Giorno 5, LE STRADE

LE STRADE

Lima 17 luglio 2008

Nel mio quinto giorno, quello che comincia prima degli altri, frego la sveglia e la prendo alle spalle: 4.45, segna il quadrante blu al mio polso destro… Per la verita’, devo ringraziare i litri di sopa che ingurgito quotidianamente, perche’ se mi levo cosi’ presto e’ solo perche’ la notte mi restituisce la vescica delle dimensioni di un pallone da basket, e, ad un certo punto, devo pur fare qualcosa.

Cosi’ mi alzo; la stanchezza e’ fissa, come un clacson incantato.

Ma non e’ tempo di ciance, mi lavo con i cubetti di ghiaccio che vengono fuori dal rubinetto di cui e’ dotato il mio “spazio igienico” e volo al piano di sotto, dove mi aspetta Mario per caricare le casse da portare a Cañete e preparare un po’ di colazione da consumare in viaggio.

“15 sandwich, con l’immancabile mermelada de fresa, dovrebbero bastare…”, penso mentre avvolgo i panini nella carta assorbente; prendiamo una bottiglia di yogurt naturale da bere e “salpiamo”.

Siamo in tre, io, Mario e Julio (un autista), per le strade di Lima, con un super-furgone Renault, quando non sono ancora le 6…

Usciamo dalla citta’ che si sveglia piano, nelle luci celesti del primo giorno… Julio ci racconta d’esser stato aggredito poco prima, nel venire all’Hogar, in tre l’hanno assalito e lo hanno derubato (24 soles ed il cellulare, il bottino); Lima e’ cosi’, non ti puoi fidare, mai.

Imbocchiamo l’autopista, la mitica carretera Panamericana, la dorsale sudamericana che, ai piedi della lontana cordillera argentina, diventa la epica Ruta 40… Attraversiamo paesaggi monotoni e per questo affascinanti… la parte desertica del Peru’ non si fa attendere; costeggiamo l’Oceano Pacifico, puntando a Sud, destinazione Cañete.

Ci arriviamo dopo quasi due ore di sobbalzi e sabbia, asfalto e oblio… Si’, oblio, perche’ qui sembra che la vita si sia dimenticata di se stessa… ci sono villaggi fatti di “case” che altro non sembrano che scatole di scarpe, vecchie e rotte, separate da vie di terra gialla e vento…

Non hanno servizi, questi posti, ma sono pieni di gente, sporca e brulicante.

Cañete, piccolo assembramento di casupole semidiroccate il cui nome completo e’ Vicente de Cañete, e’ una nuvola di polvere in cui si muovono sciami confusi di mototaxi a tre ruote precari e coloratissimi, e’ tutta una confusione di gente e bambini, cani che rovistano nella spazzatura e vecchi che spingono bancarelle con le ruote, tra i gas di scarico di ingorghi e via vai di malandate macchine degli anni ’80…

Lo scorso anno, questo centro abitato ha subito gli effetti di un brutto terremoto (sisma di 2 minuti, mi raccontera’ poi Paolo, con scosse di assestamento per i seguenti due mesi…); d’allora, tutto e’ rimasto com’era, distrutto e abbandonato. La gente ha accettato l’evento con rassegnazione, adattandosici con lentezza tutta latina.

Scarichiamo le casse a “casa” di una signora corpulenta e sorridente, i figli ci aiutano con buona volonta’, chiaccheriamo qualche minuto, il tempo di ritirare una busta di plastica piena di pomodori per Padre Zeffirino (il loro ringraziamento per il gesto di carita’), e ripartiamo alla volta di Lima.

Ho sempre creduto che il cambio di prospettiva, nelle cose, aiuti a scoprire nuovi lati, oscuri e nascosti, prima sfuggiti… invece fare questa strada al contrario non aggiunge niente al nulla. Se non la sensazione che, fuori da Lima e dalla sua asfissiante concentrazione urbanistica, non ci sia nient’altro che terra.

Torniamo al centro che gia’ il giorno qui e’ ad uno stadio avanzato: oggi e’ giovedi’, il turno delle mamme incinta (las embarazadas). Ma non ho il tempo di far un giro su me stesso che sono nuovamente a bordo del furgone, stavolta solo con Julio, con destinazione la sede peruviana di “Madre Coraggio”, per ritirare alimenti e medicinali per neonati, donati all’Hogar San Camilo dalla Caritas Humanitaria.

Julio e’ un tipo di grande intuito; lo capisco quando mi accorgo che approfitta del nostro mandato al prelievo della donazione per compiere un giro ozioso che mi faccia vedere un po’ di Ciudad…

Cosi’ i miei occhi scintillanti di curiosita’, si muovono rapidi tra gli edifici colorati del centro della capitale del Peru’; la macchina fotografica e’ all’Hogar, praticamente l’avrei potuta lasciare a Siracusa… visto che se provo a portarmela dietro rischio un agguato dietro l’altro…

Passiamo davanti al giallissimo Monasterio di San Francisco e a fianco alla Iglesia di Santa Rosa, cosi’ scorron l’Ayuntamiento e il Rio Rimac (il torrente che cruza Lima) ed altre strade popolate da centinaia di limeños in perpetuo fermento.

L’impressione che si siede sul furgone accanto a me, lungo la strada di ritorno alla base, e’ quella di trovarmi in una citta’ troppo grande, con troppe persone e troppo poco lavoro e troppo poco denaro… la sensazione netta e’ quella di essere all’ultimo centimetro di una miccia accesa: Lima sembra potenzialmente una “bomba”. Tutti DEVONO vivere, in qualche modo; lecito o illecito. E’ una battaglia che sembra ripetersi uguale a se stessa un giorno dopo l’altro… e avanti cosi’…

Ho ancora in testa questo pensiero quando rientro tra i quattro corridoi del “mio” chiostro giallo e blu.

Mangio tranquillo, ormai il rito e’ diventato meccanico; fin dal mio primo giorno qui, mi e’ stato assegnato un cassetto di plastica, nel grande armadio presente in cucina, dove riporre le mie stoviglie.

Vicino la maniglia c’e’ scritto “Martin”, ma non ho chiesto chi sia ne’ che fine abbia fatto… (anche se posso immaginarlo…), so solo che quello e’ il posto delle “mie” cose per mangiare, che lavo, come tutti, al termine di ogni pasto. Ed anche di questo.

Nel pomeriggio guardo le madri. Le future mamme dei bambini che portano in grembo… hanno la paura negli occhi, distinguibile senza alcuna abilita’… loro, “positive”, che per il loro cucciolo sperano in un miracolo… di cui avranno conferma solo quando il bebe’ avra’ quasi due anni; prima di quel tempo, infatti, il virus non si manifesta nemmeno ai controlli medici piu’ avanzati.

C’e’ un sole pallido nel cielo bianco, ma c’e’; chiacchiero con Padre Zeffirino, con Gabriela, con Paolo… sono momenti belli, pieni di serenita’. Sembriamo una famiglia e non lo siamo. O forse si’, in qualche forma.

Con Paolo parliamo delle vacanze dei bambini che inizierebbero il 26 luglio; forse, per tutta una serie di cose su cui ci confrontiamo apertamente, Huancayo (3400mt s.l.m., a nord-est di Lima) potrebbe essere la mia destinazione. Ma si vedra’.

Con Gabi ci intratteniamo invece giusto una ventina di minuti. Mi racconta che e’ venuta qui il 14 maggio di quest’anno… in furgone !!! Un viaggio figlio della perdita di un’amica “divina” (cosi’ la definisce), fatto senza soldi ma con una forte determinazione… tre giorni, da Mendoza a Lima, attraversando il nord del Cile, per realizzare questo suo sogno… per il quale ancora non si vuole svegliare…

Nel medio pomeriggio mi occupo di alcuni lavori di cartoleria che svolgo per conto di Maribel; sistemo certi articoli di giornale sul VIH (la sigla dell’AIDS in peruano) che andranno attaccati nella bacheca informativa.

Chiudo la tarde con una partita di pallavolo con i lavoranti dell’Hogar; sabato e domenica ci sono i Giochi Camilliani per gli adulti, ed io, anche qui, non fatico per conquistarmi un posto in squadra: per il weekend l’Hogar potra’ contare su un nuovo jugador.

La cena e’ stata la migliore da quando sono qui. Anche se Padre Zeffirino non ha servito vino, stasera. Ha invece tenuto un discorso sull’importanza dell’alimentazione per combattere il virus… E’ fermamente convinto che il metodo, la pulizia, la corretta nutrizione, la cura di se stessi, il movimento e l’interazione con gli altri siano strumenti molto potenti contro l’avanzamento della malattia; ha battuto tanto, su questo punto.

“Somos una comunidad”, ha detto alla fine… spiegando che anche il reciproco aiuto e’ fondamentale. Credo intendesse non solo nella circostanza.

Domani dovrei esaminare con Paolo le schede dei 30 bambini “seguiti” da AIB, organizzare dei lavoretti da portare in Italia e valutare chi di loro andra’ dove a trascorrere le prossime vacanze invernali.

Ultimo queste righe dopo aver svolto il servizio di “catering” esterno, anche stasera; ormai los pobres mi conoscono e mi riconoscono, mi salutano, mi augurano la buonanotte…

E’ incredibile scoprire dove possa trovare rifugio tanta semplicita’… in questi miei inconsapevoli “amici” peruviani, educati e gentili…

Buonanotte a voi, stasera, amici poveri… giammai poveri amici.

Oscar

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