Giorno 4: si lavora

SI LAVORA

Lima 16 luglio 2008

Mi sveglio stanco ma “all’orario”; ormai conosco i ritmi della mattina e so di potermi concedere una decina di minuti al vestusto pc (un IBM post-bellico) per comunicare via mail con il resto del mondo (per telefonare serve la vincita del jackpot al superenalotto peruviano…).

Consumata la colazione ormai “secca”, ovvero fatta di solo mangiare e niente bere, ci vediamo distribuire delle magliette arancioni da Padre Zeffirino, ma qualcosa mi dice che non si tratta della rivincita di ieri sera… Uso il plurale perche’ siamo io, Mario (un altro “ospite positivo” dell’Hogar, un instancabile tuttofare…) e due giovani seminaristi colombiani, adepti camilliani.

Ci spostiamo al centro nuovo e i muscoli, ben piu’ perspicaci di me, mi cominciano a dolere… Gia’, c’e’ il nuovo auditorium da svuotare, roba da “poco”. Le magliette arancioni capisco tardi che rappresentano il tentativo malriuscito del Beruschi peruano di “addolcire la pillola”…

Non so dire quanti viaggi di carico e scarico abbiamo fatto con scatoloni di tutte le forme e dimensioni dal primo piano al sotterraneo, ma c’e’ da star certi che se Padre Zeffirino, che in certe situazioni mi guardo bene dal definire magnanimo, ha comandato 4 persone, quello che si sta svolgendo occuperebbe allo sfinimento almeno il doppio del nostro numero. Ma tant’e’.

Lavoro come un mulo, pensando continuamente che il volontariato e’ un’azione a tutto tondo, ed esserlo significa fare qualcosa che qualcuno dovrebbe in ogni caso fare… la vedo cosi’, anche perche’ in questi casi un po’ di filosofia aiuta…

Arriviamo al pranzo trascinandoci.

Siamo tantissimi oggi, i bambini non li ho visti neanche col binocolo, cosi’ tanti che nel chiostro non c’e’ piu’ posto; decido di mangiar dentro, con Orlando, lasciato solo. Parlottiamo durante il pasto, lui si sente considerato e si tira un po’ su, gli regalo con gioia la mia razione di riso in bianco (non ne posso gia’ piu’), lui arriva anche a sorridere, mi parla di Arequipa e dell’Hogar di laggiu’.

Terminato il pranzo me ne andrei a letto, cosi’, a riposare un po’ e a godermi i piccoli al mio risveglio… invece non va propriamente cosi’.

Il Generale chiama, i soldati rispondono o devono farlo. Io tra questi.

Cominciamo a movimentare una quantita’ di giocattoli mai vista, bambole, macchine, giochi da tavolo e diavolerie d’ogni genere e specie, e di vestiti, nuovi, vecchi, usati, di tutte le taglie e per tutte le stagioni, posti alla rinfusa in una stanza che si affaccia sul porticato; spostiamo un’infinita’ di oggetti dalle casse, li selezioniamo, li ricoveriamo nuovamente in cartoni o buste di plastica, li andiamo conservando nelle soffitte del centro… Passiamo tutto il pomeriggio, diretti magistralmente dal sommo compositore di fatiche concentrate, a svuotare un’intera sala e a “produrre” una trentina di casse su cui Padre Zeffirino fa scrivere con un pennarello rosso la dicitura: CAÑETE.

Dei bambini sento solo il pianto e gli strilli, le voci, nella migliore delle circostanze…

In ultimo, prima della cena “de los trabajadores”, il Capo mi manda con Jesus a smontare tutti i sedili del furgone 16 posti (tranne i tre anteriori) perche’ domani mattina presto il mezzo dev’essere pronto per partire…

Sono disintegrato, arrivo a sognare delirante quell’assurdo “letto” che mi ritrovo…

A cena, il colpo di spettacolo.

Mangio l’immancabile sopa silenziosamente… scruto l’orologio e non vedo l’ora di abbandonarmi al sonno, sempre abbondante.

Ed e’ li’ che Padre Zeffirino cala la mannaia… “Ti vedo silenzioso” – ghigna – “va’ a letto presto stasera…”, e fa una pausa sinistra… poi riprende affondando “che domani devi svegliarti alle 5 ed andare a Cañete !”: jeb d’incontro e dritto al tappeto.

Cañete e’ un pueblo a 150 km da Lima… andremo con Mario, a consegnare ai poveri di la’ tutti i giocattoli e gli indumenti raccolti oggi in “quella” trentina di casse e con “quel” furgone, pronto a partire.

Accetto tutto, sono fatto cosi’, vado volentieri al tappeto, ok… almeno in quei dieci secondi mi riposo !!!

L’aspetto positivo e’ che usciro’ dall’Hogar, vedro’ un po’ di Peru’, nelle 5 ore di strada che ci attendono, tra ida y vuelta, respirero’ aria nuova (smog a parte…).

Chiudo la serata con il solito finale e, di ritorno dalla consegna dei viveri rimanenti ai poveri in nostra attesa, mi soffermo ad ammirare la Cruz Blanca di San Cristobal, tutta illuminata, lassu’, che domina la citta’ quasi buia… Mi piace guardarla e pensare che la ricordero’ con nostalgia… mi lancia lontano i pensieri, me cuida.

Questa notte sara’ corta, come non lo sono i miei giorni in Peru’, lunghi e veloci. E’ gia’ terminato il giorno quattro, ed e’ stato un giorno di molto lavoro. Mi congedo da questi pensieri tenendo bene a mente che sono anche i bambini, a beneficiare di tutte queste cose, di tutto questo spendersi… gli utenti finali, il bersaglio diretto ed indiretto di ogni cosa, qui all’Hogar… ecco il grande tacito insegnamento di Padre Zeffirino, la sua longa manus che tutti protegge, tutti conforta, nessuno dimentica.

Buonanotte, Padre Zeffirino.

Oscar

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