Giorno 6, LA POVERTA’

LA POVERTA’

Lima 18 luglio 2008

Il sonno perso, la stanchezza che s’accumula… sono debiti che prima o poi bisogna saldare, l’ho sempre saputo.

Forte di questa convinzione, mi trattengo una mezz’oretta in piu’ a letto, giusto il tempo di realizzare che e’ “opportuno” non accampar scuse troppo a lungo e che mi sottoponga alla tortura: la doccia.

Appresa la temperatura siberiana dell’acqua gia’ nel corso del mio primo giorno qui all’Hogar, ho scelto che e’ meglio rischiare di prendere la polmonite ogni due giorni, piuttosto che quotidianamente; ma oggi non me la posso proprio scansare.

Cosi’ mi faccio coraggio e mi gelo.

Scendo per la colazione ovviamente sveglissimo (cioe’ intirizzito); Gabi, mossasi a compassione per i precedenti giorni, mi propone il “café’ istantaneo”… Io, solo per gentilezza, accetto pentendomene amaramente solo dopo aver provato una bella tazza di “Ecco”, la marca della pozione mattutina.

Mi sveltisco nelle operazioni di lavaggio delle stoviglie meditando seriamente di tornare alla “colazione asciutta”… quando mi chiamano dicendomi che mi aspettano alla porta con il motore del furgone acceso.

Oggi, venerdi’, si esce per la Visita Domiciliaria ai malati, e nel pool della spedizione Padre Zeffirino ha voluto inserire pure me; sono infatti insieme all’autista (Julio), ad uno psicologo (Alonso), ad un medico (Jesus), ad un assistente sociale (Carmen)… e al piccolo Alex, che “istituzionalmente” non c’entra nulla ma che mi segue ormai come un’ombra.

Partiamo alla volta del Cono Sur di Lima, precisamente verso la Municipalidad di Villa Maria del Triunfo, che detta cosi’ suona benissimo ma che in realta’ e’ un’accozzaglia di “abitazioni” dove la miseria, quella vera, e’ reale come il sole nel cielo…

Abbiamo 8 famiglie d’andare a visitare, questo il programma; l’attivita’ dell’Hogar consiste anche in questo: seguire i malati che non possono economicamente permettersi di venire al centro; si va nelle “case”, si parla, ci si interessa delle persone, ci si sincera che i bimbi ricevano la minima scolarizzazione, li si conforta.

I miei occhi, non le mie parole, devono credere a quel che vedono… piu’ il furgone s’addentra in quei sentieri petrosi e scoscesi, tra baracche e vere e proprie discariche, piu’ ci si materializza innanzi un’area sconfinata di “moderne” capanne, a perdita d’occhio…

Qui “vivono” (lo virgoletto, questo verbo, perche’ mi sembrerebbe peccare di superficialita’, non farlo…) decine di migliaia di persone, di cui la stragrande maggioranza nata dal nulla e destinata allo stesso nulla, in quanto di stanza in questo deserto di sassi, aspro ed ostile, carente di ogni struttura e servizio base: acqua, luce, fogne, gas. Nada.

Lima e’ una metropoli di quasi 10 milioni di abitanti, la seconda citta’ piu’ popolosa di tutto il Sud America… dove quasi il 50% dei suoi abitanti vive sotto la soglia della poverta’ e le baracche, “quelle” baracche, sono l’unico bene che possiede.

Mi sento fuori posto, come se questo camioncino bianco, che disperde branchi di cani al suo passaggio, stesse violando un territorio troppo lontano dalla mia vita, dalla mia realta’. Capisco che oggi, mi ci sto avvicinando, alla poverta’ autentica.

Guardo quest’estensione sterminata di cartoni, lamiere, legni, corde, pietre… messe insieme a far un tetto… o qualcosa di simile che copra dal sole, non certo dalla pioggia.

La pioggia. E’ questa la cosa che mi salta alla mente…

A Lima non piove quasi mai. Sembra infatti che la perenne nebbia inquinata abbia la beffarda funzione di tappo al rovescio: non permettendo al cielo di arrivare alla terra, alle precipitazioni piovose sulle “case”. Il terrore che mi si scarica lungo la colonna vertebrale e’ generato dal pensiero di quali e quanti effetti devastanti potrebbe avere un eventuale nubifragio su queste dimore e su queste vie sterrate, largamente impreparate a riceverlo… l’idea che tutto cio’ che vedo possa un domani non troppo lontano mescolarsi in un unico fiume marrone, non mi pare tuttavia cosi’ assurda; questa riflessione non smette d’inquietarmi per tutta la mattina.

Le visite a domicilio, mi spiegano i miei compagni di viaggio, sono sempre organizzate prima. Benche’ non si possano avvisare le famiglie telefonicamente, per logiche ragioni (semplicemente perche’ questa gente non ha NULLA, dunque nemmeno il telefono). Alle persone del posto pero’ il furgone dell’Hogar e’ sempre piu’ familiare e, dove prima c’era diffidenza, ora c’e’ un sorriso, anche se malato.

Visitiamo le famiglie, una dopo l’altra, perdendoci, per raggiungerle, almeno una decina di volte, nel labirinto di fango secco che sembra circondarci. Faccio qualche foto, impietrito… ai figli di una mamma, seguita dai cammilliani… giocano con alcune scatolette di latta nella piccola aia di terriccio antistante la loro “sistemazione”… ridono…

Il peruviano in condizioni di miseria estrema, come del resto si sente dire di molte altre popolazioni sudamericane, e’ tenace e sorride sempre alla vita, anche’ quando le cose non vanno granche’ bene…

Me ne convinco anche dal numero imprecisato di bandiere biancorosse del Peru’ che sventolano alla mia vista… queste famiglie disgraziate sono alla fame, ma mostrano con orgoglio la loro dignita’.

“Siamo della parrocchia”, diciamo alle persone. Qui, anche tra poveri, c’e’ moltissima discriminazione, mi spiegano. E quindi non ci si dichiara appartenenti all’Hogar San Camilo, per non mortificare, agli occhi degli altri, persone che gia’ versano in situazioni, pratiche e psicologiche, complicatissime.

Il gruppo riparte e con le proprie nocche batte una porta dopo l’altra… qualcuno si fa trovare, altrove silenzio…

E’ stato un pugno allo stomaco, questa prima mezza giornata… assestato con mestiere da uno smaliziato sacerdote italiano…

Comprendo perche’ l’abbia fatto, e, come sempre, lo ringrazio. Non sono qui da neanche una settimana e gia’ cose molto diverse mi hanno naturalmente trafitto. Non potevo chiedere impatto piu’ vero.

Ci si muove come un carro bestiame, all’uscita di quest’inferno di tristezza… Noi ce ne andiamo ma la gente rimane li’, ci vive, ci muore.

Una sensazione d’immensa impotenza m’investe…

E rimango cosi’, stupido…

Non trovo altre parole per descrivere cio’ che ho visto stamattina.

Quello che so, per certo pero’, (e che mi riempie di fierezza), e’ che la missione di Padre Zeffirino arriva fin qui, dai dimenticati.

Ritorno all’Hogar silenzioso, taciturno… voglio che queste immagini che hanno impressionato i miei occhi come fossero una pellicola, decantino, nella mia personale ed intima camera oscura.

Arriviamo alle 15 passate, Alex ha cominciato a lamentarsi per la fame gia’ verso le 12e30, divoriamo con compostezza zuppa e secondo piatto e ci disperdiamo, ognuno alle sue cose.

A me, hombre de trabajo, toccano i “soliti” camion da scaricare e casse da movimentare, fino a tarda sera… Mi riposo facendo un paio di volte la pipi’ (qui l’effetto-sopa gioca a mio favore, stavolta…) e discorrendo non piu’ di 10 minuti con Paolo dei bambini di AIB, apprendendo le modalita’ di istruzione ed esperimento del progetto di AAD.

Lavoro senza pensar troppo alla fatica, questo pomeriggio… la mia mente e’ troppo impegnata a fare ordine, a cercare di scomporre, di depurare…

Lascio fluire i pensieri sino a stordirmi… penso pure che da quando sono in Peru’ non ho speso un centesimo… non ho nemmeno cambiato i soldi, ho ancora un mucchio di euro con me e nessun soles… Qui, per la vita che faccio, il denaro non serve. I pasti e l’alloggio me li guadagno lavorando… Mi sfiora perfino il pensiero che se stessi qui un annetto potrei rimettere in sesto i miei conti correnti (!!!)… ma e’ un riflesso fugace che evapora presto con il salir della sera…

Prima di cena Padre Zeffirino, quasi imbarazzato per la mole di lavoro che ho sviluppato nel solo pomeriggio, mi regala una tavoletta di cioccolata (l’ho ricevuta come Cannavaro ha potuto ricevere la Coppa del Mondo…); poi il “dramma”: tra i latrati di brina, ho DOVUTO rifare la doccia…

La cena scorre familiare, tra gentilezze e affettuosita’… Gabriela mi prepara una salatissima insalata a parte (ha gia’ imparato che non gradisco molto l’aceto), Padre Zeffirino offre a tutti della buona frutta e, a fine pasto, dei biscotti al burro che il convivio accoglie con euforia.

Diamo seguito alla nostra “buona azione della sera”, dalla quale torniamo, sorprendentemente e per la prima volta, riportandoci del mangiare indietro: li abbiamo sfamati davvero tutti, ed a sufficienza !

Domani compiero’ la mia prima settimana, da quando sono partito.

Mi sembra una “vita”… sia da quando sono qui, perche’ e’ stato forte e rapido il mio inserimento nella quotidianita’ dell’Hogar, sia da quando manco da casa… perche’, nonostante l’esperienza umana che sto avendo la fortuna di vivere (e l’enorme distanza…) e’ profondo in me, sempre, il senso di appartenenza alle “mie” persone.

Buonanotte a voi, amori miei…

Oscar

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