Giorno 1 bis, arrivo a Lima

ALL’HOGAR

Lima 13 luglio 2008, ore 22 locali

La mia giornata di 35 ore volge al termine. Sono letteralmente distrutto.
Ma cominciamo con ordine a ripassare questo arrivo senza fine.
Il volo della compagnia di bandiera peruviana non e’ malissimo, anche perche’, snack finto a parte, mi faccio tutta la traversata dormendo…
E poi la “bajada” per l’atterraggio…
Mucha niebla, senza discussioni.
La bruma grigia di Lima mi accoglie senza simpatia. La citta’ appare infatti (quasi tetra) solo dopo aver visto quella nebbia. Quello strato di qualcosa che, mi diranno, “non se ne va via mai”: rimane lassu’, sospesa sulla citta’ a 30 metri d’altezza, si traveste da cielo plumbeo, immobile e persino un po’ triste.
Quella spessa cappa d’umidita’, che opprime l’immenso centro abitato per quasi otto mesi l’anno, e’ chiamata “garua”.
All’uscita dell’aeroporto, dove avverto l’aria immediatamente cosi’ pesante che m’affatico a respirare, mi attende Valentin, l’autista dell’Hogar San Camilo.
Dalla guida estrosa del conducente peruviano ho di riflesso pensato che Schumacher doveva avere un cugino quechua e che quel cugino deve essere inequivocabilmente ai comandi di quella carretta che ha la presunzione di condurmi sano e salvo alla meta, tra strade dissestate e caos totale.
Chiacchiero con Valentin, e capisco che se sai “guidare” a Lima allora sei un vero asso del volante.
Nei 16 km che separano l’aeroporto internazionale Jorge Chavez, nella Provincia Costitucional de Callao, dal centro della capitale, vedo gia’ di “tutto”…
In questo biancastro immanente che é il cielo di Lima, vedo le case…
Quelle del quartiere di San Cristobal, per esempio… baracche onnipresenti, fatte di lamiere e travi di legno marcio, a migliaia, l’una appoggiata all’altra… viste dall’alto appaiono come dei piccoli quadrati marroni, sembrano una miriade di dadi gettati lí, nel vuoto…
Arriviamo all’Hogar (ringrazio Valentín al quale so giá di dover la vita…), nel centro storico della Ciudad de los Reyes, chiamata cosí “perche’ fondata il 6 gennaio – di quando non ricordo – dal conquistador spagnolo Francisco Pizarro” (mi ha spiegato il mio secondo amico peruano, dopo Henrry).
L’Hogar San Camilo si trova in un quartiere popolare dal nome ingannevole di Barrios Altos (quartieri alti), attiguo al Convento de la buena muerte e a due passi dal Palazzo del Parlamento.
Arrivo e vengo catapultato dentro questo comprensorio immenso fatto di giardini e patii, corridoi, ge nte, porticati, dormitori, cucine e mille altri labirintici meandri; attraverso sciami di bambini che mi guardano curiosi: sono un bianco, alto e con le valige.
Vengo condotto direttamente da Padre Zeffirino Montin, il responsabile italiano dell’intero centro. Mi accoglie con spirito fraterno (“non mi aspettavo fossi cosi’ alto” e’ l’espressione che anche altrove ho gia’ sentito…), mi abbraccia come se contasse sul mio arrivo e potesse condividere, con qualcuno della stessa cultura e mentalita’, quella sua esperienza infinita. E’ entusiasta, ed io con lui.
Mi spiega che oggi ci sono oltre 400 bambini con le loro famiglie provenienti dagli Hogar di tutto il Peru’ (!!!) per disputare i Giochi Camilliani, delle attivita’ sportivo-ricreative per i bimbi. “Sono tutti sieropositivi” mi dice, quasi a voler fugare subito qualche naturale dubbio o potenziale confusione.
Sorrido, poso le valige e mi metto al lavoro: qu i e’ quasi ora di pranzo.
Sposto decine e decine di sedie con un inserviente zoppo che scopriro’ chiamarsi Esteban, distribuisco ciotole di sopa caliente con Maribel e Aurora, due risolutissime signore sulla cinquantina con i bicipiti di Cassius Clay, con le quali familiarizzo convenientemente e che, presomi in simpatia, mi arruolano anche per i secondi piatti: spaghetti scottissimi (qui li chiamano “tallarin”) conditi con un pesto tremendo e tonno, dove sopra si pongono 2 patate lesse intere, il tutto annaffiato da una salsetta ai peperoni piccantissima. Sembra impossibile, ma si mangiano quella “cosa”…
Le occasioni di contatto sono molteplici e facilissime; sfruttando la mia posizione di potere (cocinero) scherzo con qualche bambina smorfiosa… E poi conosco Paolo (Paólo, come lo chiamano qui…), il secondo ed ultimo italiano dell’Hogar.
Paolo ha 24 anni ed e’ il responsabile dei progetti di coope razione internazionale per il centro, e dunque anche di quello che mi coinvolge. Lo torturo di domande e curiosita’, lui risponde simpatico e puntuale, comprendendo alla perfezione la mia brama di sapere, conoscere, capire.
Dopo aver sfamato mezzo mondo, consumiamo un po’ di sopa insieme (sara’ il mio settimo pasto “oggi”…) e poi m’invita ad uscire dall’Hogar per andare a prendere la sua fidanzata polacca che lo ha raggiunto li’ (lei e’ di Lodz, 200 km da Cracovia e lui la chiama Paolina, ma non ho chiesto perche’ mai…); accetto di buon grado (“faccio qualche foto”, penso), ma mi guarda e mi dice: “posa la macchina fotografica, qui e’ pericolosissimo”, eseguo senza alternative. Mi racconta molte cose, dei disservizi e dei decadenti contrasti che qui convivono in inscindibile mescolanza…
Ci si trascina cosi’ a fine giornata, sistemiamo tutto sotto gli ordini del Generale Zeffirin o. Ma non e’ ancora finita qui… Mi presentano Gabriela, una ragazza volontaria come me, argentina di Mendoza, che sta qui da quasi 3 mesi. Insieme prepariamo almeno 300 panini per i bambini che nella notte ripartiranno per i rispettivi centri peruviani…
Sono stanchissimo, davvero… riesco a mala pena a scambiar ancora due chiacchiere con il loquace Jesus, fattorino sieropositivo dell’Hogar che e’ “contento che io sia qui”, mi dice. Poi il saluto ai bambini che ripartono (le femminucce mi abbracciano e mi baciano, i maschietti mi battono il cinque) ed infine l’ultima emozione forte della giornata: finita la nostra cena (eravamo solo in 50…) Padre Zeffirino mi dice: “Oscar, accompagna Gabriela a dar da mangiare ai poveri.”. Ci armiamo dei resti di sopa e pollo della nostra cena e usciamo dal centro, che di notte significa sfidare Hulk con uno scacciamosche.
Facciamo rapidamente circa 500 metri a piedi con i nostri pentoloni e, ai piedi di una chiesa, si forma in men che non si dica una coda ordinata e silenziosa di una trentina di persone. Sono emarginati ed indigenti che raccolgono il liquido caldo con buste di plastica e mezze bottiglie rovesciate… sono poveri ma con la dignita’ d’esserlo… una “fotografia” che non dimentichero’ mai.
Ritornato al centro, ormai disfatto, Padre Zeffirino mi indica una stanza fatta preparare apposta per me. Capisco che mi sta concedendo un lusso dal fatto che mi ribadisce 100 volte che dormo da solo ed ho il “bagno” in camera…
Beh, sorvolo su tutto, dico solo che certi rifugi basici del Cammino erano lo Sheraton a confronto… ma la stanchezza e’ tale e tanta che “mi faro’ una doccia” penso. Sulla porta aggiunge: “Ah, l’unica cosa e’ che qui non c’e’ acqua calda, buonanotte.”. Registro quest’ultima informazione con un sorriso alla Jack Nicholson. A men.
Si chiude cosi’ il mio giorno uno.
Che succedera’ domani ?!? Beh, semplice… domani vedro’, cosa succedera’.

Hasta mañana, niños peruanos…

Oscar

Giorno 1, arrivo in Brasile: Incontri e attese

INCONTRI E ATTESE

Aeroporto Internazionale di San Paolo, 13 luglio 2008

E’ una lunga notte, questa.
La stretta al cuore della sera italiana di ieri s’e’ allentata fino a dileguarsi del tutto…
Ora rido, rido come un deficiente nel cuore del buio brasiliano…
Rido ancora di piu’ pensando che emissari dell’Inter hanno fatto piu’ strada di me per assicurarsi le prestazioni di quell’incapace di Burdisso…
Il viaggio e’ stato… “istruttivo”… 291 passeggeri che stipavano all’inverosimile l’aeromobile… Una cinquantina di loro, probabilmente adolescenti di ritorno da un viaggio in Europa, ha inscenato una torcida forsennata per tutta la durata del volo, come se a pilotarlo ci fosse Pele’ in persona !

Ho consumato da bravo la cenetta sintetica, dormito poco o nulla (causa carnevale di Rio a bordo…) e incamerato la colazione di plastica… Sembrerebbe essersi consumata una “tragedia”, ma questo volo intercontinentale riesce comunque ad essere ancora meglio del treno di Ciccio Pecora Siracusa – Milano…
Ora sono contento… Monta una spontanea euforia…
Sposto le lancette del mio “swatch da combattimento” e aspetto il prossimo volo per la mia destinazione (che curiosamente in spagnolo si dice destino…).
Tredici sono i gradi che mi hanno accolto qui, a ricordarmi quanto lontani siano i 45 di mercoledi’ a Siracusa e quanto la popolazione carioca debba ancora attendere per un’estate che possa chiamarsi tale… In compenso il micropile del Camino, richiamato alle armi, si rende utile anche quaggiu’. Bene – penso – l’equipaggiamento per ora “risponde”.
Attendo la coincidenza per Lima in co mpagnia di Henrry, un limeño (abitante di Lima, ndr) che lavora e vive a Torino e torna in patria a trovare la sua famiglia. Mi ha fatto i complimenti per il mio spagnolo (che per la verita’ fatica poco ad essere migliore del suo italiano…) e la cosa mi ha dato ulteriore fiducia…
Mi ha raccontato che e’ laureato in pedagogia e fa l’operaio, il tornitore, per l’esattezza… Ora va a ricongiungersi con moglie e figli per il periodo di pausa estiva italiana…
Un’altra storia nella storia…
Come quella di Padre Mimmo, conosciuto giovedi’ sera, in occasione del commiato dalla mia famiglia, e che, chiacchierando del piu’ e del meno, mi ha inconsapevolmente fatto risparmiare 70 euro !!! Come ? Beh, al peso, durante il check-in d’imbarco del primo volo (Catania – Roma, ndr), il mio bagaglio ha fatto registrare 23,9 kg… ben 8 kg oltre il peso consentito da quegli ottusi della WindJet… Ho detto loro tempestivamente “i volonta ri ed i missionari hanno diritto, per legge, al doppio del peso trasportabile”, ripetendo a pappagallo la dritta di padre Mimmo. HECHO ! Fatto… I funzionari della compagnia, credendo d’aver difronte un principe del foro o la reincarnazione di Gandhi, hanno ceduto dinnanzi alla sicurezza ostentatagli da un tizio alto e barbuto (che sarei io…). E cosi’, il primo segnale di questo viaggio ha griffato l’inizio della mia storia…
Ora questo incontro con il simpaticissimo Henrry, che siede paziente alla mia destra, in attesa del volo della LAN Peru’, schedulato per le 8.25 pauliste.
E si aspetta, allora…
D’altronde sono un italiano, in un aeroporto del Brasile, alle 5.48 ora locale, con la guida del Peru’…
Attendo dunque di buon grado.
“Solo” altri 3500 km e 5 ore di volo mi separano da Lima… e dall’Hogar San Camilo… e dai bimbi… la mia “casa” ed i miei “fratellini”, per il prossimo mese…

Hasta pronto, corazones…

Oscar

Volontariato, aiutare i bambini: Diario di (da) Oscar

“Per me il volontariato è come un boomerang emozionale, una forma di investimento su se stessi” dice un mio carissimo amico…
Sono migliaia, anzi centinaia di migliaia: i volontari; persone normali come noi che dedicano parte del loro tempo libero (e quasi sempre non solo quello) agli altri, ad aiutare quelli che da soli non ce la fanno, per malattia, per problemi economici o per solitudine, la stessa che spesso uccide lentamente chi è solo e privo di affetti.
Aiutano a costruire case, ospedali, pozzi d’acqua, scuole e con la loro positività riescono a far splendere un sorriso a chi non ha più forza o voglia di farlo o a riscaldare un cuore raggelato dal dolore causato dall’egoismo degli altri uomini.
E proprio adesso, mentre la maggior parte di noi (o chi se lo può permettere) progetta o vive già le vacanze nelle località turistiche, c’è chi decide di vivere le proprie ferie in un modo completamente diverso donando giorni della propria vita ad altre persone, spesso sconosciuti che non hanno mai visto.
Il mio amico Oscar Lo Iacono è uno di questi; grazie alla Fondazione “Aiutare i bambini” è appena partito per il Perù dove trascorrerà 45 giorni a contatto con i bambini sieropositivi di Lima (una delle città più inquinate del mondo).
I bambini del Perù Il vissuto di questi giorni verrà riportato in queste pagine creando un vero e proprio diario di questa esperienza peruviana.
Ecco il Diario di Oscar.

Giorno 0, la partenza

TODO SE CUMPLE

Questa storia comincia da qui.
Da queste panchine d’acciaio grigio del satellite C, alle partenze internazionali dell’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino…
Ci siamo.
E’ ancora Italia, Europa… per poco.
Per quanto abbia fatto i biglietti da molto, non ho mai immaginato questi momenti di vuoto, questi frattempi, spazi da viaggiatore in attesa…
Domani sarò in Sud America, Brasile di mattina, Perù al pomeriggio. Sembra buffo ma è tutto vero.
Molta gente in questi giorni mi ha chiesto “come stai”, “come ti senti”… Sinceramente ora che è l’ora, non lo so. E’ un misto di dubbio ed adrenalina, di paura ed entusiasmo, d’incertezza ed energia… Di curiosità e prova.
Sì, prova… Quella che impongo a me stesso. Di affrontare e di superare, con fiducia, non con forza… Non ci sono eroi qui, solo persone normali, che vogliono spingersi oltre, guardare oltre la tenda azzurra della propria vita… PROVARE a partecipare quella degli altri, di altri molto diversi e forse tanto uguali a noi…
Molta gente in questi giorni mi ha chiesto se fossi “pronto”…
Pronto, ma che vuol dire “pronto”…
No, non lo sono e allora? Non c’è soluzione se non quella di partire. PRONTO lo sarò là, credo.
Penso sempre al limite personale che mi sto costringendo a superare… per crescere un altro po’, per vedere cose lontane e nuove, con cui ho bisogno di confrontarmi.
Vado verso un Grande Nulla, che dovrà essere per forza Qualcosa al mio ritorno.
E’ la mia prima volta.
Come il primo tuffo dallo scoglio, “quello alto”, quando si è ragazzi… quanti vai e vieni, prima di buttarsi, quanti ripensamenti ed incitamenti… E poi, una volta staccati i talloni verso quel blu liquido… la libertà… E l’idea di aver fatto qualcosa che saremmo pronti a rifare senza troppo rimuginare…
E’ così, il giorno zero di questa storia.
Si veste della mia maglietta gialla su cui campeggia la scritta “AIUTARE I BAMBINI ogni giorno, davvero”.
Mi specchio in una vetrina e rileggo questa frase fino a spiegarmi che, forse, se sono qui, se sono arrivato fin qui… allora… sono pronto. Davvero.

Buena onda y mucha suerte, Santiago.
Aquì y ahòra, todo se cumple…
De verdad.

Oscar