Coordino le operazioni di riordino di alcune cose, per come comandatomi, avvalendomi di Jose’ e Jesus, al quale, terminatele, commissiono alcune collane artigianali per tenerlo occupato e per approfittare di qualche souvenir limeño “fatto in casa”…

“Ti paghero’ in euro” gli dico sorridendo, e gia’ gli brillano gli occhi.

Inforca gli occhiali nuovi e si mette sotto con pazienza, Jesus…

L’Hogar nel frattempo si e’ popolato: bimbi e mamme l’han fatto loro, invadendolo con un vociare sempre piu’ familiare.

Oggi e’ il giorno dei bebe’ e, come tutti i mercoledi’, Gabriela cura la cuna, ovvero l’attrezzata nursery del centro, che conta una quindicina di passeggini, numerose culle e un armadio stracolmo di pannolini per tutte le eta’ neonatali.

Io, prima di darle una mano, con campo libero, estraggo la macchina fotografica come fosse l’Excalibur e scendo in “battaglia”. Mi rifaccio quasi di tutte le foto “perse” nei giorni in cui non ho potuto fermare i miei istanti… avido, caccio espressioni, colori, volti, intervalli di spazi…

Ma la luce di Lima e’ quella che e’, e mi gioca contro.

Mi ritrovo presto con la piccola Mary Cielo in braccio (8 mesi), col naso che le cola a fontana ed un pianto accennato che sono riuscito tempestivamente a sedare… ci facciamo qualche foto, prima che la sua mamma la venga a recuperare; qui, infatti, le madri vengono indottrinate sull’alimentazione da curare per loro ed i loro figli, insieme a loro vengono visitate dai dottori del centro, vengono ascoltate dall’assistente sociale e le viene loro consegnata la razione di latte e pane, disposta dall’Hogar. In tutto questo tempo, ci sbracciamo per arginare l’incontrollabile energia dei peruanitos…

Presto la mia opera, a tratti goffa, fino a quando non mi convoca Paolo per il resoconto su AIB; mi fa vedere i variopinti disegni dei bambini fatti realizzare sabato scorso sul tema delle verdure (!)… alleghiamo a ciascun disegno la scheda del bambino con la foto e qualche informazione di contesto. Mi realizza anche un cd di immagini da portarmi dietro; e’ preciso, Paolo, semplice, ci si puo’ far buon affidamento: e’ italiano…

Gli consegno 50 euro e lo incarico di cambiarmeli (qui, il cambio lo si fa per strada, ben scortati, contrattando il tasso con tenacia…); domani avro’ cosi’ i miei primi soles.

Mangiamo separati, chi prima chi dopo, e non colgo come mai, ma va cosi’. Ci riuniamo presto pero’, non appena ripulito le stoviglie, per uscire a comperare alcune cose con Gabi e Jesus.

Si va per le strade, l’aria e’ pestilenziale e, per questo, quasi rassicurante… mi portano per le affollate vie del Barrio Chino, il quartiere orientale che puzza di tutto e formicola di venditori e avventori.

Ebbene si’, ci sono da noi, figuriamoci qui, i cinesi.

Lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo: ci stanno colonizzando, non troppo velatamente… sono tantissimi e dappertutto, occupano vere e proprie fette di citta’, “depurandole” degli originari abitanti e facendole proprie, confuse e “ordinate”, secondo il loro particolare sistema.

Entriamo e usciamo da mercati multipiano, mescolandoci alla gente ed agli odori che non esitano ad attaccarcisi addosso… e resistere.

Il giro e’ stato breve, alle 15 siamo gia’ all’Hogar, ma e’ stata un’altra inaspettata finestra sull’ancor “ignota” Lima: il puzzle guadagna un nuovo pezzo senza tuttavia lasciar intravedere il suo disegno…

Do’ da mangiare del pane secco spezzettato e dei resti di ortaggi al nostro pavone, subito beniamino dei bimbi dell’Hogar.

Ci si riposa, oggi. Godendo della reciproca compagnia e del sempre magico chiostro…

Ricevo nuove voci, dall’Italia… nel pomeriggio peruviano che s’attarda a salire; ascolto con amore parole e accenti vicini, che mi ripetono dove sono e cosa mi manca. Quei minuti mi rallegrano e mi rattristano in una sola sensazione…

Mario mi taglia i pensieri presentandomi suo figlio, Valentino, 5 anni, bellissimo e minuto, a causa della malattia che ne complica la crescita… mi sorride moltissimo, mi tira la barba fino a farmi male, mi chiama tio, ma non sa il mio nome…

E’ sotto cura retrovirale, Valentino, incosciente della sua quotidiana lotta per non regredire… Come papa’, che invece conosce molto bene questa storia…

La minuscola Palomita invece piange. Cerca la mamma, come ogni bambino.

Non e’ ancora stata battezzata, e la madre ci propone di farlo… rimaniamo interdetti… (avremmo solo 48 ore)… ci rendiamo pacatamente disponibili senza accettare dichiaratamente… Sappiamo perfettamente che ogni genitore desidera il meglio per il proprio figlio, e per ottenerlo e’ disposto a tutto (o quasi…); forse la mamma della bruna Paloma ci sta provando… volendoci “vincolare” ad un ruolo che potrebbe portarle un’insperata economia. Ne ho piena coscienza, arsa.

Penso pero’ che la bambina abbia, prima d’ogni cosa, la necessita’ di essere battezzata, senza calcoli. E’ fragile, gracile, la niña.

Poi il tempo e le dinamiche imprevedibili, faranno il resto – penso senza troppo approfondire. Vedremo.

Si fa quasi sera, in questo mercoledi’ affollato e tranquillo.

Imbraccio una chitarra, una delle tante di Padre Zeffirino che ancora non rincasa, e prendo ad arpeggiare… i bimbi accorrono rallentando, educati, incantati, incatenati dal sortilegio della musica che si diffonde nel quadrilatero di portici… Una foto non scattata e’ quella bella mezz’ora…

La cuna si svuota, la luce s’indebolisce, s’e’ fatta l’ora.

Rassettiamo i nostri ambiti, senza fretta, e Maribel approfitta di una nuova tranquillita’ per regalarmi un cd del Peru’, c’e’ un biglietto che dice “un piccolo ricordo per un grande amico”, la cosa mi scioglie senza alcuna timidezza… mi sorride, l’abbraccio.

Quando Padre Zeffirino rientra e’ gia’ buio inoltrato; e’ trafelato, e non mi sorprendo.

Ceniamo in molti stasera, saremo piu’ d’una ventina, troppi perche’ rimanga qualcosa per i nostri amici di strada… E con questa fanno due sere che li “abbandoniamo”… Cercheranno altrove… o aspetteranno ancora…

Gabriela a fine cena mi consegna un A4 con elencati gli orari e le quantita’ delle medicine che Alex deve prendere quotidianamente e con regolarita’ (da sabato lui sara’ sotto la mia “autorita’”, si andra’ a Huancayo, e lui avra’ “solo” me…); gli do’ una rapida lettura… divento serio al pensiero che questo bambino prende in un giorno un numero di compresse e medicinali superiore a quello che ho preso io in tutta la mia vita… Ha solo 10 anni ma obbedisce, sicuramente impaurito.

Ce ne stiamo li’, ora, nella foschia della prima notte, a chiacchierare piano con Jon e Juan Carlos (un nuovo paziente arrivato stasera… fa il pescatore, e’ un ragazzo non ancora trentenne…), aspettando che il sonno ci sopraffaccia…

Raggiungendo il mio giaciglio, mi porto in braccio dei “piccoli” pensieri… Mary Cielo, Valentino, Palomita… e tutte le storie che, in qualche modo, provano a diventare grandi.

Buonanotte a tutta la cuna, nessuno escluso.

Oscar

Giorno 10, ritorno a Canete

RITORNO A CAÑETE

Lima 22 luglio 2008

La vita scorre tranquilla, all’Hogar San Camilo di Lima…

La mia presenza non e’ piu’ una novita’ di cui soprendersi, sono uno dei tanti, ormai, ed e’ una sensazione che mi piace.

La gente mi cerca, mi chiama, mi parla, mi chiede aiuto e consiglio, mi considera “uno di loro”, sapendo di poterci contare, sull’italiano…

Ho trovato una caffettiera !!!

Non riesco a trasmettere sufficientemente l’euforia di questa scoperta, alla sua vista mi sono “acceso” come la notte di Las Vegas…

Mi sono industriato per metter in piedi qualcosa di liquido per il mio desayuno peruano… La confezione della moka tostata segna “15-06-08” come data di scadenza… ma quando comincia la discesa, e sei senza freni, non puoi piu’ fermarti…

Il mio primo caffe’ d’oltre oceano e’ uno schifo, ma chissenefrega, sono felice… mi riempio mezza tazza da sopa (staro’ sveglio fino a domenica…) e la gusto come se fosse un espresso napoletano preso dal Caffe’ del Professore a Piazza Plebiscito… la gioia e’ completa quando unisco alla colazione un bicchiere di succo d’arancia appena spremuto…

Animato da un tale principio di giornata, mi metto di lena al lavoro con Julio e Mario per ricomporre il tridente di San Vicente de Cañete: oggi si ritorna laggiu’, a rimpolparli di indumenti, giocattoli, viveri e medicinali.

Prima pero’ ci tocca “rivoluzionare” una stanza da cima a fondo, da cui estrarre la merce da “esportare”… E’ vicino al mio cuarto (stanza), il locale da sgomberare, e ci diamo da fare per esser pronti a partire immediatamente dopo la comida del mediodia.

Nell’Hogar intanto e’ presente un nutrito gruppo di infermiere peruviane, tutte di bianco vestite, che sta effettuando una visita guidata per il centro di accoglienza di malati di VIH piu’ importante di tutto il Peru’… Mi guardano lavorare con gli occhi a cuoricino… un italiano, alto e misterioso, che suda come uno scaricatore di porto compiendo prestazioni di forza… Praticamente uno spot della Mennen…

Entro nella parte, prendendole cosi’ un po’ in giro (Mario coglie al volo e se la ride…), e prima dell’almuerzo riusciamo a caricare il furgone.

A pranzo, tra le solite noiose cose, come bibita c’e’ la rubina chicha, la birra peruviana di mais rosso fermentato dal sapore dolciastro… la provo, senza promuoverla.

Alle 13e30 siamo gia’ in marcia, con buona andatura (oggi e’ martedi’ e alle 17e30 e’ di scena la partitella di fulbito con lo staff dell’Hogar…) per provare a non lasciare in asso la mia squadra di calcetto.

La strada e’ la stessa della settimana scorsa, ma sto piu’ attento alle cose… la mia seconda volta per Cañete…

L’oceano e’ un po’ nervoso, le sue lunghe onde si perdono su rive di sabbia grigia, mentre la Panamericana fila parallela alla costa; tutt’intorno e’ deserto e niente piu’.

Solo qualche villaggio di baracche sabbiose e sperdute.

Si parla di calcio, di donne, dell’Italia, lungo la carretera… siamo tre uomini con tre storie, si ride, si ascolta e si riempie il viaggio con buona loquacita’.

Arriviamo nel barrio di Carmen Alto, a Cañete, dopo un paio d’ore di autopista; scarichiamo casse, buste e scatoloni e subito un nugolo di sei bambini, sorridenti e lerci da non capire, ci circonda elettrizzato e assalta le “nuove” cose come fosse Natale…

Ripartiamo quando sono le 16 passate, dando un passaggio per Lima a 5 operai e riportando indietro un dono per Padre Zeffirino, a parziale ricompensa della sua constante attenzione per questa gente: un pavone vivo (!!!), grande da sembrare un cucciolo di struzzo, che ci viene consegnato dentro una busta di plastica da cui fuoriesce solo la testa spaventata.

Viaggia con sguardo interrogativo, il nuovo prossimo albergado dell’Hogar… mentre scrutiamo l’orologio che condanna il mio team a cominciare senza di me; l’ingresso a Lima, infatti, e’ caotico e irrespirabile… ma passa, come molte cose.

Una volta al cospetto di Padre Zeffirino, lo relazioniamo sul compiuto e gli consegnamo il suo “regalo” che riceve con perplessa preoccupazione… (bisogna pensare ANCHE a sfamare questa bocca…).

Mi cambio al volo e prendo parte alla seconda frazione del match che vinciamo convincendo. Terminiamo alle 20, mi infliggo la doccia e consumo la cena.

Questa sera non e’ avanzato nulla e i poveri ci aspetteranno invano… la cosa mi dispiace… come la vista dei contorni della Cruz Blanca di San Cristobal, non illuminata, stasera… Lima non avra’ la “sua” benedizione, stanotte – penso senza voce.

Il mio giorno numero dieci, quello della doppia cifra, mi saluta vedendomi improvvisarmi insegnante di italiano, con Jon, Gabi, Alex e Franquin (quest’ultimo dotato addirittura di registratore…), seguire ed annotare con partecipazione le primordiali forme, in lingua italiana, di interazione con le persone: come ci si presenta, come si chiamano le cose della cucina, come si invita una ragazza a ballare…

Ridiamo, nella notte limeña, e proviamo ad assottigliare ancor di piu’ le distanze tra realta’ e immaginazione… di queste persone che pensano che l’Hogar sia tutto il mondo e tutto il mondo solo un’esercizio della fantasia…

Guardo il cielo arancio di luci, prima d’andare a dormire, ascoltando i versi del nostro nuovo ospite riempire l’imperfetto silenzio della notte… spero che almeno lo lascino vivere per un po’, qui in giardino… quest’animale impaurito che passeggia, ignaro d’ogni cosa, per il cortile del chiostro… una notte, a Lima.

Buonanotte e benvenuto all’Hogar, pavone peruviano.

Oscar

Giorno 9, Padre Camillo

PADRE CAMILLO

Lima 21 luglio 2008

Da tre mattine, ormai, non c’e’ acqua.

E se la prima volta e’ stato divertente scoprirsi un po’ Indiana Jones, lavandosi con “Cielo” (la Levissima peruviana…), la terza di fila comincia a far diventare le operazioni di pulizia mattutina una situazione al limite dell’emergenza…

L’acqua di riserva della bottiglia segreta l’ho terminata, cosi’, in attesa di trovare una soluzione definitiva, mi detergo il viso con le residue salviettine rinfrescanti dell’Alitalia (quelle “dell’ultimo stadio”), mi stropiccio gli occhi e sono pronto !!!

Saluti collettivi, alla prima colazione, dove e’ latente la stanchezza del giorno precedente…

La mattina, piazzati ognuno al proprio posto, scorre frenetica coordinando le attivita’ burocratiche relative all’odierna dimissione dall’ospedale Ippolito del “nostro” Jose’ Antonio; Marieta (l’assistente sociale dell’Hogar) e’ in contatto diretto con il dottore interno alla struttura ospedaliera per cercare di accelerare le pratiche di rilascio del paziente… Io e Gabriela, piegati sui blocchi di partenza, aspettiamo pronti solo lo sparo dello start.

Osservo… con gli occhi guizzanti e rapaci, ma non riesco a comprendere quali resistenze ci siano nel dimettere una persona da un ospedale…

Sullo 0-0 si arriva all’almuerzo.

A tavola c’e’ un clima di complicita’ sempre migliore… Qualcuno mastica gia’ qualche primitiva parola in italiano, Franquin mi prega di effettuare nel pomeriggio un’ispezione per suo conto della vecchia palestra del centro (gimnasio), con l’intento di interceder per lui con Padre Zeffirino, al fine di rimetterla in sesto. Tutti, con insistenza, mi chiedono di cucinare la pasta italiana prima della mia partenza… Accetto volentieri (“la Barilla sara’ un po’ cara ma c’e’… e per una volta possiamo anche passarci questo lusso” penso ingenuamente…), senza capire, in un primo momento, che i ragazzi intendevano esclusivamente la realizzazione della pasta fresca fatta a mano !!! Mi rendo conto d’ave r promesso questa cosa quando e’ troppo tardi per rimangiarmi la parola e capisco fatalmente d’aver un “problema” in piu’ da risolvere nei prossimi giorni…

Il finale del pranzo (che chiudiamo sorprendentemente con un chimico creme caramel) e’ sancito dall’adunata ordinata da Padre Zeffirino: ha fretta, mazzi di chiavi in mano, scalpita sulla porta, ci dice: “Vamos, rapido !”.

Ci ritroviamo cosi’, con le labbra ancora al sapore di caramello, su una specie di Fiorino della Peugeot, che Padre Zeffirino mi presenta orgoglioso… “e’ la mia macchina”, bofonchia con una punta di vanita’, faccio in cortese risposta uno stentato sorrisetto di bugiarda approvazione per la scelta dell’automezzo francese…

Siedo sul sedile davanti, lato passeggero, accanto a Victor, che guida con l’immancabile cappellino da baseball, mentre nei posti dietro un vivace Alex sta in mezzo a Padre Zeffirino e Gabriela.

Uscendo da Lima, la Carretera Central punta direttamente verso est, seguendo la Valle del Rio Rimac… “Andiamo a vedere la nuova sede di montagna (in costruzione) per gli orfanelli dell’Hogar !!!”, ci comunica con fierezza il sacerdote.

Dopo una trentina di km di leggera salita, superiamo il villaggio di Chaclacayo, e avviene “il miracolo”: la garua limeña, che avvolge la metropoli in una morsa invisibile, si dilegua come in un film… quanto basta per farci sincerare che il sole (e non solo la luce) esiste anche qua.

Arriviamo dopo meno di un’oretta a San Alberto Chacracana di Chosica, a quasi 700 metri sul livello del mare, ed e’ gia’ un’altra aria…

Il luogo e’ tranquillo, verde, pacificante… visitiamo le stanze, il pozzo, il giardino; Padre Zeffirino ci spiega quali sono ancora i lavori da fare e come sara’ in futuro questo posto… Ricevera’, al suo completamento, circa 30 bimbi orfani, questa semplice casa di prima montagna. “E’ costata 70.000 dollari…”, ci confessa il missionario… praticamente “l’equivalente di un’auto berlina europea”, converto con immediatezza…

Qui incontriamo Padre Camillo, un prete di Bassano del Grappa, collega di studi di Padre Zeffirino, trasferitosi qui come lui alla fine degli anni ’70… tiene un ritiro per noviziato, a fianco alla nuova casa…

Questo pero’ e’ completo di tutti i confort e gia’ “abitato” da una decina di novizi camilliani che trascorrono le ore, al di fuori della preghiera e dello studio, coltivando lattuga e allevando conigli.

Padre Camillo e’ una persona solare, accogliente, con un sorriso tranquillo… ci offre un pessimo caffe’, lontano e sbiadito ricordo delle sue origini da Bel Paese… Ci mostra con passione quel casolare ereditato dai Padri Spagnoli, raccontandoci la storia di ogni cosa, con morbida grazia. Sono momenti di calma, break di silenzio nel vortice di Lima e dell’Hogar centrale.

Guardo con gusto i due camilliani parlare un idioma che e’ insieme italiano e spagnolo… e lombardo !!! Alex si perde ad ammirare pavoni, pecore, cani e pappagalli, ed altri partecipanti attivi della vita di quella piccola comunita’, noi godiamo del fresco e dell’aria buona, coscienti che si tratti solo di una “finestra”, da chiudersi di li’ a poco.

Padre Camillo ci saluta con calore, vorrebbe rivedermi, quasi fossi la fotografia di un suo passato che non ritornera’… e che ha dovuto “sacrificare”, con sottile dispiacere, per qualcosa di piu’ grande, di piu’ importante…

Rientriamo che comincia a far buio, il piccolo si addormenta sulla spalla di Gabi, mentre con Victor chiacchieriamo divertiti del traffico peruviano, sulla via del ritorno…

Arrivati al n. 300 di Jr. Huanta, a Lima, (l’indirizzo dell’Hogar San Camilo, ndr), un’autentica sorpresa: seduto su una panchina del chiostro di famiglia c’e’ un sereno Jose’ Antonio !!! Gabriela fa salti di gioia, lui si sente accolto come un reduce da un “sequestro”… si forma veloce un capannello di amici, io, Gabi, Luiz (un dottore di Arequipa), Marieta, Franquin… si sorride, si scherza e vengono svelati i retroscena della “liberazione”… veniamo raggiunti da Jesus, che ci mostra orgoglioso il suo nuovo, sofferto, desideratissimo paio di occhiali (Gabi mi raccontera’ dopo che ha raccolto i soldi per poterli comperare, vendendo collane artigianali di sua fabbricazione…): e’ proprio una festa, ora.

La concludo degnamente, compiendo il rapido sopralluogo del gimnasio richiestomi con cordiale insistenza da Franquin; lo aggiorno dicendogli che sistemarlo e’ praticamente impossibile e lo ragguaglio sullo stato di conservazione delle attrezzature abbandonate ancora presenti.

Dopo la cena, che registra il classico “aggiungi un posto a tavola” per Jose’ Antonio (il quale racconta dei suoi trascorsi ospedalieri…), attendiamo Padre Zeffirino liberarsi da alcune incombenze, mentre Gabriela mi racconta le storie di alcuni albergados…

Mi dice di Jon, picchiato con regolarita’ dal padre, che, una volta contratto il virus in ospedale (!!!), in seguito ad un incidente per cui e’ occorsa una trasfusione di sangue, e’ stato discriminato dalla sua stessa famiglia… il padre non lo ha mai piu’ toccato… aveva stoviglie e asciugamani a parte, gli veniva impedito di usare il bagno di casa…

“Non ci vuole tornare piu’, in quel posto…”, mi sussurra l’argentina… e lo capisco… senza poterlo comprendere a fondo davvero…

E cosi’ mi dice di Franquin, Jesus, Alex… anche lui, “dimenticato” dai suoi stessi fratelli… un bambino di 10 anni, abbandonato al suo destino, con la “colpa” di esser nato sieropositivo, da genitori infetti…

Sono frustate, che sento bruciare vive sulla pelle… ad occhi fissi e asciutti. E’ la vita, la loro realta’… senza qualcosa che assomigli alla speranza.

L’avanzare di questa ferita viene interrotto dallo stesso Padre Zeffirino che ci convoca per organizzare i periodi di prossima vacanza dei bimbi e degli adolescenti… Dopo un monologo dell’italiano in spagnolo, il dado e’ tratto: partiro’ per Huancayo, sabato 26 luglio, dove trascorrero’ una settimana di attivita’ ricreative con gli adolescenti (ci sara’ anche Liliana… ed Alex, che adolescente non e’, ma che andra’ a vivere li’, con gli altri orfani…); ritornero’ a Lima il 3 agosto per ripartire alla volta di Arequipa con los niños, li’ ritrovero’ Gabriela, e staro’ fino a giorno 9, quando terminera’ la mia esperienza con l’Hogar San Camilo e da dove comincero’ i l mio tour peruviano alla scoperta del Canyon del Colca, di Puno, del lago Titicaca, di Cuzco e la Valle Sacra, di Macchu Picchu… prima del mio rientro a Lima e la ripartenza per l’Italia…

Mi brillano gli occhi… per un tempo sufficiente a realizzare che questi, saranno gli “ultimi” miei giorni all’Hogar… mi prende un’ansia leggera, serpeggiante… mi sento mancare il tempo… credevo d’esser appena arrivato e gia’ me ne sto andando…

E’ lunedi’, e sabato lascero’ questa “casa”.

Sono qui soltanto da una settimana o poco piu’ e mi sento gia’ alla fine.

Sara’ cosi’, e cosi’ sara’ – mi decido a pensare.

Di oggi mi resta ancora il sorriso di un altro italiano pero’, arrivato quaggiu’ a far del bene, sentendosi bene. Me lo hanno detto gli occhi azzurri di un camilliano, a cui penso con piacere, andando a dormire.

Ripasso mentalmente le storie di Padre Camillo, che ha incontrato questo paese, lungo la sua strada…

Io forse l’ho aspettato, il Peru’… ora il Peru’ aspetta me. Forse.

Il mio ignoto percorso traccia la sua forma.

Bene – risolvo – hasta mañana.

Buonanotte Oscar.

Oscar

Giorno 8, i Giochi

I GIOCHI

Lima 20 luglio 2008

Oggi e’ domenica. El dia…

Gia’ quando mancano dieci minuti alle 8 ci troviamo tutti in cucina, ma non per la colazione. Ci muoviamo in gruppo, con il ritmo lento, con la nostra andatura, imposta da Romen, Andres, Savino, Franquin, Zaccaria, Orlando… chi piu’ chi meno, con qualche menomazione fisica che ne limita la capacita’ motoria. Ci dirigiamo verso l’Iglesia dell’Hogar… Alle 8 in punto siamo la’, entriamo da un ingresso secondario, composti, nel finale di un Rosario… Ci sono anziani, per lo piu’ donne, che recitano all’unisono. In un’atmosfera di pace.

Occupiamo i nostri posti con naturale ordine sparso, in silenzio. Dopo qualche minuto, dei ragazzi con chitarra e tamburo (!!!) precedono l’entrata di Padre Zeffirino, vestito con i paramenti per la celebrazione della messa domenicale.

Stiamo vicini, “anche se meno di quanto lo siamo”, penso contento.

Si canta molto, nelle chiese peruane… Il tamburo, a mio incompetente avviso, stona un po’… ma e’ certamente un elemento di “festa”…

L’omelia e’ ancora una testimonianza di devozione di Padre Zeffirino a San Camillo… alla memoria del quale ha dedicato ogni suo giorno sudamericano.

Ci si scambia il segno di pace, trasmettendosela vicendevolmente attraverso il contatto delle mani, i baci, gli abbracci…

Quando di ritorno varchiamo la soglia della cucina per dar luogo al desayuno, ci si presenta uno scenario da “interno di sommergibile”: una sala-macchine affollatissima di gente che cucina, pulisce, taglia, seleziona, sposta, ognuno con il suo proprio compito che svolge nel massimo dell’organizzazione… Cerchiamo il nostro spazio, consumiamo la nostra colazione e di getto ci uniamo agli altri per rinforzare l’azione di preparazione all’assalto dell’attesa moltitudine di “ospiti”…

Io e Gabi veniamo arruolati nel reparto pela patate. Ne approfitto per insegnare ai miei “colleghi” un po’ d’italiano… i numeri fino a dieci, i giorni della settimana, i mesi dell’anno… Gabriela e’ un disastro (mi confessa pure, ad ulteriore decremento della sua capacita’ di apprendimento, che sua nonna era italiana…); qualcuno mi chiede “ma che significa…”, ripetendo parole sentite e risentite sul cui significato si erano a lungo e invano interrogati. Soddisfo ogni curiosita’, pelando patate calde come fosse la mia storica vocazione. In cambio, ottengo da Esteban, qualche dritta quechua, l’antica lingua incaica. Interessante… d’altra parte ho sempre pensato che la cucina fosse un luog o di reale scambio culturale.

Prima di portarmi in prima linea (sedie, tavoli, ed altri lavori sega-schiena), ritiro la biancheria pulita, dimenticata stesa a sventolare sul tetto dell’Hogar…

Alle 10e30, ha luogo la cerimonia di apertura dei Giochi Camilliani, con tanto di discorso introduttivo di Padre Zeffirino e marcia con torcia “olimpica” ad accendere il maestoso bracere posto sul tetto del centro !

Un’ovazione… c’e’ perfino la banda musicale che intona l’inno peruviano, cantato in coro con mano sul cuore da tutti i partecipanti: oltre 300 persone tra atleti, bambini, famiglie, delegazione arbitrale ufficiale (!!!), suonatori e staff dell’Hogar San Camilo… un esercito di persone provenienti dai posti piu’ disparati… Ica, Tacna, Tumbes… oltre che Lima.

Dopo aver assistito alla vittoria della “nostra” squadra dell’H.S.C., (impostasi in finale sugli avversari con un perentorio 4-1) nel mini-torneo di fulbito, si ricostituisce, rapidamente e simbioticamente, la stessa equipe che ben aveva figurato la domenica precedente: io, Maribel e Maria alla distribuzione pasti; piatti, cucchiai, forchette (tutto di plastica) per sopa e la celebratissima “papa a la huancaina”, un piatto freddo tipico di Huancayo, con patate lesse e uova sode affogate in una piscina di salsa composta da formaggio, tuorlo d’uovo, olio e peperoncino… non male, davvero.

Siamo una mitragliatrice di comida, ed in un’oretta e qualcosa, ci sbarazziamo di tutti gli avventori. Mangiamo per ultimi, con comprensibile soddisfazione.

Nel pomeriggio facciamo da spettatori al torneo di volley, dal quale il team dell’Hogar viene eliminato quasi subito; vanno in scena la pesca benefica, con Gabi al microfono a declamare e scandire i numeri estratti da bambini in trepidazione, e la vendita di torte alle mele ed al cioccolato…

Vengono cosi’ distribuiti gli oltre 500 giocattoli selezionati e catalogati durante la settimana e nella giornata di sabato in particolare; tra i premi, oltre a giocattoli di ogni specie, anche 5 piscine gonfiabili di plastica da giardino, alcuni assi da stiro e persino 2 materassi !!!

Scherzo e gioco con i bimbi, cercando di disciplinarne il comportamento… sono eccitatissimi alla visione della montagna incantata di giochi che andiamo erodendo nel corso dell’estrazione… Conosco Liliana, 12 anni, sembra mia nipote Marta, la ricorda molto.

Mi abbraccia subito, e’ affascinata dal fatto che venga da un posto cosi’ lontano e sia cosi’ alto… Ci stringiamo, al salire del freddo che anticipa il buio del tardo pomeriggio.

Le partite finali, intanto, sono veramente avvincenti… se ci si sofferma a guardare le squadre, qualche sorriso lo si fa… omosessuali, travestiti e gente comune, che scherzano tra di loro e su di loro… tutti comunque normali “ma” sieropositivi… e tecnicamente davvero bravi. Finte, schemi, schiacciate, sovrapposizioni e accapigliamenti sui punti controversi, fanno dell’evento un vero spettacolo di sport e fraternita’.

Si chiude con la premiazione dei vincitori, con tanto di podio, coppe e medaglie per una lunga giornata di festa e condivisione.

A “noi” tocca mettere in ordine, raccogliere e ricoverare nuovamente ogni cosa al proprio posto, prima che scenda il gelo (fa molto freddo adesso…).

Prima di cena, pero’, avviene qualcosa che sara’ centrale in questa mia giornata… Jaime e’ stato licenziato.

La notizia mi ha “sconvolto”, mi dice che gliel’hanno detto di mattina, con effetto immediato. Penso subito ai suoi due figli, al solo lavoro di quella famiglia, a lui, malato… che qualche giorno fa piangeva per i suoi neanche 400 soles… che da domani non ci saranno piu’.

Sale la collera… La sento, sento che c’e’ qualcosa che non funziona, no, non puo’ esserci un’incoerenza tale, no, non qui, non in questo posto dove la gente si aiuta, non la si butta in mezzo ad una strada in meno di mezza giornata, questo e’ il posto della misericordia e della carita’, non c’e’ logica, non c’e’, in questa cosa… qualcosa non torna, devo capire… devo sapere o questo non e’ il “mio” posto…

Ceno, distante dal Padre, come se ce l’avessi indirettamente con lui… mangio poco e bevo del vino solo perche’ e’ argentino e Gabriela ci tiene tanto… terminato, dico a Gabi che stasera non ho lo spirito di accompagnarla dai poveri; lei e’ veloce, capisce tutto e mi “costringe” ad andare, dicendomi che le cose da mangiare avanzate da questa mega-giornata sono davvero troppe perche’ lei possa trasportarle per tutta quella strada… Ci riesce e fa bene, e mi calma.

Torno, lascio a lei l’incombenza di lavare anche le mie stoviglie e filo dritto nell’ufficio di Padre Zeffirino, che mi aspettava come da me richiestogli poco prima a tavola. Parliamo.

Mi rivolgo al sacerdote, non certo al Direttore dell’Hogar San Camilo (la mia educazione mi impone il rispetto dei ruoli e delle cose), benche’ le due figure, ahime’ coincidano, ma gli chiedo esplicitamente di sforzarsi di esercitare tutta la sua capacita’ di ascolto, semplicemente. Ho bisogno di comprendere le ragioni dell’accaduto… e non tanto per Jaime, la cui sorte ho a cuore, ma per capire COME funziona questo posto, appieno.

Quando vivo qualcosa, da sempre, ho la personale esigenza di viverla con interezza… diversamente non mi interessa. Sono qui, e non sono un turista… sono venuto ad essere parte di qualcosa in cui necessito di identificarmi completamente, fino ad una scambievole rappresentazione.

Padre Zeffirino e’ “immenso”.

Mi parla, placido, mi placa… e mentre dialoga con me a bassa voce, penso che un uomo cosi’ e’ davvero un uomo speciale… ed io sono qui, in un tratto della sua luminosa vita, a goderne.

E’ esauriente fino all’inimmaginabile, mi confida cose e mi parla con un cuore tanto aperto che mi lascia a bocca aperta… arriva persino a ringraziarmi di quella conversazione, di essermi fatto avanti e d’aver avuto l’intima necessita’ di un confronto.

Ho compiuto la mia settimana, solo una settimana, e la persona che molti anelano a conoscere, mi spiega… come fossi qualcuno a cui rendere conto. Mi da’ tutta la soddisfazione che cercavo, senza diritto.

Rasserenatomi, scambio due chiacchiere notturne con Jon e Gabi e vado a dormire.

Jaime se ne andra’, ed e’ giusto cosi’.

L’Hogar San Camilo e’ e resta la casa di tutti.

Buonanotte Jaime… y suerte.

Oscar

Giorno 7, l’Hospital

L’HOSPITAL

Lima 19 luglio 2008

Le bugie bianche hanno sempre ragione.

Non c’e’ niente da fare, e’ una di quelle regole non scritte che vale in assoluto.

Ne beneficio al risveglio del mio giorno numero 7: manca l’acqua.

Prima che volontario, non ho dimenticato di essere stato e di essere ancora pellegrino… cosi’ m’industrio per porre rimedio alla seccante situazione.

Tiro fuori dall’armadio una bottiglia ancora sigillata di acqua minerale fattami consegnare da Padre Zeffirino la sera del mio arrivo a Lima: “ho l’esigenza di bere la notte” e’ stata la mia prima (e finora unica) bugia peruviana.

Quelle dette a fin di bene, non sono vere e proprie bugie… sono potenziali soluzioni a futuri inconvenienti. Cosi’ mi lavo da gran signore consumando meno di un litro d’acqua potabile.

In fondo la penso cosi’ “datemi un rotolo di carta igienica ed una bottiglia d’acqua e sono pronto a tutto…”, e stamattina ha funzionato.

Impiego la mia prima oretta, dopo i 3 panini con la marmellata, disbrigando alcune faccende domestiche: cosi’ metto all’angolo Maria, l’indiziata per le pratiche di pulizia, e dopo essermi fatto dotare di una coperta in piu’ per la notte (comincia a fare freschino…), le recapito gli indumenti da lavare, che mi premurero’ di far asciugare piu’ tardi, una volta lindi.

Le “uscite” ormai sono quotidiane: oggi tocca al mercato.

C’e’ da far approvvigionamenti per domani, giorno dei Giochi Camilliani per gli adulti sieropositivi. Ci rechiamo cosi’, una squadretta di sei soldati (io e Alex tra questi), al Mercado Caqueta’, a qualche isolato dall’Hogar. Li’, in una fantasmagorica girandola di grida e colori, c’e’ gente che vende di tutto, in funzione di quello che produce, che ha o che trova (o che ruba…). Dotati di una lista dettata e dettagliata direttamente da Padre Zeffirino in persona, acquistiamo 50 uova, 50 kg di patate (papas), gli immancabili limoni per il refresco, verdura d’ogni genere ed altro ancora.

Noleggiamo, per portare tutta questa roba sul furgoncino, un “trasportatore”, cioe’ un peruviano dotato di carrello che sta li’ proprio per questo servizio. Ha su la maglietta del popolare calciatore Juan Vargas, (ormai ex) terzino sinistro peruviano del Catania; il davanti riporta la dicitura dello sponsor “Energia Siciliana”, e la cosa mi strappa piu’ di un sorriso…

Qui, in mezzo alla baraonda di venditori ambulanti e non, ricevo la prima telefonata “italiana”: sono i “miei”.

Sono minuti felici di parole convulse e sovrapposte, un giro di voci frastagliato che serve per “sentirsi” e non per comunicare. “Tutto bene” e’ il riassunto.

Si fa ritorno al quartier generale, si scaricano gli acquisti, e vengo celermente convocato per una partitella a fulbito (calcetto). Gioco meno bene della prima volta, probabilmente perche’ cedo alla rassegnazione che questi peruviani sono ancora dei calciatori in fasce che fanno della disorganizzazione in campo la loro forza, pertanto “predico nel deserto”; d’altronde una ragione dovra’ pur esserci se questa nazione non partecipa ad un mondiale di calcio da tempo immemore. Amen.

Avendo giocato ho saltato a pie’ pari la comida plenaria, cosi’ mi ritrovo a consumare il mio pranzo solo. In realta’ non e’ proprio cosi’, perche’ dall’altro lato della lunga tavolata c’e’ un gruppetto di donne e bambine che pulisce verdura… Parlano, spettegolano, ridacchiano… le donne dialogano fitto e basso e si sentono un po’ bambine… le ragazzine hanno toni piu’ vivaci, indisciplinati e vanitosi e giocano a fare le grandi.

Si spande nell’aria un’allegria silenziosa, fatta di fotografie di gente comune, che trascorre in compagnia il primo pomeriggio di un sabato di luglio…

Gabi attraversa il corridoio passandomi alle spalle mentre termino una mistura di carne tritata e verdure, e lascia cadere la frase: “C’e’ qualcuno che mi accompagna all’ospedale a far visita ai malati o mi lasciate andare da sola ?”. A me non par vero di uscire un’altra volta e, soprattutto, di dribblare per oggi le Grandi Manovre di tavoli e sedie per l’indomani, cosi’ accetto con la condizione di essere aspettato per una doccia post-partita che ormai affronto con la sicurezza agghiacciante di John Rambo.

Partiamo. Raggiungiamo l’Hospital Ippolito a bordo di furgoncini (stile Famiglia Bradford) che girano epilettici per la citta’ come palline impazzite all’interno di un flipper, fungendo da minibus che qui chiamano, per l’appunto, micro. Il mio rapporto con questi veicoli e’ da subito a dir poco conflittuale: se sto seduto, infatti, con le ginocchia sfondo schiena e schienale del passeggero che mi siede davanti, in piedi, pigiato come uva in tempo di vendemmia, rischio lo scalpo. Cosi’, m’invento la mia collocazione in piedi sulle scalinate di ingresso o di uscita, li’ il tetto lo sfioro soltanto, picchiandoci contro solo ogni 30 secondi, quando il mezzo s’imbatte in qualche voragine dello scarso asfalto…

Devo confessare che mi e’ ancora del tutto ignota l’oscura legge fisica che regola la repulsione, apparentemente naturale, dei veicoli a motore per le strade di Lima… In Italia, nello stesso intervallo di tempo che ci e’ occorso per raggiungere l’ospedale, avrei assistito ad un innumerevole numero di collisioni, alcune delle quali con gravi conseguenze a volte mortali. Ma qui siamo letteralmente “dall’altra parte del mondo” e vale tutto.

Arriviamo a destinazione, con Gabriela che se la ride per la mia incompatibilita’ fisica con il mini-mondo peruviano…

Entriamo e la visione e’ abbastanza familiare: l’ospedale e’ pessimo come quello della mia citta’… sporco, vecchio, “sgarrupato”, abbandonato… i cartelli, se non sono mezzi cancellati, penzolano, gli orologi non fanno mai tutti la stessa ora, alcuni sono fermi; ognuno sembra farsi i fatti suoi, mentre c’e’ gente posteggiata da qualche parte, da qualche tempo…

Jose’ Antonio Zarate Lara e’ il titolo della cartella clinica del “nostro” minuto paziente. E’ smunto, Jose’, stanco di star li’ a “perder tempo”, dice; per lui si sospettava tubercolosi, “sara’ solo bronchite”, ci comunichera’ una pseudo-responsabile non so di che. Sogna l’Hogar, Jose’, ci dicono che lo dimetteranno lunedi’, e lui gioisce… Gabi gli consegna tre arance ed una mela, sottratte abilmente alla dispensa del centro, e lo “carica” parlandogli dell’organizzazione dei Giochi e delle prossime vacanze invernali con i bimbi… lui si rincuora, si rinfranca, ci ringrazia per la visita.

Torniamo avvalendoci ancora di quei “cosi” assurdi; io mi fido dell’argentina, lei dei fiori e delle nuvole… e “inevitabilmente” ne sbagliamo due, di pulmini, salendo e scendendo, prima d’imbroccare quello giusto… Molte risate, e sento che mi fa bene.

Una volta all’Hogar, ci aspettiamo la “ripassata” del missionario che invece non c’e’; si materializzera’ poco dopo con due furgoni da scaricare di ritorno da Plaza Vea, l’ipermercato di fiducia… Faccio un respiro, tiro su le maniche e mi tuffo tra gli scatoloni ripieni d’ogni cosa. Si lavora fino a tardi, catalogando giocattoli ed articoli per l’infanzia, facendo una pausa solo per la cena (nostra e dei poveri), che vola via veloce. Collaboriamo tutti, alcuni dipendenti si fermano qui a dormire, per dare una mano.

Domani ci sono i Giochi Camilliani 2008, dove i malati (ed io per questo non giochero’… per fortuna…) delle GAM (Grupo de Ayuda Mutua) del Peru’ si confronteranno nei tornei di pallavolo e calcetto, con tanto di super-almuerzo (pranzone apocalittico) e pesca benefica di giochi e giocattoli.

Sembra tutto bello… semplice, importante… facile, quando non lo e’. Ma vivere la vita, in comunione, e’ per questa gente lo strumento per essere ricchi davvero. Padre Zeffirino lo ha capito, quasi trent’anni fa… io, forse, in questi giorni.

Ma questa buonanotte e’ per te, omino peruviano, che te ne stai solo, in mezzo a neon di corridoi e lamenti sordi di malati… come te… ed i tuoi amici che qui t’aspettano.

Buonanotte, Jose’ Antonio Zarate Lara.

Oscar

Giorno 6, LA POVERTA’

LA POVERTA’

Lima 18 luglio 2008

Il sonno perso, la stanchezza che s’accumula… sono debiti che prima o poi bisogna saldare, l’ho sempre saputo.

Forte di questa convinzione, mi trattengo una mezz’oretta in piu’ a letto, giusto il tempo di realizzare che e’ “opportuno” non accampar scuse troppo a lungo e che mi sottoponga alla tortura: la doccia.

Appresa la temperatura siberiana dell’acqua gia’ nel corso del mio primo giorno qui all’Hogar, ho scelto che e’ meglio rischiare di prendere la polmonite ogni due giorni, piuttosto che quotidianamente; ma oggi non me la posso proprio scansare.

Cosi’ mi faccio coraggio e mi gelo.

Scendo per la colazione ovviamente sveglissimo (cioe’ intirizzito); Gabi, mossasi a compassione per i precedenti giorni, mi propone il “café’ istantaneo”… Io, solo per gentilezza, accetto pentendomene amaramente solo dopo aver provato una bella tazza di “Ecco”, la marca della pozione mattutina.

Mi sveltisco nelle operazioni di lavaggio delle stoviglie meditando seriamente di tornare alla “colazione asciutta”… quando mi chiamano dicendomi che mi aspettano alla porta con il motore del furgone acceso.

Oggi, venerdi’, si esce per la Visita Domiciliaria ai malati, e nel pool della spedizione Padre Zeffirino ha voluto inserire pure me; sono infatti insieme all’autista (Julio), ad uno psicologo (Alonso), ad un medico (Jesus), ad un assistente sociale (Carmen)… e al piccolo Alex, che “istituzionalmente” non c’entra nulla ma che mi segue ormai come un’ombra.

Partiamo alla volta del Cono Sur di Lima, precisamente verso la Municipalidad di Villa Maria del Triunfo, che detta cosi’ suona benissimo ma che in realta’ e’ un’accozzaglia di “abitazioni” dove la miseria, quella vera, e’ reale come il sole nel cielo…

Abbiamo 8 famiglie d’andare a visitare, questo il programma; l’attivita’ dell’Hogar consiste anche in questo: seguire i malati che non possono economicamente permettersi di venire al centro; si va nelle “case”, si parla, ci si interessa delle persone, ci si sincera che i bimbi ricevano la minima scolarizzazione, li si conforta.

I miei occhi, non le mie parole, devono credere a quel che vedono… piu’ il furgone s’addentra in quei sentieri petrosi e scoscesi, tra baracche e vere e proprie discariche, piu’ ci si materializza innanzi un’area sconfinata di “moderne” capanne, a perdita d’occhio…

Qui “vivono” (lo virgoletto, questo verbo, perche’ mi sembrerebbe peccare di superficialita’, non farlo…) decine di migliaia di persone, di cui la stragrande maggioranza nata dal nulla e destinata allo stesso nulla, in quanto di stanza in questo deserto di sassi, aspro ed ostile, carente di ogni struttura e servizio base: acqua, luce, fogne, gas. Nada.

Lima e’ una metropoli di quasi 10 milioni di abitanti, la seconda citta’ piu’ popolosa di tutto il Sud America… dove quasi il 50% dei suoi abitanti vive sotto la soglia della poverta’ e le baracche, “quelle” baracche, sono l’unico bene che possiede.

Mi sento fuori posto, come se questo camioncino bianco, che disperde branchi di cani al suo passaggio, stesse violando un territorio troppo lontano dalla mia vita, dalla mia realta’. Capisco che oggi, mi ci sto avvicinando, alla poverta’ autentica.

Guardo quest’estensione sterminata di cartoni, lamiere, legni, corde, pietre… messe insieme a far un tetto… o qualcosa di simile che copra dal sole, non certo dalla pioggia.

La pioggia. E’ questa la cosa che mi salta alla mente…

A Lima non piove quasi mai. Sembra infatti che la perenne nebbia inquinata abbia la beffarda funzione di tappo al rovescio: non permettendo al cielo di arrivare alla terra, alle precipitazioni piovose sulle “case”. Il terrore che mi si scarica lungo la colonna vertebrale e’ generato dal pensiero di quali e quanti effetti devastanti potrebbe avere un eventuale nubifragio su queste dimore e su queste vie sterrate, largamente impreparate a riceverlo… l’idea che tutto cio’ che vedo possa un domani non troppo lontano mescolarsi in un unico fiume marrone, non mi pare tuttavia cosi’ assurda; questa riflessione non smette d’inquietarmi per tutta la mattina.

Le visite a domicilio, mi spiegano i miei compagni di viaggio, sono sempre organizzate prima. Benche’ non si possano avvisare le famiglie telefonicamente, per logiche ragioni (semplicemente perche’ questa gente non ha NULLA, dunque nemmeno il telefono). Alle persone del posto pero’ il furgone dell’Hogar e’ sempre piu’ familiare e, dove prima c’era diffidenza, ora c’e’ un sorriso, anche se malato.

Visitiamo le famiglie, una dopo l’altra, perdendoci, per raggiungerle, almeno una decina di volte, nel labirinto di fango secco che sembra circondarci. Faccio qualche foto, impietrito… ai figli di una mamma, seguita dai cammilliani… giocano con alcune scatolette di latta nella piccola aia di terriccio antistante la loro “sistemazione”… ridono…

Il peruviano in condizioni di miseria estrema, come del resto si sente dire di molte altre popolazioni sudamericane, e’ tenace e sorride sempre alla vita, anche’ quando le cose non vanno granche’ bene…

Me ne convinco anche dal numero imprecisato di bandiere biancorosse del Peru’ che sventolano alla mia vista… queste famiglie disgraziate sono alla fame, ma mostrano con orgoglio la loro dignita’.

“Siamo della parrocchia”, diciamo alle persone. Qui, anche tra poveri, c’e’ moltissima discriminazione, mi spiegano. E quindi non ci si dichiara appartenenti all’Hogar San Camilo, per non mortificare, agli occhi degli altri, persone che gia’ versano in situazioni, pratiche e psicologiche, complicatissime.

Il gruppo riparte e con le proprie nocche batte una porta dopo l’altra… qualcuno si fa trovare, altrove silenzio…

E’ stato un pugno allo stomaco, questa prima mezza giornata… assestato con mestiere da uno smaliziato sacerdote italiano…

Comprendo perche’ l’abbia fatto, e, come sempre, lo ringrazio. Non sono qui da neanche una settimana e gia’ cose molto diverse mi hanno naturalmente trafitto. Non potevo chiedere impatto piu’ vero.

Ci si muove come un carro bestiame, all’uscita di quest’inferno di tristezza… Noi ce ne andiamo ma la gente rimane li’, ci vive, ci muore.

Una sensazione d’immensa impotenza m’investe…

E rimango cosi’, stupido…

Non trovo altre parole per descrivere cio’ che ho visto stamattina.

Quello che so, per certo pero’, (e che mi riempie di fierezza), e’ che la missione di Padre Zeffirino arriva fin qui, dai dimenticati.

Ritorno all’Hogar silenzioso, taciturno… voglio che queste immagini che hanno impressionato i miei occhi come fossero una pellicola, decantino, nella mia personale ed intima camera oscura.

Arriviamo alle 15 passate, Alex ha cominciato a lamentarsi per la fame gia’ verso le 12e30, divoriamo con compostezza zuppa e secondo piatto e ci disperdiamo, ognuno alle sue cose.

A me, hombre de trabajo, toccano i “soliti” camion da scaricare e casse da movimentare, fino a tarda sera… Mi riposo facendo un paio di volte la pipi’ (qui l’effetto-sopa gioca a mio favore, stavolta…) e discorrendo non piu’ di 10 minuti con Paolo dei bambini di AIB, apprendendo le modalita’ di istruzione ed esperimento del progetto di AAD.

Lavoro senza pensar troppo alla fatica, questo pomeriggio… la mia mente e’ troppo impegnata a fare ordine, a cercare di scomporre, di depurare…

Lascio fluire i pensieri sino a stordirmi… penso pure che da quando sono in Peru’ non ho speso un centesimo… non ho nemmeno cambiato i soldi, ho ancora un mucchio di euro con me e nessun soles… Qui, per la vita che faccio, il denaro non serve. I pasti e l’alloggio me li guadagno lavorando… Mi sfiora perfino il pensiero che se stessi qui un annetto potrei rimettere in sesto i miei conti correnti (!!!)… ma e’ un riflesso fugace che evapora presto con il salir della sera…

Prima di cena Padre Zeffirino, quasi imbarazzato per la mole di lavoro che ho sviluppato nel solo pomeriggio, mi regala una tavoletta di cioccolata (l’ho ricevuta come Cannavaro ha potuto ricevere la Coppa del Mondo…); poi il “dramma”: tra i latrati di brina, ho DOVUTO rifare la doccia…

La cena scorre familiare, tra gentilezze e affettuosita’… Gabriela mi prepara una salatissima insalata a parte (ha gia’ imparato che non gradisco molto l’aceto), Padre Zeffirino offre a tutti della buona frutta e, a fine pasto, dei biscotti al burro che il convivio accoglie con euforia.

Diamo seguito alla nostra “buona azione della sera”, dalla quale torniamo, sorprendentemente e per la prima volta, riportandoci del mangiare indietro: li abbiamo sfamati davvero tutti, ed a sufficienza !

Domani compiero’ la mia prima settimana, da quando sono partito.

Mi sembra una “vita”… sia da quando sono qui, perche’ e’ stato forte e rapido il mio inserimento nella quotidianita’ dell’Hogar, sia da quando manco da casa… perche’, nonostante l’esperienza umana che sto avendo la fortuna di vivere (e l’enorme distanza…) e’ profondo in me, sempre, il senso di appartenenza alle “mie” persone.

Buonanotte a voi, amori miei…

Oscar

Giorno 5, LE STRADE

LE STRADE

Lima 17 luglio 2008

Nel mio quinto giorno, quello che comincia prima degli altri, frego la sveglia e la prendo alle spalle: 4.45, segna il quadrante blu al mio polso destro… Per la verita’, devo ringraziare i litri di sopa che ingurgito quotidianamente, perche’ se mi levo cosi’ presto e’ solo perche’ la notte mi restituisce la vescica delle dimensioni di un pallone da basket, e, ad un certo punto, devo pur fare qualcosa.

Cosi’ mi alzo; la stanchezza e’ fissa, come un clacson incantato.

Ma non e’ tempo di ciance, mi lavo con i cubetti di ghiaccio che vengono fuori dal rubinetto di cui e’ dotato il mio “spazio igienico” e volo al piano di sotto, dove mi aspetta Mario per caricare le casse da portare a Cañete e preparare un po’ di colazione da consumare in viaggio.

“15 sandwich, con l’immancabile mermelada de fresa, dovrebbero bastare…”, penso mentre avvolgo i panini nella carta assorbente; prendiamo una bottiglia di yogurt naturale da bere e “salpiamo”.

Siamo in tre, io, Mario e Julio (un autista), per le strade di Lima, con un super-furgone Renault, quando non sono ancora le 6…

Usciamo dalla citta’ che si sveglia piano, nelle luci celesti del primo giorno… Julio ci racconta d’esser stato aggredito poco prima, nel venire all’Hogar, in tre l’hanno assalito e lo hanno derubato (24 soles ed il cellulare, il bottino); Lima e’ cosi’, non ti puoi fidare, mai.

Imbocchiamo l’autopista, la mitica carretera Panamericana, la dorsale sudamericana che, ai piedi della lontana cordillera argentina, diventa la epica Ruta 40… Attraversiamo paesaggi monotoni e per questo affascinanti… la parte desertica del Peru’ non si fa attendere; costeggiamo l’Oceano Pacifico, puntando a Sud, destinazione Cañete.

Ci arriviamo dopo quasi due ore di sobbalzi e sabbia, asfalto e oblio… Si’, oblio, perche’ qui sembra che la vita si sia dimenticata di se stessa… ci sono villaggi fatti di “case” che altro non sembrano che scatole di scarpe, vecchie e rotte, separate da vie di terra gialla e vento…

Non hanno servizi, questi posti, ma sono pieni di gente, sporca e brulicante.

Cañete, piccolo assembramento di casupole semidiroccate il cui nome completo e’ Vicente de Cañete, e’ una nuvola di polvere in cui si muovono sciami confusi di mototaxi a tre ruote precari e coloratissimi, e’ tutta una confusione di gente e bambini, cani che rovistano nella spazzatura e vecchi che spingono bancarelle con le ruote, tra i gas di scarico di ingorghi e via vai di malandate macchine degli anni ’80…

Lo scorso anno, questo centro abitato ha subito gli effetti di un brutto terremoto (sisma di 2 minuti, mi raccontera’ poi Paolo, con scosse di assestamento per i seguenti due mesi…); d’allora, tutto e’ rimasto com’era, distrutto e abbandonato. La gente ha accettato l’evento con rassegnazione, adattandosici con lentezza tutta latina.

Scarichiamo le casse a “casa” di una signora corpulenta e sorridente, i figli ci aiutano con buona volonta’, chiaccheriamo qualche minuto, il tempo di ritirare una busta di plastica piena di pomodori per Padre Zeffirino (il loro ringraziamento per il gesto di carita’), e ripartiamo alla volta di Lima.

Ho sempre creduto che il cambio di prospettiva, nelle cose, aiuti a scoprire nuovi lati, oscuri e nascosti, prima sfuggiti… invece fare questa strada al contrario non aggiunge niente al nulla. Se non la sensazione che, fuori da Lima e dalla sua asfissiante concentrazione urbanistica, non ci sia nient’altro che terra.

Torniamo al centro che gia’ il giorno qui e’ ad uno stadio avanzato: oggi e’ giovedi’, il turno delle mamme incinta (las embarazadas). Ma non ho il tempo di far un giro su me stesso che sono nuovamente a bordo del furgone, stavolta solo con Julio, con destinazione la sede peruviana di “Madre Coraggio”, per ritirare alimenti e medicinali per neonati, donati all’Hogar San Camilo dalla Caritas Humanitaria.

Julio e’ un tipo di grande intuito; lo capisco quando mi accorgo che approfitta del nostro mandato al prelievo della donazione per compiere un giro ozioso che mi faccia vedere un po’ di Ciudad…

Cosi’ i miei occhi scintillanti di curiosita’, si muovono rapidi tra gli edifici colorati del centro della capitale del Peru’; la macchina fotografica e’ all’Hogar, praticamente l’avrei potuta lasciare a Siracusa… visto che se provo a portarmela dietro rischio un agguato dietro l’altro…

Passiamo davanti al giallissimo Monasterio di San Francisco e a fianco alla Iglesia di Santa Rosa, cosi’ scorron l’Ayuntamiento e il Rio Rimac (il torrente che cruza Lima) ed altre strade popolate da centinaia di limeños in perpetuo fermento.

L’impressione che si siede sul furgone accanto a me, lungo la strada di ritorno alla base, e’ quella di trovarmi in una citta’ troppo grande, con troppe persone e troppo poco lavoro e troppo poco denaro… la sensazione netta e’ quella di essere all’ultimo centimetro di una miccia accesa: Lima sembra potenzialmente una “bomba”. Tutti DEVONO vivere, in qualche modo; lecito o illecito. E’ una battaglia che sembra ripetersi uguale a se stessa un giorno dopo l’altro… e avanti cosi’…

Ho ancora in testa questo pensiero quando rientro tra i quattro corridoi del “mio” chiostro giallo e blu.

Mangio tranquillo, ormai il rito e’ diventato meccanico; fin dal mio primo giorno qui, mi e’ stato assegnato un cassetto di plastica, nel grande armadio presente in cucina, dove riporre le mie stoviglie.

Vicino la maniglia c’e’ scritto “Martin”, ma non ho chiesto chi sia ne’ che fine abbia fatto… (anche se posso immaginarlo…), so solo che quello e’ il posto delle “mie” cose per mangiare, che lavo, come tutti, al termine di ogni pasto. Ed anche di questo.

Nel pomeriggio guardo le madri. Le future mamme dei bambini che portano in grembo… hanno la paura negli occhi, distinguibile senza alcuna abilita’… loro, “positive”, che per il loro cucciolo sperano in un miracolo… di cui avranno conferma solo quando il bebe’ avra’ quasi due anni; prima di quel tempo, infatti, il virus non si manifesta nemmeno ai controlli medici piu’ avanzati.

C’e’ un sole pallido nel cielo bianco, ma c’e’; chiacchiero con Padre Zeffirino, con Gabriela, con Paolo… sono momenti belli, pieni di serenita’. Sembriamo una famiglia e non lo siamo. O forse si’, in qualche forma.

Con Paolo parliamo delle vacanze dei bambini che inizierebbero il 26 luglio; forse, per tutta una serie di cose su cui ci confrontiamo apertamente, Huancayo (3400mt s.l.m., a nord-est di Lima) potrebbe essere la mia destinazione. Ma si vedra’.

Con Gabi ci intratteniamo invece giusto una ventina di minuti. Mi racconta che e’ venuta qui il 14 maggio di quest’anno… in furgone !!! Un viaggio figlio della perdita di un’amica “divina” (cosi’ la definisce), fatto senza soldi ma con una forte determinazione… tre giorni, da Mendoza a Lima, attraversando il nord del Cile, per realizzare questo suo sogno… per il quale ancora non si vuole svegliare…

Nel medio pomeriggio mi occupo di alcuni lavori di cartoleria che svolgo per conto di Maribel; sistemo certi articoli di giornale sul VIH (la sigla dell’AIDS in peruano) che andranno attaccati nella bacheca informativa.

Chiudo la tarde con una partita di pallavolo con i lavoranti dell’Hogar; sabato e domenica ci sono i Giochi Camilliani per gli adulti, ed io, anche qui, non fatico per conquistarmi un posto in squadra: per il weekend l’Hogar potra’ contare su un nuovo jugador.

La cena e’ stata la migliore da quando sono qui. Anche se Padre Zeffirino non ha servito vino, stasera. Ha invece tenuto un discorso sull’importanza dell’alimentazione per combattere il virus… E’ fermamente convinto che il metodo, la pulizia, la corretta nutrizione, la cura di se stessi, il movimento e l’interazione con gli altri siano strumenti molto potenti contro l’avanzamento della malattia; ha battuto tanto, su questo punto.

“Somos una comunidad”, ha detto alla fine… spiegando che anche il reciproco aiuto e’ fondamentale. Credo intendesse non solo nella circostanza.

Domani dovrei esaminare con Paolo le schede dei 30 bambini “seguiti” da AIB, organizzare dei lavoretti da portare in Italia e valutare chi di loro andra’ dove a trascorrere le prossime vacanze invernali.

Ultimo queste righe dopo aver svolto il servizio di “catering” esterno, anche stasera; ormai los pobres mi conoscono e mi riconoscono, mi salutano, mi augurano la buonanotte…

E’ incredibile scoprire dove possa trovare rifugio tanta semplicita’… in questi miei inconsapevoli “amici” peruviani, educati e gentili…

Buonanotte a voi, stasera, amici poveri… giammai poveri amici.

Oscar

Giorno 4: si lavora

SI LAVORA

Lima 16 luglio 2008

Mi sveglio stanco ma “all’orario”; ormai conosco i ritmi della mattina e so di potermi concedere una decina di minuti al vestusto pc (un IBM post-bellico) per comunicare via mail con il resto del mondo (per telefonare serve la vincita del jackpot al superenalotto peruviano…).

Consumata la colazione ormai “secca”, ovvero fatta di solo mangiare e niente bere, ci vediamo distribuire delle magliette arancioni da Padre Zeffirino, ma qualcosa mi dice che non si tratta della rivincita di ieri sera… Uso il plurale perche’ siamo io, Mario (un altro “ospite positivo” dell’Hogar, un instancabile tuttofare…) e due giovani seminaristi colombiani, adepti camilliani.

Ci spostiamo al centro nuovo e i muscoli, ben piu’ perspicaci di me, mi cominciano a dolere… Gia’, c’e’ il nuovo auditorium da svuotare, roba da “poco”. Le magliette arancioni capisco tardi che rappresentano il tentativo malriuscito del Beruschi peruano di “addolcire la pillola”…

Non so dire quanti viaggi di carico e scarico abbiamo fatto con scatoloni di tutte le forme e dimensioni dal primo piano al sotterraneo, ma c’e’ da star certi che se Padre Zeffirino, che in certe situazioni mi guardo bene dal definire magnanimo, ha comandato 4 persone, quello che si sta svolgendo occuperebbe allo sfinimento almeno il doppio del nostro numero. Ma tant’e’.

Lavoro come un mulo, pensando continuamente che il volontariato e’ un’azione a tutto tondo, ed esserlo significa fare qualcosa che qualcuno dovrebbe in ogni caso fare… la vedo cosi’, anche perche’ in questi casi un po’ di filosofia aiuta…

Arriviamo al pranzo trascinandoci.

Siamo tantissimi oggi, i bambini non li ho visti neanche col binocolo, cosi’ tanti che nel chiostro non c’e’ piu’ posto; decido di mangiar dentro, con Orlando, lasciato solo. Parlottiamo durante il pasto, lui si sente considerato e si tira un po’ su, gli regalo con gioia la mia razione di riso in bianco (non ne posso gia’ piu’), lui arriva anche a sorridere, mi parla di Arequipa e dell’Hogar di laggiu’.

Terminato il pranzo me ne andrei a letto, cosi’, a riposare un po’ e a godermi i piccoli al mio risveglio… invece non va propriamente cosi’.

Il Generale chiama, i soldati rispondono o devono farlo. Io tra questi.

Cominciamo a movimentare una quantita’ di giocattoli mai vista, bambole, macchine, giochi da tavolo e diavolerie d’ogni genere e specie, e di vestiti, nuovi, vecchi, usati, di tutte le taglie e per tutte le stagioni, posti alla rinfusa in una stanza che si affaccia sul porticato; spostiamo un’infinita’ di oggetti dalle casse, li selezioniamo, li ricoveriamo nuovamente in cartoni o buste di plastica, li andiamo conservando nelle soffitte del centro… Passiamo tutto il pomeriggio, diretti magistralmente dal sommo compositore di fatiche concentrate, a svuotare un’intera sala e a “produrre” una trentina di casse su cui Padre Zeffirino fa scrivere con un pennarello rosso la dicitura: CAÑETE.

Dei bambini sento solo il pianto e gli strilli, le voci, nella migliore delle circostanze…

In ultimo, prima della cena “de los trabajadores”, il Capo mi manda con Jesus a smontare tutti i sedili del furgone 16 posti (tranne i tre anteriori) perche’ domani mattina presto il mezzo dev’essere pronto per partire…

Sono disintegrato, arrivo a sognare delirante quell’assurdo “letto” che mi ritrovo…

A cena, il colpo di spettacolo.

Mangio l’immancabile sopa silenziosamente… scruto l’orologio e non vedo l’ora di abbandonarmi al sonno, sempre abbondante.

Ed e’ li’ che Padre Zeffirino cala la mannaia… “Ti vedo silenzioso” – ghigna – “va’ a letto presto stasera…”, e fa una pausa sinistra… poi riprende affondando “che domani devi svegliarti alle 5 ed andare a Cañete !”: jeb d’incontro e dritto al tappeto.

Cañete e’ un pueblo a 150 km da Lima… andremo con Mario, a consegnare ai poveri di la’ tutti i giocattoli e gli indumenti raccolti oggi in “quella” trentina di casse e con “quel” furgone, pronto a partire.

Accetto tutto, sono fatto cosi’, vado volentieri al tappeto, ok… almeno in quei dieci secondi mi riposo !!!

L’aspetto positivo e’ che usciro’ dall’Hogar, vedro’ un po’ di Peru’, nelle 5 ore di strada che ci attendono, tra ida y vuelta, respirero’ aria nuova (smog a parte…).

Chiudo la serata con il solito finale e, di ritorno dalla consegna dei viveri rimanenti ai poveri in nostra attesa, mi soffermo ad ammirare la Cruz Blanca di San Cristobal, tutta illuminata, lassu’, che domina la citta’ quasi buia… Mi piace guardarla e pensare che la ricordero’ con nostalgia… mi lancia lontano i pensieri, me cuida.

Questa notte sara’ corta, come non lo sono i miei giorni in Peru’, lunghi e veloci. E’ gia’ terminato il giorno quattro, ed e’ stato un giorno di molto lavoro. Mi congedo da questi pensieri tenendo bene a mente che sono anche i bambini, a beneficiare di tutte queste cose, di tutto questo spendersi… gli utenti finali, il bersaglio diretto ed indiretto di ogni cosa, qui all’Hogar… ecco il grande tacito insegnamento di Padre Zeffirino, la sua longa manus che tutti protegge, tutti conforta, nessuno dimentica.

Buonanotte, Padre Zeffirino.

Oscar

Giorno 3, LEIDY

LEIDY

Lima 15 luglio 2008

Ormai la colazione e’ diventata un “problema”. Di liquido non mi piace nulla tranne l’acqua ionizzata… loro prendono una specie di intruglio pannoso davvero non commestibile. Vado avanti a panini con marmellata di fragola, fino al disgusto.
Mi impegno con “los medicamentos para los enfermos”, imbottisco cosi’ di pillole e gocce Alex e do’ la pillola delle 8 ad Orlando.
Padre Zeffirino e’ in piedi presto oggi, lo vedo frenetico (ieri e’ arrivato a Lima il cardinale Tettamanzi, suo amico particolare, e vorreb be che venisse qui all’Hogar…), di scatto mi “punta” e comanda: vieni con me.
Usciamo a comprare provviste con una decina di casse vuote e con il furgone; per le strade il solito manicomio con tanto di batticuore, ma giungiamo miracolosamente vivi ad un centro commerciale chiamato Plaza Vea. Anche qui Padre Zeffirino e’ un’autorita’: inservienti dell’ipermercato si mettono a sua disposizione, riempiamo 5 carrelli di solo pollo, poi un altro con un centinaio di teste d’aglio, carote e patate a profusione, innumerevoli limoni ed altre cose previste per la nutrizione dei malati. Guardo i prezzi, Padre Zeffirino mi indica una scatola di Baci Perugina: in vendita alla modica cifra dell’equivalente di 13 euro (!!!); per non parlare della pasta Barilla, presente ma inacquistabile…
Carichiamo con Victor, un aiutante, il furgone fino a stiparlo (le spalle, le braccia e la schiena tengon memoria delle reti e dei materassi di ieri, giu’ per le scale…).
Torniamo all’Hogar che e’ quasi ora di pranzo, ma prima scarichiamo il furgone e separiamo le parti del pollo per congelarle differentemente. Faccio tutto con lena e curiosita’, “l’Hogar e’ come un’impresa” – mi dice il sacerdote italiano – “per mandarlo avanti ci vogliono circa 17.000 euro al mese…”! Mi rimbomba ancora in testa questa frase buttata li’, lungo il tragitto di ritorno… sono rimasto di sale… ma poi ho pensato a tutte le persone che mangiano qui, tre volte al giorno, alle medicine, alla benzina, alle pulizie e a tutto il contorno… e ne convengo: l’Hogar non e’ un parco giochi…
Il pomeriggio arrivano i bambini !!! Quanti sono !!!C’e’ un clima bellissimo ora, bimbi che saltano, ridono, giocano; tutti, a turno, fanno delle attivita’ di “recupero”, di sostegno alle medicine convenzionali, come se fossero delle metodologie alternative usate in maniera complementare: “estimulacion temprana”, per esempio, e’ un’attivita’ che coinvolge genitore e figlio, entrambi malati, e che punta, oltre a rinsaldare il loro rapporto facendovi partecipare non soltanto il bambino, a recuperare eventuali deficienze di sviluppo dovuti alla malattia o ai traumi conseguenti alla conferma di contrazione del virus…
Io fungo da aiutante a Lucrecia, una ragazza che lavora qui il lunedi’ e il mercoledi’ come psico-fisioterapista: “insieme” teniamo la sessione dei massaggi; io doto le coppie (mamma e bambino) di tova glietta e olio medico e Lucrecia spiega ai genitori come massaggiare in modo stimolante i piedi dei propri bimbi.Il tutto si svolge in un’atmosfera di ilarita’ generale per il solletico sofferto dai “pazienti”… Sembra inutile, ma tutti partecipano con cieca fiducia.
Finita la sessione, e’ prevista la proiezione del film “Alla ricerca di Nemo”: mi volto, e ai miei piedi c’e’ una bambina sorridente, spuntata dal nulla,che m’implora di prenderla in braccio (cargame, mi supplica).Non mi sembra vero… salita su, questa bambina abbraccia l’italiano alto e barbuto dell’Hogar, quello “nuovo”, con abbandono. Alleno il mio spagnolo non perdendomi un fotogramma del cartone animato, con la piccola Leidy, questo il su o nome, spalmata su di me.
Leidy e’ una bambina. Come ne ho viste tante… solare, vivace, affettuosa e sieropositiva. Ma e’ una bambina, semplicemente… mi fa vedere i suoi quaderni, mi indica il nome della sua scuola, mangia le caramelle e disegna cuori rossi trafitti da frecce. E’ gelosa, Leidy, del suo nuovo cavaliere; mi tiene tutto per se’, non gradisce che gli altri acquistino confidenza: sono roba sua, ormai. Quando qualcuno ci passa davanti occultandoci lo schermo, educata dice “permiso”, riottenendo la piena visuale.
Ride Leidy, ad ogni battuta, sebbene la storia del pesciolino rosso smarrito l’abbia vista gia’ due volte, mi confessa; nessuno meglio di me puo’ capirla, con il record di visioni della serie di Bud Spencer e Terence Hill che mi ritrovo in curriculum…
Si fa prima sera, i bimbi vanno via, forse rivedro’ Leidy la prossima settimana, si distacca da me con tristezza, la niñita…Il tardo martedi’ qui all’Hogar e’ un “momento deportivo”, e’ di scena infatti la partita a calcetto… Si sparge veloce la voce che c’e’ un italiano, nel centro, ed il mio ingresso in campo, da campione del mondo in carica (vedi Berlino 2006…), viene accolto con rispetto.
Giochiamo quasi 2 ore, le regole sono un po’ strane qui, mi ci abituo in fretta; gioco una partita eccellente e non perche’ i miei piedi siano quelli di Roberto Baggio, piuttosto perche’ i giocatori peruviani sono tutto fumo e niente arrosto. Alcuni sono tecnicamente davvero molto bravi ma tutti, indistintamente, inconcludenti.
Mi ritorna in mente una frase di Henrry all’aeroporto di San Paolo, parlando di calcio per ammazzare il tempo dell’attesa… mi disse “los jugadores peruanos, juegan como nunca y pierdon como siempre”, cioe’ giocano sempre benissimo ma perdono tutte le volte… e calza alla perfezione adesso.
A cena non si parla d’altro e vengo subito visto sotto un’altra luce ancora… anche a Padre Zeffirino arriva la voce… e si sincera che tifi per l’Inter come lui, prima di aprire la bottiglia di vino della serata.
Gabi arriva tardi, e’ stata in ospedale per la visita a “los internados” (ai ricoverati), l’aspetto cenare ed insieme espletiamo il rituale esterno all’Hogar: la cena del povero.
Mi attardo a scrivere queste pagine ed altre, tornato dalla strada.
E’ notte, all’Hogar San Camilo di Lima, una fresca notte, per andare a dormire.
I miei pensieri sono sempre svegli, l’Italia e la mia vita sono continuamente il mio presente, anche da qui.

Buonanotte a te, mondo lontano.

Oscar

Giorno 2, la Gente

LA GENTE

Lima 14 luglio 2008

Il mio secondo giorno qui e’ segnato piu’ dalle persone che dalle cose, piu’ dagli adulti che dai bambini, piu’ dai malati che dai sani.

E mi sorprende che il fatto non mi stupisca, anzi… la cosa ha le sembianze di un risvolto inatteso ma unicamente positivo…

Mi alzo poco prima delle 7, forzando il mio organismo europeo ad adottare rapidamente i ritmi locali ed ostinandomi ad ignorare il robusto fuso orario che prova a non lasciarmi andare…

Mi aggiro tracciando il quadrato dell’intero porticato del centro, finendo in cucina.

Qui, gli “ospiti” dell’Hogar sono gia’ al lavoro per il desayuno…

Padre Zeffirino (gia’ recatosi nel nuovo centro di recente inaugurazione) e Paolo (che vive fuori dall’Hogar, in una casa in affitto) non ci sono, cosi’ cerco un riferimento in Gabriela, svegliatasi poco dopo di me. La seguo con gli occhi in tutto, cercando di imparare quanto piu’ possibile ed in fretta.

La colazione e’ pessima, come quasi tutta la comida, ma imparo a riconoscere i volti dei miei “compagni” ed i loro nomi: Savino (parla come Lerch e si muove pianissimo), Isaia (zoppo, col naso storto e senza l’uso del braccio destro), Zaccaria (il piu’ vecchio, con tre denti distribuiti in ordine sparso), Alex (il piu’ piccolino, tremendo, prende piu’ medicine di tutti), Jon (19 anni ma ne dimostra 11 causa virus…), Orlando (terminale per cancro, sulla sedia a rotelle, la depressione se lo sta mangiando…), Franquin (non vedente, taciturno ed intelligentissimo) ed altri ancora, “positivi” come loro.

La loro diffidenza nei miei confronti s’ammorbidisce col passare delle ore e, soprattutto, vedendo come mi tiene in considerazione Padre Zeffirino…
Le cuoche mi dicono che stanotte c’e’ stato il terremoto, ha vibrato tutto… “del quarto grado” continuano a ripetere… credo Richter, perche’ penso che Mercalli non sappiano nemmeno chi sia quaggiu’…

Io, col sonno di granito che mi ritrovavo, non ho sentito nulla e per questo sono stato un po’ preso in giro: bene – ho pensato – e’ una presa di confidenza.

Con Gabi (cosi’ la chiamano i nostri amici), ci spostiamo al centro nuovo dell’Hogar; piu’ moderno, piu’ pulito ma anche piu’ “freddo”, piu’ spoglio… sembra una clinica. Qui incontriamo Padre Zeffirino che ci divide destinandomi a “smontare” le camere adoperate dai bambini di Arequipa e Huancayo, alloggiati qui in occasione dei Giochi; questa disposizione si traduce nel movimentare 40 reti ed altrettanti materassi dal terzo piano al sotterraneo, dove vengono ricoverati.

L’occasione, oltre a spezzarmi la schiena, porta con se’ il risultato di trascorrere la mattinata con Jaime, 35 anni, sposato, con 2 figli, ed Erica, piu’ grande, separata e sieropositiva, con 3 figli: si occupano di servizi di pulizia per l’Hogar.

Con Jaime facciamo l’inevitabile lavoro di fatica mentre Erica ci viene dietro pulendo le stanze. Con loro parliamo di tutto, mi chiedono dell’Europa, dell’Italia, della Spagna… mi parlano delle loro vite difficili, Jaime arriva a piangere ma riesce a tirare fuori dai denti la frase “tengo confiancia en el mi dia”, e si consola. Ha fiducia, Jaime, che un giorno per lui verra’ la svolta. Intanto si alza alle 5 del mattino, fa 2 ore di autobus per venire a lavorare, poi 10 ore di lavoro e ancora 2 per ritornare a casa: il tutto per uno stipendio di quasi 400 soles mensili, meno di 100 euro…

Ad Erica va anche peggio perche’ e’ separata ed ha un figlio in piu’ da sfamare; Jaime ha comunque una “casa” di proprieta’, Erica vive con i suoi 3 figli da sua sorella… “mangio per sopravvivere” mi dice, il resto lo da’ ai figli, ma quanto guadagna “non basta, non basta…”: sognano l’Europa ed una vita migliore ma sanno gia’ bene che non avranno mai i soldi per andarsela a prendere.

Per pranzo i ragazzi mi vogliono a capotavola, io sono di buon umore, nonostante i racconti della mattina, scherzo con loro e cerco di farli interagire un po’ di piu’ (la condizione psicologica di un malato di AIDS non e’ delle piu’ banali…).

Il pomeriggio scorre cosi’ sereno, c’e’ il sole e sono arrivati gia’ le mamme con i loro figli, i bambini giocano dappertutto… oggi e’ il 14 luglio e mentre in “tutto” il mondo questo giorno viene ricordato per “la presa della Bastiglia”, qui, all’Hogar San Camilo di Lima, in Peru’, e’ il giorno piu’ importante ed atteso dell’anno: ricorre infatti l’anniversario della morte di San Camillo de Lellis, santo italiano, protettore dei malati, come viene riportato in tutti i calendari di ciascuno; cosi’, alle 16e30 ora locale, Padre Zeffirino dice messa (ovviamente in castigliano). E’ un momento di grande partecipazione e condivisione, tanto sentito qui, si canta, ci si abbraccia e l’intensita’ della funzione la si puo’ cogliere facilmente negli occhi lucidi dei partecipanti all’assemblea.

Finita la celebrazione, mi intrattengo a chiacchierare con la piacevolissima Maribel, che sogna l’India…

Si cena tutti insieme, Padre Zeffirino mi vuole al suo fianco, mi coccola stappando una bottiglia di vino cileno del 2005 che mi scolo praticamente da solo (lui e’ astemio ed i malati non possono assumere alcol poiche’ sotto cure mediche) ed, infine, mi offre il suo frutto preferito: il pompelmo rosa. Lo mangio senza opporre resistenza (sono quasi ubriaco…), Padre Zeffirino annuisce senza fiatare… che personaggio… sembra Enrico Beruschi con la barba bianca… lui e’ cosi’, diretto e rapido, fa senza dirti, ordina senza spiegarti, dispone e devi solo eseguire… molte volte non comprendo le finalita’ di certi suoi atteggiamenti… ma e’ bello… bello sapere perfettamente che se non capisci qualcosa sei sempre tu a non “arrivarci” e mai i suoi gesti ad essere insensati; s pero che il tempo che trascorrero’ qui m’aiuti a sciogliere ogni foschia in merito. O almeno qualcuna.

Non prima d’avermi adeguatamente istruito sulle medicine da dare ai malati (domattina sara’ la mia prima volta…), con Gabriela andiamo dai “nostri” poveri a portar loro la cena… e’ un qualcosa, questo servizio, che ha dell’incredibile, mi tocca… questo gesto semplice e grande insieme… divido riso e sopa e pollo e mentre lo faccio penso a quando mi ritrovero’ a casa, lontano migliaia di chilometri da qui, e ripensero’ a questi momenti forti e mi chiedero’ cosa avro’ fatto mai per meritarmi la fortuna, io, proprio io, di dar da mangiare a queste persone…

Anche stasera andro’ a letto senza insonnia.

In questa esperienza ci sto entrando in punta di piedi, con morbidezza… anche se qui, all’Hogar, mi sento gia’ “di casa”… e mai avrei creduto di poter riuscire a provare questa sensazione cosi’ precocemente.

Domani verranno qui i bambini dei progetti di Adozione A Distanza (AAD) sostenuti dalla fondazione Aiutare i Bambini (AIB) e li conoscero’, finalmente.

Buonanotte Peru’

Oscar