Il mondo che vogliamo

Questo è il mondo che vogliamo

Oltre 30 mila persone hanno partecipato all’Incontro nazionale di Emergency, dal 7 al 12 settembre a Firenze. Dibattiti, concerti, conferenze e spettacoli per raccontare il lavoro di Emergency e gli ideali che l’hanno guidato in questi anni.

Uguaglianza, rispetto dei diritti umani, solidarietà… sono il fulcro del documento de Il mondo che vogliamo, discusso a Firenze con artisti, filosofi, giornalisti e scrittori:

“Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.

Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse”

Il mondo che vogliamo: Emergency Firenze 2010
Il mondo che vogliamo: Emergency Firenze 2010

[leggi tutto il manifesto sul sito di Emergency]”

Grazie a tutti coloro che hanno deciso di stare con Emergency: Patti Smith, Nicolai Lilin, David Riondino, Marco Paolini, Jean Ziegler, Samuele Bersani, Lorenzo Monguzzi, Bebo Storti, Renato Sarti, Fabio Fazio, Roberto Saviano, Andrea Camilleri, Vauro, Massimo Fini, Antonio Tabucchi, Stefano Bollani, Fiorella Mannoia, Arturo di Corinto, Anna Meacci, Serena Dandini, Lella Costa, Antonio Albanese, Stefano Rodotà, Marco Revelli, Neri Marcorè, Casa del Vento, io…

Ecco i video delle giornate di Firenze sul sito di PeaceReporter.

Giorno 13, il Cardinale

IL CARDINALE

Lima 25 luglio 2008

E’ l’ultimo giorno, a Lima.

Non ho il tempo di soffermarmi a pensarci… (come mi piacerebbe), nemmeno quello di terminare la colazione perfetta, interrotta oggi sul piu’ bello da un Padre Zeffirino, armato di distintivo spirito militaresco, che nella circostanza odierna ne accentua i tratti, spingendosi ai limiti del terrorismo.

Per le 10, infatti, e’ atteso all’Hogar il Cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, con tutta la sua delegazione: e’ l’apocalisse.

Rivoltiamo l’intero centro come un calzino, dandogli forme e luci che mai aveva avuto prima, nemmeno nelle fotografie piu’ accattivanti, quelle fatte ad arte per esaltare opportunamente i pregi ed occultare abilmente i difetti. La prima mattina e’ quindi un concentrato di lavoro serrato e ad alta tensione…

Nel clima di regime che naturalmente si instaura, spedisco Gabriela al 2 de Mayo a far dimettere Modesto, cosi’ da evitarle inutile stress.

Intanto la macchina organizzativa procede con fare da panzer teutonico: si pongono manifesti, fiori, tavole imbandite… tutti sistemano le proprie camere e si pongono vestiti a festa (tranne me che ho solo equipaggiamento da guerrigliero tupac amaru…), ad attendere l’arrivo dell’importante ospite. Io il massimo che sono in condizione di concedere all’evento e’ una psicologicamente non pianificata doccia artica.

Saranno le 11e30, quando le porte dell’Hogar si schiudono ad un gruppo di sette italiani… (dell’ora e mezza di snervante attesa, anche il pavone ne ha fatto le spese: matato).

Il cardinale entra nel “nostro” chiostro, accompagnato da una serie di eminenti signori e salutato da uno scrosciante applauso e dallo sventolare di bandierine riportanti il logo di San Camilo; i bambini gli si fanno incontro salutandolo, lui non si sottrae all’abbraccio dei piccoli, anzi, gioca e scherza con loro, prima di pronunciare alcune parole in uno spagnolo che posso permettermi di definire di gran lunga peggiore del mio.

Abbraccia anche me, che bambino proprio non sono, questa figura tozza (quasi peruviana…), quando gli viene comunicato che sono un volontario italiano… gli occhi gli si riempiono di fierezza, copiando i miei.

Padre Zeffirino sembra il faro di uno stadio in una notte di Champions League, fa gli onori di casa presentando uno ad uno i suoi collaboratori e le persone che beneficiano direttamente ed indirettamente delle attivita’ della sua opera, tutti richiamati in questo venerdi’ a far giusta festa.

Cosi’ passa poco piu’ di un’ora, durante la quale, si recita un’orazione in plenaria, in cui ad ognuno dei presenti viene consegnato un rosario da lui stesso benedetto; il momento in cui si avvicinano all’altare i “nostri” malati, e’ particolarmente toccante…

Poi si sofferma a conversare, amabilmente, il Cardinale… consuma una limonata e chiede, vuole sapere, capire, conoscere… Padre Zeffirino e’ un fiume in piena che non risparmia informazioni e documenti.

Viene visitato anche il centro di recente inaugurazione ed, infine, prima di congedarlo, nel nuovo auditorium viene tenuta un’udienza di alcune esperienze di “accompagnamento nella malattia” che il religioso segue con attenzione: una mamma infetta incinta, una giovane vedova con figli “positivi”, una persona visitata a domicilio… e Paolo, volontario prima e collaboratore adesso. Tutti parlano dell’Hogar San Camilo come di un abbraccio senza fine, che, laddove non lenisca il dolore, regala speranza e conforto.

Se ne va, ai suoi seguenti impegni, il Cardinale italiano… ed al porticato ritorna il sereno…

Non c’e’, ormai, molto da fare… una volta passato il ciclone… se non rassettare e organizzarsi per l’indomani, e per le partenze di pronta mattina.

Mi sento un po’ spaesato, adesso… ma non ci penso troppo.

Gabriela rientra con il risultato pieno: Modesto e’ di nuovo fra noi.

Le racconto della giornata ma non mi fa parlare molto: si e’ gia’ organizzata, mi dice, con Marieta e Maribel per una serata limeña (e’ il compleanno di Marieta…). Bene – penso – chiudiamo col botto.

Insieme a loro c’e’ un’altra donna di cui non ho capito il nome alla presentazione e alla quale non ho avuto modo di richiederlo nel corso della serata; andiamo in 6 a bordo di un taxi minuscolo, praticamente dall’altra parte della citta’ (Lima si sviluppa all’incirca lungo 70 km di costa…), con un traguardo che, non appena giunto, mi mette i brividi: un karaoke pub.

Ovviamente le donne mi giocano il brutto tiro di farmi fare una performance canora in spagnolo… io non mi perdo d’animo, studio la situazione e decido che, senza un robusto pisco, non ce la faro’ mai.

Cosi’ a Lima ho cantato. L’ilarita’ e’ stata il mio premio.

Balliamo anche una ventina di minuti, a Marieta regaliamo alcuni oggetti realizzati da Jesus, e alle 21e30 siamo gia’ sul taxi per ritornare alla base: uscita carina, davvero.

All’Hogar sembra giorno pieno, tutti lavorano per le partenze: casse, bagagli, viveri, elenchi, medicine… Dev’esser tutto pronto per le 6 di domani. Io, come mia tecnica personale, il mio bagaglio decido di farlo un paio d’ore prima dell’inizio di questo lungo viaggio, per cui aiuto gli altri, coadiuvando le operazioni di organizzazione e, riservandomi solo l’ultimo momento di questa cortissima notte.

Sono le 2 passate, quando l’Hogar s’addormenta.

L’inquinamento luminoso di Lima permette di vederci chiaro in piena notte anche senza alcun ausilio di luce artificiale… cosi’ passeggio per gli spazi che mi hanno ospitato magnificamente per due settimane…

E m’imbatto, non credo casualmente, in una poesia che tra le tante sta affissa alle pareti di questo luogo “incantato”; la riporto, perche’ sicuramente riassume meglio di me, la magia dell’Hogar…

“Si logro impedir que un corazón se rompa,

no habré vivido en vano,

si logro aplacar un dolor

ó aliviar una pena

ó ayudar a un pájaro agotado

a ingresar al nido,

no habré vivido en vano.”

(Emily Dickinson, 1830 – 1896)

La leggo un paio di volte e saluto questo mio pezzo di vita.

Buonanotte, Hogar San Camilo.

Oscar

Giorno 12, Lima

LIMA

Lima 24 luglio 2008

Quarantotto ore e sara’ Huancayo, la Sierra.

Lo sapevo… proprio quando ero arrivato a “quadrare” la mia colazione, me ne devo andare… E non mi capacito percio’ come a Murphy non abbiano dato il Nobel… “le incoerenze della vita sono piu’ delle stelle del cielo”, penso con un angolo della bocca…

Il mio primo compito di oggi mi e’ affidato direttamente da Paolo in persona, con il quale il rapporto di complicita’ conterranea diviene ogni giorno piu’ serrato e convincente: non so come ma mi sono guadagnato la nomea di reportero (fotografo) e per questo vengo incaricato di scattare alcune istantanee mentre il Dottor Claro, un rotondo medico dello staff di Padre Zeffirino, visita i pazienti nel nuovo centro di eccellenza per malati di VIH, propaggine naturale dell’Hogar San Camilo.

Con la macchina fotografica che penzola al collo, eseguo il lavoro come un consumato professionista… cerco le espressioni, fermo i dettagli, studio la luce… e il risultato sperato e’ presto raggiunto; le “mie” immagini serviranno per alcune pubblicazioni su Internet e per la presentazione di progetti di finanziamento, oltre che per potenziali volantini informativi…

In un’oretta disbrigo l’incombenza, il tempo necessario per quella che alla fine si rivelera’ essere la prima di tante uscite della giornata: accompagnare Gabriela all’ospedale “Dos de Mayo”, a visitare un altro “nostro” infermo, relegato laggiu’.

E’ un gigantesco edificio azzurro, l’ospedale, che raggiungiamo dopo una buona camminata che ci consente di attraversare un po’ di citta’ e di comperare tre biscochos (una sorta di pseudo-pan briosche…) per Modesto, nome del paziente-obiettivo.

Abbiamo passeggiato nella fetida aria al veleno della calle, con una naturalezza a tratti preoccupante… toccando anche Plaza Italia, uno spazio di alberi malati e marciapiedi grigi, abili appena a separare costruzioni dai colori vecchi e consunti, bucate da brune finestre chiuse o sfondate. Cammino vigile ma senza esasperazione. E’ mattina…

Modesto e’ un uomo ossuto, senza gli incisivi e con in testa un cappello di lana arancione che a guardarlo mi sento sudare…

Tocchiamo la sponda, consegnamo i dolcetti gommosi, viriamo e riprendiamo la strada in senso contrario.

Meno di dieci minuti netti, la nostra visita: alle 13 dobbiamo infatti gia’ essere di ritorno all’Hogar per la seconda uscita della giornata.

Rafael Reinoso e’ l’amministratore del centro camilliano; una sorta di “numero due”, ovviamente dopo il sacerdote lombardo… Tifa per l’Inter, ma nonostante cio’ non l’ho ancora “capito”… Mantengo la distanza di sicurezza, come fossi all’esame per il conseguimento della patente di guida.

Rafael non si perde in chiacchiere. Fa. O non fa. Ed oggi ha fatto.

E bene.

Decide con uno scatto di prender me, Gabriela e Paolo e portarci a pranzare fuori, in una tradizionale cevicheria peruana, teatro limeño della migliore comida… Non accettiamo perche’ non possiamo rifiutare, si va.

“MI BARRUNTO – siempre mejor que la ultima vez…”, sentenzia con ostentazione il cartello all’entrata di questo ristorante allegro ed affollatissimo.

La musica e’ alta, alle pareti di incannucciato campeggiano incorniciate le magliette di alcune squadre di calcio europee… gigantografie di Kaka’, Eto’o, Ronaldinho… accanto ai gagliardetti delle due squadre nazionali piu’ importanti, “La Universidad” e “Alianza”, acerrime rivali.

Il tavolo e’ minuscolo, ma la luce che questo fuori programma ci produce in volto se ne infischia; Rafael gioca in casa, e non fa nulla per nasconderlo: ci portano cosi’ due bandiere di 10 centimetri, quella argentina viene posta accanto a Gabriela e quella italiana tra me e Paolo. Facciamo i turisti, per un giorno, senza sottrarci alla cosa.

Brindiamo in entrada con leche de tigre, un bicchierino di succo di lime, peperoncino e salsa rosa, dal sapore potentissimo, “qua siamo…” penso in siciliano… e non mi sbaglio.

Ci arriva una quantita’ di cibo tale che il tavolino rischia di collassare su se stesso… l’immancabile riso, rivoltato in mille modi differenti con vari condimenti, pesce a profusione, ripartito tra i nostri quattro piatti ed altre cose (camote, praticamente un incesto tra una patata, per la forma, e una carota, per il colore, dal gusto dolce ne’ dell’una ne’ dell’altra; iuca, uno degli oltre 400 tipi di patate diverse coltivate e consumate in Peru’, servita in strisce secche dalla sezione triangolare; chifa, delle frittelle stile wanton cinesi, ripiene di polpa di granchio e guarnite con salsa al tamarindo; algarobbina, una bevanda beige alla cannella, servita fresca e leggermente alcolica, molto simile ad un bayles sudamericano… ed altre diavolerie sconosciute; insomma: altro che sopa !!!).

Ma i protagonisti incontrastati della mesa sono loro: il ceviche ed il pisco sour, meritevoli d’un particolare inchino…

Il primo e’ il piatto d’eccellenza: un miscuglio di pesce crudo, tagliato a fette (tiradito) e marinato nel succo di lime con cipolle e peperoncini… si dice che abbia proprieta’ afrodisiache, ma ci credo poco. Viene servito con mais bollito gigante (choclo) e altre salsette “giapponesi”… Il termine ceviche pare derivi dal quechua “siwichi” che significa “piatto”…

Il secondo invece, la cui paternita’ e’ ancora in discussione con gli odiati “cugini cileni”, e’ la bevanda nazionale (Inka Kola a parte, giallastra bibita gassata… una sorta di pipi’ frizzante…); il pisco, una specie di brandy, distillato d’uva, decisamente alcolico, ci viene servito shakerato con succo di limone, molto ghiaccio, albume d’uovo (per la schiumetta…) e una goccia di olio essenziale d’angostura.

L’almuerzo dell’Hogar per oggi e’ solo un ossessivo incubo da cui ci si e’ momentaneamente liberati.

Rafael se l’e’ goduta, come tutti noi; ma ci lascia presto, per altri precedenti impegni. Cosi’ lasciamo in taxi il locale, quando e’ ancora nel vivo dell’azione…

Paolo si preoccupa di contrattare il prezzo ed, una volta raggiunto l’accordo, montiamo su questa specie di preistorica Mini-Minor giallo caterpillar alla volta dell’Hogar.

Passiamo per strade sconosciute, di cui sono ovviamente avido; tra le altre cose, vedo della gente che vende cose “troppo vecchie e malandate per essere comprate”… Paolo mi spiega che questa gente vende spazzatura… ! Ovvero rovista di notte nella spazzatura e seleziona, a suo giudizio, il “rivendibile” che viene esposto e smerciato di giorno; 30 centesimi di sol al chilo, il prezzo… una miseria. Mi dice, in ultima aggiunta, che molti genitori dei “nostri” bambini dell’Hogar fanno questo “lavoro”…

Soffocati dal traffico metripolitano, molliamo Paolo a bordo e con Gabriela scendiamo in Avenida Abancay, una dorsale di grande comunicazione che alimenta molto del trasporto cittadino: basta – penso – mi concedo due orette di turismo, e cosi’ faccio.

Svicoliamo a piedi per spazi piu’ ampi e meno trafficati, vediamo cosi’ il Monasterio di San Francisco, Plaza San Martin e la maestosa Plaza de Armas, la piu’ importante di tutta Lima: che per noi europei, abituati a ben altro splendore, e’ solo una piazza grande… qui invece e’ una sorta di orgoglio nazionale.

Non mi “rassegno” a rientrare senza passarmi un piacere personale: la salita a San Cristobal, ai piedi di quella croce con cui ho parlato tutte le notti… Il micro che ci porta li’ e’ di quelli micidiali dei giorni prima… ma la salita e’, oltre che parecchio impervia, molto suggestiva.

Lungo i 400 metri della ripida e tortuosa strada che si inerpica sul colle brullo di terra e colorato di casupole, ci appare, nelle sue prospettive piu’ diverse, l’immensa capitale del Peru’…

Al cospetto della croce, contento, faccio un 360 gradi e vedo la citta’ non finire mai… nel grigio si vede il Pacifico, i grattacieli di Miraflores e San Isidro, lo sconfinato cimitero e la marea marrone di baracche… fin dove lo sguardo fatica: e’ una citta’ senza orizzonte, questa.

Facciamo soddisfatto ritorno al nostro porticato che sono quasi le 19… e la giornata non e’ ancora finita…

Infatti, Padre Zeffirino, con un colpo da biliardo, al rientro, ci soprende ancora: Julio e’ pronto con il maxi-Renault, si va tutti, meno Orlando, a far un giro fuori ! Con Gabi ripetiamo praticamente il tour pomeridiano ma la meraviglia non sta in quello che rivediamo… siamo in gita, con la nostra famiglia di malati, che per una sera puo’ riempirsi gli occhi di luci e fontane e persone e aria e rumori e colori… L’atmosfera del gruppo e’ a dir poco una manifestazione di euforia per il fatto in se’: e’ proprio cosi’, il mondo e’ ancora la’ fuori. Ci facciamo le foto, allegri, scherziamo, ci prendiamo in giro… e Plaza de Armas sembra perfino piu’ bella.

Alle 22, quando si spengono le luci dell’Hogar, c’e’ un’aria fresca e docile… i ragazzi sono a letto, occhi chiusi e sorriso disegnato, gia’ me li vedo…

Mi ricordo di non aver cenato, e, facendolo, non vi do’ molta importanza; alzo lo sguardo, invece, e la Cruz Blanca, lassu’, e’ spenta… ma ho la pace dentro… la guardo con complicita’, e l’accendo con gli occhi.

Buonanotte Lima.

Oscar

Giorno 11, La Cuna

LA CUNA

Lima 23 luglio 2008

Mancano pochi giorni per il mio saluto all’Hogar, e lo sento.

Li avverto sfuggire ancor di piu’ quando apprendo, di prima mattina, che, per un ufficiale invito ad un Congresso sul VIH che si terra’ qui a Lima, organizzato dall’Unicef, dall’ONUSIDA e da altre primarie istituzioni in materia, Padre Zeffirino manchera’ tre giorni.

I tre che precedono la partenza per Huancayo.

Avro’ tre sere, poco piu’, per scambiar con lui le ultime parole sudamericane…

Ha il suo sguardo tagliente e agile, quando mi impartisce le disposizioni per la giornata, prima di andar via…

E’ il primo giorno in assoluto che trascorrero’ senza di lui – penso – e mi si risveglia la capacita’ organizzativa… Coordino le operazioni di riordino di alcune cose, per come comandatomi, avvalendomi di Jose’ e Jesus, al quale, terminatele, commissiono alcune collane artigianali per tenerlo occupato e per approfittare di qualche souvenir limeño “fatto in casa”…

“Ti paghero’ in euro” gli dico sorridendo, e gia’ gli brillano gli occhi.

Inforca gli occhiali nuovi e si mette sotto con pazienza, Jesus…

L’Hogar nel frattempo si e’ popolato: bimbi e mamme l’han fatto loro, invadendolo con un vociare sempre piu’ familiare.

Oggi e’ il giorno dei bebe’ e, come tutti i mercoledi’, Gabriela cura la cuna, ovvero l’attrezzata nursery del centro, che conta una quindicina di passeggini, numerose culle e un armadio stracolmo di pannolini per tutte le eta’ neonatali.

Io, prima di darle una mano, con campo libero, estraggo la macchina fotografica come fosse l’Excalibur e scendo in “battaglia”. Mi rifaccio quasi di tutte le foto “perse” nei giorni in cui non ho potuto fermare i miei istanti… avido, caccio espressioni, colori, volti, intervalli di spazi…

Ma la luce di Lima e’ quella che e’, e mi gioca contro.

Mi ritrovo presto con la piccola Mary Cielo in braccio (8 mesi), col naso che le cola a fontana ed un pianto accennato che sono riuscito tempestivamente a sedare… ci facciamo qualche foto, prima che la sua mamma la venga a recuperare; qui, infatti, le madri vengono indottrinate sull’alimentazione da curare per loro ed i loro figli, insieme a loro vengono visitate dai dottori del centro, vengono ascoltate dall’assistente sociale e le viene loro consegnata la razione di latte e pane, disposta dall’Hogar. In tutto questo tempo, ci sbracciamo per arginare l’incontrollabile energia dei peruanitos…

Presto la mia opera, a tratti goffa, fino a quando non mi convoca Paolo per il resoconto su AIB; mi fa vedere i variopinti disegni dei bambini fatti realizzare sabato scorso sul tema delle verdure (!)… alleghiamo a ciascun disegno la scheda del bambino con la foto e qualche informazione di contesto. Mi realizza anche un cd di immagini da portarmi dietro; e’ preciso, Paolo, semplice, ci si puo’ far buon affidamento: e’ italiano…

Gli consegno 50 euro e lo incarico di cambiarmeli (qui, il cambio lo si fa per strada, ben scortati, contrattando il tasso con tenacia…); domani avro’ cosi’ i miei primi soles.

Mangiamo separati, chi prima chi dopo, e non colgo come mai, ma va cosi’. Ci riuniamo presto pero’, non appena ripulito le stoviglie, per uscire a comperare alcune cose con Gabi e Jesus.

Si va per le strade, l’aria e’ pestilenziale e, per questo, quasi rassicurante… mi portano per le affollate vie del Barrio Chino, il quartiere orientale che puzza di tutto e formicola di venditori e avventori.

Ebbene si’, ci sono da noi, figuriamoci qui, i cinesi.

Lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo: ci stanno colonizzando, non troppo velatamente… sono tantissimi e dappertutto, occupano vere e proprie fette di citta’, “depurandole” degli originari abitanti e facendole proprie, confuse e “ordinate”, secondo il loro particolare sistema.

Entriamo e usciamo da mercati multipiano, mescolandoci alla gente ed agli odori che non esitano ad attaccarcisi addosso… e resistere.

Il giro e’ stato breve, alle 15 siamo gia’ all’Hogar, ma e’ stata un’altra inaspettata finestra sull’ancor “ignota” Lima: il puzzle guadagna un nuovo pezzo senza tuttavia lasciar intravedere il suo disegno…

Do’ da mangiare del pane secco spezzettato e dei resti di ortaggi al nostro pavone, subito beniamino dei bimbi dell’Hogar.

Ci si riposa, oggi. Godendo della reciproca compagnia e del sempre magico chiostro…

Ricevo nuove voci, dall’Italia… nel pomeriggio peruviano che s’attarda a salire; ascolto con amore parole e accenti vicini, che mi ripetono dove sono e cosa mi manca. Quei minuti mi rallegrano e mi rattristano in una sola sensazione…

Mario mi taglia i pensieri presentandomi suo figlio, Valentino, 5 anni, bellissimo e minuto, a causa della malattia che ne complica la crescita… mi sorride moltissimo, mi tira la barba fino a farmi male, mi chiama tio, ma non sa il mio nome…

E’ sotto cura retrovirale, Valentino, incosciente della sua quotidiana lotta per non regredire… Come papa’, che invece conosce molto bene questa storia…

La minuscola Palomita invece piange. Cerca la mamma, come ogni bambino.

Non e’ ancora stata battezzata, e la madre ci propone di farlo… rimaniamo interdetti… (avremmo solo 48 ore)… ci rendiamo pacatamente disponibili senza accettare dichiaratamente… Sappiamo perfettamente che ogni genitore desidera il meglio per il proprio figlio, e per ottenerlo e’ disposto a tutto (o quasi…); forse la mamma della bruna Paloma ci sta provando… volendoci “vincolare” ad un ruolo che potrebbe portarle un’insperata economia. Ne ho piena coscienza, arsa.

Penso pero’ che la bambina abbia, prima d’ogni cosa, la necessita’ di essere battezzata, senza calcoli. E’ fragile, gracile, la niña.

Poi il tempo e le dinamiche imprevedibili, faranno il resto – penso senza troppo approfondire. Vedremo.

Si fa quasi sera, in questo mercoledi’ affollato e tranquillo.

Imbraccio una chitarra, una delle tante di Padre Zeffirino che ancora non rincasa, e prendo ad arpeggiare… i bimbi accorrono rallentando, educati, incantati, incatenati dal sortilegio della musica che si diffonde nel quadrilatero di portici… Una foto non scattata e’ quella bella mezz’ora…

La cuna si svuota, la luce s’indebolisce, s’e’ fatta l’ora.

Rassettiamo i nostri ambiti, senza fretta, e Maribel approfitta di una nuova tranquillita’ per regalarmi un cd del Peru’, c’e’ un biglietto che dice “un piccolo ricordo per un grande amico”, la cosa mi scioglie senza alcuna timidezza… mi sorride, l’abbraccio.

Quando Padre Zeffirino rientra e’ gia’ buio inoltrato; e’ trafelato, e non mi sorprendo.

Ceniamo in molti stasera, saremo piu’ d’una ventina, troppi perche’ rimanga qualcosa per i nostri amici di strada… E con questa fanno due sere che li “abbandoniamo”… Cercheranno altrove… o aspetteranno ancora…

Gabriela a fine cena mi consegna un A4 con elencati gli orari e le quantita’ delle medicine che Alex deve prendere quotidianamente e con regolarita’ (da sabato lui sara’ sotto la mia “autorita’”, si andra’ a Huancayo, e lui avra’ “solo” me…); gli do’ una rapida lettura… divento serio al pensiero che questo bambino prende in un giorno un numero di compresse e medicinali superiore a quello che ho preso io in tutta la mia vita… Ha solo 10 anni ma obbedisce, sicuramente impaurito.

Ce ne stiamo li’, ora, nella foschia della prima notte, a chiacchierare piano con Jon e Juan Carlos (un nuovo paziente arrivato stasera… fa il pescatore, e’ un ragazzo non ancora trentenne…), aspettando che il sonno ci sopraffaccia…

Raggiungendo il mio giaciglio, mi porto in braccio dei “piccoli” pensieri… Mary Cielo, Valentino, Palomita… e tutte le storie che, in qualche modo, provano a diventare grandi.

Buonanotte a tutta la cuna, nessuno escluso.

Oscar

Giorno 7, l’Hospital

L’HOSPITAL

Lima 19 luglio 2008

Le bugie bianche hanno sempre ragione.

Non c’e’ niente da fare, e’ una di quelle regole non scritte che vale in assoluto.

Ne beneficio al risveglio del mio giorno numero 7: manca l’acqua.

Prima che volontario, non ho dimenticato di essere stato e di essere ancora pellegrino… cosi’ m’industrio per porre rimedio alla seccante situazione.

Tiro fuori dall’armadio una bottiglia ancora sigillata di acqua minerale fattami consegnare da Padre Zeffirino la sera del mio arrivo a Lima: “ho l’esigenza di bere la notte” e’ stata la mia prima (e finora unica) bugia peruviana.

Quelle dette a fin di bene, non sono vere e proprie bugie… sono potenziali soluzioni a futuri inconvenienti. Cosi’ mi lavo da gran signore consumando meno di un litro d’acqua potabile.

In fondo la penso cosi’ “datemi un rotolo di carta igienica ed una bottiglia d’acqua e sono pronto a tutto…”, e stamattina ha funzionato.

Impiego la mia prima oretta, dopo i 3 panini con la marmellata, disbrigando alcune faccende domestiche: cosi’ metto all’angolo Maria, l’indiziata per le pratiche di pulizia, e dopo essermi fatto dotare di una coperta in piu’ per la notte (comincia a fare freschino…), le recapito gli indumenti da lavare, che mi premurero’ di far asciugare piu’ tardi, una volta lindi.

Le “uscite” ormai sono quotidiane: oggi tocca al mercato.

C’e’ da far approvvigionamenti per domani, giorno dei Giochi Camilliani per gli adulti sieropositivi. Ci rechiamo cosi’, una squadretta di sei soldati (io e Alex tra questi), al Mercado Caqueta’, a qualche isolato dall’Hogar. Li’, in una fantasmagorica girandola di grida e colori, c’e’ gente che vende di tutto, in funzione di quello che produce, che ha o che trova (o che ruba…). Dotati di una lista dettata e dettagliata direttamente da Padre Zeffirino in persona, acquistiamo 50 uova, 50 kg di patate (papas), gli immancabili limoni per il refresco, verdura d’ogni genere ed altro ancora.

Noleggiamo, per portare tutta questa roba sul furgoncino, un “trasportatore”, cioe’ un peruviano dotato di carrello che sta li’ proprio per questo servizio. Ha su la maglietta del popolare calciatore Juan Vargas, (ormai ex) terzino sinistro peruviano del Catania; il davanti riporta la dicitura dello sponsor “Energia Siciliana”, e la cosa mi strappa piu’ di un sorriso…

Qui, in mezzo alla baraonda di venditori ambulanti e non, ricevo la prima telefonata “italiana”: sono i “miei”.

Sono minuti felici di parole convulse e sovrapposte, un giro di voci frastagliato che serve per “sentirsi” e non per comunicare. “Tutto bene” e’ il riassunto.

Si fa ritorno al quartier generale, si scaricano gli acquisti, e vengo celermente convocato per una partitella a fulbito (calcetto). Gioco meno bene della prima volta, probabilmente perche’ cedo alla rassegnazione che questi peruviani sono ancora dei calciatori in fasce che fanno della disorganizzazione in campo la loro forza, pertanto “predico nel deserto”; d’altronde una ragione dovra’ pur esserci se questa nazione non partecipa ad un mondiale di calcio da tempo immemore. Amen.

Avendo giocato ho saltato a pie’ pari la comida plenaria, cosi’ mi ritrovo a consumare il mio pranzo solo. In realta’ non e’ proprio cosi’, perche’ dall’altro lato della lunga tavolata c’e’ un gruppetto di donne e bambine che pulisce verdura… Parlano, spettegolano, ridacchiano… le donne dialogano fitto e basso e si sentono un po’ bambine… le ragazzine hanno toni piu’ vivaci, indisciplinati e vanitosi e giocano a fare le grandi.

Si spande nell’aria un’allegria silenziosa, fatta di fotografie di gente comune, che trascorre in compagnia il primo pomeriggio di un sabato di luglio…

Gabi attraversa il corridoio passandomi alle spalle mentre termino una mistura di carne tritata e verdure, e lascia cadere la frase: “C’e’ qualcuno che mi accompagna all’ospedale a far visita ai malati o mi lasciate andare da sola ?”. A me non par vero di uscire un’altra volta e, soprattutto, di dribblare per oggi le Grandi Manovre di tavoli e sedie per l’indomani, cosi’ accetto con la condizione di essere aspettato per una doccia post-partita che ormai affronto con la sicurezza agghiacciante di John Rambo.

Partiamo. Raggiungiamo l’Hospital Ippolito a bordo di furgoncini (stile Famiglia Bradford) che girano epilettici per la citta’ come palline impazzite all’interno di un flipper, fungendo da minibus che qui chiamano, per l’appunto, micro. Il mio rapporto con questi veicoli e’ da subito a dir poco conflittuale: se sto seduto, infatti, con le ginocchia sfondo schiena e schienale del passeggero che mi siede davanti, in piedi, pigiato come uva in tempo di vendemmia, rischio lo scalpo. Cosi’, m’invento la mia collocazione in piedi sulle scalinate di ingresso o di uscita, li’ il tetto lo sfioro soltanto, picchiandoci contro solo ogni 30 secondi, quando il mezzo s’imbatte in qualche voragine dello scarso asfalto…

Devo confessare che mi e’ ancora del tutto ignota l’oscura legge fisica che regola la repulsione, apparentemente naturale, dei veicoli a motore per le strade di Lima… In Italia, nello stesso intervallo di tempo che ci e’ occorso per raggiungere l’ospedale, avrei assistito ad un innumerevole numero di collisioni, alcune delle quali con gravi conseguenze a volte mortali. Ma qui siamo letteralmente “dall’altra parte del mondo” e vale tutto.

Arriviamo a destinazione, con Gabriela che se la ride per la mia incompatibilita’ fisica con il mini-mondo peruviano…

Entriamo e la visione e’ abbastanza familiare: l’ospedale e’ pessimo come quello della mia citta’… sporco, vecchio, “sgarrupato”, abbandonato… i cartelli, se non sono mezzi cancellati, penzolano, gli orologi non fanno mai tutti la stessa ora, alcuni sono fermi; ognuno sembra farsi i fatti suoi, mentre c’e’ gente posteggiata da qualche parte, da qualche tempo…

Jose’ Antonio Zarate Lara e’ il titolo della cartella clinica del “nostro” minuto paziente. E’ smunto, Jose’, stanco di star li’ a “perder tempo”, dice; per lui si sospettava tubercolosi, “sara’ solo bronchite”, ci comunichera’ una pseudo-responsabile non so di che. Sogna l’Hogar, Jose’, ci dicono che lo dimetteranno lunedi’, e lui gioisce… Gabi gli consegna tre arance ed una mela, sottratte abilmente alla dispensa del centro, e lo “carica” parlandogli dell’organizzazione dei Giochi e delle prossime vacanze invernali con i bimbi… lui si rincuora, si rinfranca, ci ringrazia per la visita.

Torniamo avvalendoci ancora di quei “cosi” assurdi; io mi fido dell’argentina, lei dei fiori e delle nuvole… e “inevitabilmente” ne sbagliamo due, di pulmini, salendo e scendendo, prima d’imbroccare quello giusto… Molte risate, e sento che mi fa bene.

Una volta all’Hogar, ci aspettiamo la “ripassata” del missionario che invece non c’e’; si materializzera’ poco dopo con due furgoni da scaricare di ritorno da Plaza Vea, l’ipermercato di fiducia… Faccio un respiro, tiro su le maniche e mi tuffo tra gli scatoloni ripieni d’ogni cosa. Si lavora fino a tardi, catalogando giocattoli ed articoli per l’infanzia, facendo una pausa solo per la cena (nostra e dei poveri), che vola via veloce. Collaboriamo tutti, alcuni dipendenti si fermano qui a dormire, per dare una mano.

Domani ci sono i Giochi Camilliani 2008, dove i malati (ed io per questo non giochero’… per fortuna…) delle GAM (Grupo de Ayuda Mutua) del Peru’ si confronteranno nei tornei di pallavolo e calcetto, con tanto di super-almuerzo (pranzone apocalittico) e pesca benefica di giochi e giocattoli.

Sembra tutto bello… semplice, importante… facile, quando non lo e’. Ma vivere la vita, in comunione, e’ per questa gente lo strumento per essere ricchi davvero. Padre Zeffirino lo ha capito, quasi trent’anni fa… io, forse, in questi giorni.

Ma questa buonanotte e’ per te, omino peruviano, che te ne stai solo, in mezzo a neon di corridoi e lamenti sordi di malati… come te… ed i tuoi amici che qui t’aspettano.

Buonanotte, Jose’ Antonio Zarate Lara.

Oscar

Giorno 6, LA POVERTA’

LA POVERTA’

Lima 18 luglio 2008

Il sonno perso, la stanchezza che s’accumula… sono debiti che prima o poi bisogna saldare, l’ho sempre saputo.

Forte di questa convinzione, mi trattengo una mezz’oretta in piu’ a letto, giusto il tempo di realizzare che e’ “opportuno” non accampar scuse troppo a lungo e che mi sottoponga alla tortura: la doccia.

Appresa la temperatura siberiana dell’acqua gia’ nel corso del mio primo giorno qui all’Hogar, ho scelto che e’ meglio rischiare di prendere la polmonite ogni due giorni, piuttosto che quotidianamente; ma oggi non me la posso proprio scansare.

Cosi’ mi faccio coraggio e mi gelo.

Scendo per la colazione ovviamente sveglissimo (cioe’ intirizzito); Gabi, mossasi a compassione per i precedenti giorni, mi propone il “café’ istantaneo”… Io, solo per gentilezza, accetto pentendomene amaramente solo dopo aver provato una bella tazza di “Ecco”, la marca della pozione mattutina.

Mi sveltisco nelle operazioni di lavaggio delle stoviglie meditando seriamente di tornare alla “colazione asciutta”… quando mi chiamano dicendomi che mi aspettano alla porta con il motore del furgone acceso.

Oggi, venerdi’, si esce per la Visita Domiciliaria ai malati, e nel pool della spedizione Padre Zeffirino ha voluto inserire pure me; sono infatti insieme all’autista (Julio), ad uno psicologo (Alonso), ad un medico (Jesus), ad un assistente sociale (Carmen)… e al piccolo Alex, che “istituzionalmente” non c’entra nulla ma che mi segue ormai come un’ombra.

Partiamo alla volta del Cono Sur di Lima, precisamente verso la Municipalidad di Villa Maria del Triunfo, che detta cosi’ suona benissimo ma che in realta’ e’ un’accozzaglia di “abitazioni” dove la miseria, quella vera, e’ reale come il sole nel cielo…

Abbiamo 8 famiglie d’andare a visitare, questo il programma; l’attivita’ dell’Hogar consiste anche in questo: seguire i malati che non possono economicamente permettersi di venire al centro; si va nelle “case”, si parla, ci si interessa delle persone, ci si sincera che i bimbi ricevano la minima scolarizzazione, li si conforta.

I miei occhi, non le mie parole, devono credere a quel che vedono… piu’ il furgone s’addentra in quei sentieri petrosi e scoscesi, tra baracche e vere e proprie discariche, piu’ ci si materializza innanzi un’area sconfinata di “moderne” capanne, a perdita d’occhio…

Qui “vivono” (lo virgoletto, questo verbo, perche’ mi sembrerebbe peccare di superficialita’, non farlo…) decine di migliaia di persone, di cui la stragrande maggioranza nata dal nulla e destinata allo stesso nulla, in quanto di stanza in questo deserto di sassi, aspro ed ostile, carente di ogni struttura e servizio base: acqua, luce, fogne, gas. Nada.

Lima e’ una metropoli di quasi 10 milioni di abitanti, la seconda citta’ piu’ popolosa di tutto il Sud America… dove quasi il 50% dei suoi abitanti vive sotto la soglia della poverta’ e le baracche, “quelle” baracche, sono l’unico bene che possiede.

Mi sento fuori posto, come se questo camioncino bianco, che disperde branchi di cani al suo passaggio, stesse violando un territorio troppo lontano dalla mia vita, dalla mia realta’. Capisco che oggi, mi ci sto avvicinando, alla poverta’ autentica.

Guardo quest’estensione sterminata di cartoni, lamiere, legni, corde, pietre… messe insieme a far un tetto… o qualcosa di simile che copra dal sole, non certo dalla pioggia.

La pioggia. E’ questa la cosa che mi salta alla mente…

A Lima non piove quasi mai. Sembra infatti che la perenne nebbia inquinata abbia la beffarda funzione di tappo al rovescio: non permettendo al cielo di arrivare alla terra, alle precipitazioni piovose sulle “case”. Il terrore che mi si scarica lungo la colonna vertebrale e’ generato dal pensiero di quali e quanti effetti devastanti potrebbe avere un eventuale nubifragio su queste dimore e su queste vie sterrate, largamente impreparate a riceverlo… l’idea che tutto cio’ che vedo possa un domani non troppo lontano mescolarsi in un unico fiume marrone, non mi pare tuttavia cosi’ assurda; questa riflessione non smette d’inquietarmi per tutta la mattina.

Le visite a domicilio, mi spiegano i miei compagni di viaggio, sono sempre organizzate prima. Benche’ non si possano avvisare le famiglie telefonicamente, per logiche ragioni (semplicemente perche’ questa gente non ha NULLA, dunque nemmeno il telefono). Alle persone del posto pero’ il furgone dell’Hogar e’ sempre piu’ familiare e, dove prima c’era diffidenza, ora c’e’ un sorriso, anche se malato.

Visitiamo le famiglie, una dopo l’altra, perdendoci, per raggiungerle, almeno una decina di volte, nel labirinto di fango secco che sembra circondarci. Faccio qualche foto, impietrito… ai figli di una mamma, seguita dai cammilliani… giocano con alcune scatolette di latta nella piccola aia di terriccio antistante la loro “sistemazione”… ridono…

Il peruviano in condizioni di miseria estrema, come del resto si sente dire di molte altre popolazioni sudamericane, e’ tenace e sorride sempre alla vita, anche’ quando le cose non vanno granche’ bene…

Me ne convinco anche dal numero imprecisato di bandiere biancorosse del Peru’ che sventolano alla mia vista… queste famiglie disgraziate sono alla fame, ma mostrano con orgoglio la loro dignita’.

“Siamo della parrocchia”, diciamo alle persone. Qui, anche tra poveri, c’e’ moltissima discriminazione, mi spiegano. E quindi non ci si dichiara appartenenti all’Hogar San Camilo, per non mortificare, agli occhi degli altri, persone che gia’ versano in situazioni, pratiche e psicologiche, complicatissime.

Il gruppo riparte e con le proprie nocche batte una porta dopo l’altra… qualcuno si fa trovare, altrove silenzio…

E’ stato un pugno allo stomaco, questa prima mezza giornata… assestato con mestiere da uno smaliziato sacerdote italiano…

Comprendo perche’ l’abbia fatto, e, come sempre, lo ringrazio. Non sono qui da neanche una settimana e gia’ cose molto diverse mi hanno naturalmente trafitto. Non potevo chiedere impatto piu’ vero.

Ci si muove come un carro bestiame, all’uscita di quest’inferno di tristezza… Noi ce ne andiamo ma la gente rimane li’, ci vive, ci muore.

Una sensazione d’immensa impotenza m’investe…

E rimango cosi’, stupido…

Non trovo altre parole per descrivere cio’ che ho visto stamattina.

Quello che so, per certo pero’, (e che mi riempie di fierezza), e’ che la missione di Padre Zeffirino arriva fin qui, dai dimenticati.

Ritorno all’Hogar silenzioso, taciturno… voglio che queste immagini che hanno impressionato i miei occhi come fossero una pellicola, decantino, nella mia personale ed intima camera oscura.

Arriviamo alle 15 passate, Alex ha cominciato a lamentarsi per la fame gia’ verso le 12e30, divoriamo con compostezza zuppa e secondo piatto e ci disperdiamo, ognuno alle sue cose.

A me, hombre de trabajo, toccano i “soliti” camion da scaricare e casse da movimentare, fino a tarda sera… Mi riposo facendo un paio di volte la pipi’ (qui l’effetto-sopa gioca a mio favore, stavolta…) e discorrendo non piu’ di 10 minuti con Paolo dei bambini di AIB, apprendendo le modalita’ di istruzione ed esperimento del progetto di AAD.

Lavoro senza pensar troppo alla fatica, questo pomeriggio… la mia mente e’ troppo impegnata a fare ordine, a cercare di scomporre, di depurare…

Lascio fluire i pensieri sino a stordirmi… penso pure che da quando sono in Peru’ non ho speso un centesimo… non ho nemmeno cambiato i soldi, ho ancora un mucchio di euro con me e nessun soles… Qui, per la vita che faccio, il denaro non serve. I pasti e l’alloggio me li guadagno lavorando… Mi sfiora perfino il pensiero che se stessi qui un annetto potrei rimettere in sesto i miei conti correnti (!!!)… ma e’ un riflesso fugace che evapora presto con il salir della sera…

Prima di cena Padre Zeffirino, quasi imbarazzato per la mole di lavoro che ho sviluppato nel solo pomeriggio, mi regala una tavoletta di cioccolata (l’ho ricevuta come Cannavaro ha potuto ricevere la Coppa del Mondo…); poi il “dramma”: tra i latrati di brina, ho DOVUTO rifare la doccia…

La cena scorre familiare, tra gentilezze e affettuosita’… Gabriela mi prepara una salatissima insalata a parte (ha gia’ imparato che non gradisco molto l’aceto), Padre Zeffirino offre a tutti della buona frutta e, a fine pasto, dei biscotti al burro che il convivio accoglie con euforia.

Diamo seguito alla nostra “buona azione della sera”, dalla quale torniamo, sorprendentemente e per la prima volta, riportandoci del mangiare indietro: li abbiamo sfamati davvero tutti, ed a sufficienza !

Domani compiero’ la mia prima settimana, da quando sono partito.

Mi sembra una “vita”… sia da quando sono qui, perche’ e’ stato forte e rapido il mio inserimento nella quotidianita’ dell’Hogar, sia da quando manco da casa… perche’, nonostante l’esperienza umana che sto avendo la fortuna di vivere (e l’enorme distanza…) e’ profondo in me, sempre, il senso di appartenenza alle “mie” persone.

Buonanotte a voi, amori miei…

Oscar

Giorno 5, LE STRADE

LE STRADE

Lima 17 luglio 2008

Nel mio quinto giorno, quello che comincia prima degli altri, frego la sveglia e la prendo alle spalle: 4.45, segna il quadrante blu al mio polso destro… Per la verita’, devo ringraziare i litri di sopa che ingurgito quotidianamente, perche’ se mi levo cosi’ presto e’ solo perche’ la notte mi restituisce la vescica delle dimensioni di un pallone da basket, e, ad un certo punto, devo pur fare qualcosa.

Cosi’ mi alzo; la stanchezza e’ fissa, come un clacson incantato.

Ma non e’ tempo di ciance, mi lavo con i cubetti di ghiaccio che vengono fuori dal rubinetto di cui e’ dotato il mio “spazio igienico” e volo al piano di sotto, dove mi aspetta Mario per caricare le casse da portare a Cañete e preparare un po’ di colazione da consumare in viaggio.

“15 sandwich, con l’immancabile mermelada de fresa, dovrebbero bastare…”, penso mentre avvolgo i panini nella carta assorbente; prendiamo una bottiglia di yogurt naturale da bere e “salpiamo”.

Siamo in tre, io, Mario e Julio (un autista), per le strade di Lima, con un super-furgone Renault, quando non sono ancora le 6…

Usciamo dalla citta’ che si sveglia piano, nelle luci celesti del primo giorno… Julio ci racconta d’esser stato aggredito poco prima, nel venire all’Hogar, in tre l’hanno assalito e lo hanno derubato (24 soles ed il cellulare, il bottino); Lima e’ cosi’, non ti puoi fidare, mai.

Imbocchiamo l’autopista, la mitica carretera Panamericana, la dorsale sudamericana che, ai piedi della lontana cordillera argentina, diventa la epica Ruta 40… Attraversiamo paesaggi monotoni e per questo affascinanti… la parte desertica del Peru’ non si fa attendere; costeggiamo l’Oceano Pacifico, puntando a Sud, destinazione Cañete.

Ci arriviamo dopo quasi due ore di sobbalzi e sabbia, asfalto e oblio… Si’, oblio, perche’ qui sembra che la vita si sia dimenticata di se stessa… ci sono villaggi fatti di “case” che altro non sembrano che scatole di scarpe, vecchie e rotte, separate da vie di terra gialla e vento…

Non hanno servizi, questi posti, ma sono pieni di gente, sporca e brulicante.

Cañete, piccolo assembramento di casupole semidiroccate il cui nome completo e’ Vicente de Cañete, e’ una nuvola di polvere in cui si muovono sciami confusi di mototaxi a tre ruote precari e coloratissimi, e’ tutta una confusione di gente e bambini, cani che rovistano nella spazzatura e vecchi che spingono bancarelle con le ruote, tra i gas di scarico di ingorghi e via vai di malandate macchine degli anni ’80…

Lo scorso anno, questo centro abitato ha subito gli effetti di un brutto terremoto (sisma di 2 minuti, mi raccontera’ poi Paolo, con scosse di assestamento per i seguenti due mesi…); d’allora, tutto e’ rimasto com’era, distrutto e abbandonato. La gente ha accettato l’evento con rassegnazione, adattandosici con lentezza tutta latina.

Scarichiamo le casse a “casa” di una signora corpulenta e sorridente, i figli ci aiutano con buona volonta’, chiaccheriamo qualche minuto, il tempo di ritirare una busta di plastica piena di pomodori per Padre Zeffirino (il loro ringraziamento per il gesto di carita’), e ripartiamo alla volta di Lima.

Ho sempre creduto che il cambio di prospettiva, nelle cose, aiuti a scoprire nuovi lati, oscuri e nascosti, prima sfuggiti… invece fare questa strada al contrario non aggiunge niente al nulla. Se non la sensazione che, fuori da Lima e dalla sua asfissiante concentrazione urbanistica, non ci sia nient’altro che terra.

Torniamo al centro che gia’ il giorno qui e’ ad uno stadio avanzato: oggi e’ giovedi’, il turno delle mamme incinta (las embarazadas). Ma non ho il tempo di far un giro su me stesso che sono nuovamente a bordo del furgone, stavolta solo con Julio, con destinazione la sede peruviana di “Madre Coraggio”, per ritirare alimenti e medicinali per neonati, donati all’Hogar San Camilo dalla Caritas Humanitaria.

Julio e’ un tipo di grande intuito; lo capisco quando mi accorgo che approfitta del nostro mandato al prelievo della donazione per compiere un giro ozioso che mi faccia vedere un po’ di Ciudad…

Cosi’ i miei occhi scintillanti di curiosita’, si muovono rapidi tra gli edifici colorati del centro della capitale del Peru’; la macchina fotografica e’ all’Hogar, praticamente l’avrei potuta lasciare a Siracusa… visto che se provo a portarmela dietro rischio un agguato dietro l’altro…

Passiamo davanti al giallissimo Monasterio di San Francisco e a fianco alla Iglesia di Santa Rosa, cosi’ scorron l’Ayuntamiento e il Rio Rimac (il torrente che cruza Lima) ed altre strade popolate da centinaia di limeños in perpetuo fermento.

L’impressione che si siede sul furgone accanto a me, lungo la strada di ritorno alla base, e’ quella di trovarmi in una citta’ troppo grande, con troppe persone e troppo poco lavoro e troppo poco denaro… la sensazione netta e’ quella di essere all’ultimo centimetro di una miccia accesa: Lima sembra potenzialmente una “bomba”. Tutti DEVONO vivere, in qualche modo; lecito o illecito. E’ una battaglia che sembra ripetersi uguale a se stessa un giorno dopo l’altro… e avanti cosi’…

Ho ancora in testa questo pensiero quando rientro tra i quattro corridoi del “mio” chiostro giallo e blu.

Mangio tranquillo, ormai il rito e’ diventato meccanico; fin dal mio primo giorno qui, mi e’ stato assegnato un cassetto di plastica, nel grande armadio presente in cucina, dove riporre le mie stoviglie.

Vicino la maniglia c’e’ scritto “Martin”, ma non ho chiesto chi sia ne’ che fine abbia fatto… (anche se posso immaginarlo…), so solo che quello e’ il posto delle “mie” cose per mangiare, che lavo, come tutti, al termine di ogni pasto. Ed anche di questo.

Nel pomeriggio guardo le madri. Le future mamme dei bambini che portano in grembo… hanno la paura negli occhi, distinguibile senza alcuna abilita’… loro, “positive”, che per il loro cucciolo sperano in un miracolo… di cui avranno conferma solo quando il bebe’ avra’ quasi due anni; prima di quel tempo, infatti, il virus non si manifesta nemmeno ai controlli medici piu’ avanzati.

C’e’ un sole pallido nel cielo bianco, ma c’e’; chiacchiero con Padre Zeffirino, con Gabriela, con Paolo… sono momenti belli, pieni di serenita’. Sembriamo una famiglia e non lo siamo. O forse si’, in qualche forma.

Con Paolo parliamo delle vacanze dei bambini che inizierebbero il 26 luglio; forse, per tutta una serie di cose su cui ci confrontiamo apertamente, Huancayo (3400mt s.l.m., a nord-est di Lima) potrebbe essere la mia destinazione. Ma si vedra’.

Con Gabi ci intratteniamo invece giusto una ventina di minuti. Mi racconta che e’ venuta qui il 14 maggio di quest’anno… in furgone !!! Un viaggio figlio della perdita di un’amica “divina” (cosi’ la definisce), fatto senza soldi ma con una forte determinazione… tre giorni, da Mendoza a Lima, attraversando il nord del Cile, per realizzare questo suo sogno… per il quale ancora non si vuole svegliare…

Nel medio pomeriggio mi occupo di alcuni lavori di cartoleria che svolgo per conto di Maribel; sistemo certi articoli di giornale sul VIH (la sigla dell’AIDS in peruano) che andranno attaccati nella bacheca informativa.

Chiudo la tarde con una partita di pallavolo con i lavoranti dell’Hogar; sabato e domenica ci sono i Giochi Camilliani per gli adulti, ed io, anche qui, non fatico per conquistarmi un posto in squadra: per il weekend l’Hogar potra’ contare su un nuovo jugador.

La cena e’ stata la migliore da quando sono qui. Anche se Padre Zeffirino non ha servito vino, stasera. Ha invece tenuto un discorso sull’importanza dell’alimentazione per combattere il virus… E’ fermamente convinto che il metodo, la pulizia, la corretta nutrizione, la cura di se stessi, il movimento e l’interazione con gli altri siano strumenti molto potenti contro l’avanzamento della malattia; ha battuto tanto, su questo punto.

“Somos una comunidad”, ha detto alla fine… spiegando che anche il reciproco aiuto e’ fondamentale. Credo intendesse non solo nella circostanza.

Domani dovrei esaminare con Paolo le schede dei 30 bambini “seguiti” da AIB, organizzare dei lavoretti da portare in Italia e valutare chi di loro andra’ dove a trascorrere le prossime vacanze invernali.

Ultimo queste righe dopo aver svolto il servizio di “catering” esterno, anche stasera; ormai los pobres mi conoscono e mi riconoscono, mi salutano, mi augurano la buonanotte…

E’ incredibile scoprire dove possa trovare rifugio tanta semplicita’… in questi miei inconsapevoli “amici” peruviani, educati e gentili…

Buonanotte a voi, stasera, amici poveri… giammai poveri amici.

Oscar

Giorno 4: si lavora

SI LAVORA

Lima 16 luglio 2008

Mi sveglio stanco ma “all’orario”; ormai conosco i ritmi della mattina e so di potermi concedere una decina di minuti al vestusto pc (un IBM post-bellico) per comunicare via mail con il resto del mondo (per telefonare serve la vincita del jackpot al superenalotto peruviano…).

Consumata la colazione ormai “secca”, ovvero fatta di solo mangiare e niente bere, ci vediamo distribuire delle magliette arancioni da Padre Zeffirino, ma qualcosa mi dice che non si tratta della rivincita di ieri sera… Uso il plurale perche’ siamo io, Mario (un altro “ospite positivo” dell’Hogar, un instancabile tuttofare…) e due giovani seminaristi colombiani, adepti camilliani.

Ci spostiamo al centro nuovo e i muscoli, ben piu’ perspicaci di me, mi cominciano a dolere… Gia’, c’e’ il nuovo auditorium da svuotare, roba da “poco”. Le magliette arancioni capisco tardi che rappresentano il tentativo malriuscito del Beruschi peruano di “addolcire la pillola”…

Non so dire quanti viaggi di carico e scarico abbiamo fatto con scatoloni di tutte le forme e dimensioni dal primo piano al sotterraneo, ma c’e’ da star certi che se Padre Zeffirino, che in certe situazioni mi guardo bene dal definire magnanimo, ha comandato 4 persone, quello che si sta svolgendo occuperebbe allo sfinimento almeno il doppio del nostro numero. Ma tant’e’.

Lavoro come un mulo, pensando continuamente che il volontariato e’ un’azione a tutto tondo, ed esserlo significa fare qualcosa che qualcuno dovrebbe in ogni caso fare… la vedo cosi’, anche perche’ in questi casi un po’ di filosofia aiuta…

Arriviamo al pranzo trascinandoci.

Siamo tantissimi oggi, i bambini non li ho visti neanche col binocolo, cosi’ tanti che nel chiostro non c’e’ piu’ posto; decido di mangiar dentro, con Orlando, lasciato solo. Parlottiamo durante il pasto, lui si sente considerato e si tira un po’ su, gli regalo con gioia la mia razione di riso in bianco (non ne posso gia’ piu’), lui arriva anche a sorridere, mi parla di Arequipa e dell’Hogar di laggiu’.

Terminato il pranzo me ne andrei a letto, cosi’, a riposare un po’ e a godermi i piccoli al mio risveglio… invece non va propriamente cosi’.

Il Generale chiama, i soldati rispondono o devono farlo. Io tra questi.

Cominciamo a movimentare una quantita’ di giocattoli mai vista, bambole, macchine, giochi da tavolo e diavolerie d’ogni genere e specie, e di vestiti, nuovi, vecchi, usati, di tutte le taglie e per tutte le stagioni, posti alla rinfusa in una stanza che si affaccia sul porticato; spostiamo un’infinita’ di oggetti dalle casse, li selezioniamo, li ricoveriamo nuovamente in cartoni o buste di plastica, li andiamo conservando nelle soffitte del centro… Passiamo tutto il pomeriggio, diretti magistralmente dal sommo compositore di fatiche concentrate, a svuotare un’intera sala e a “produrre” una trentina di casse su cui Padre Zeffirino fa scrivere con un pennarello rosso la dicitura: CAÑETE.

Dei bambini sento solo il pianto e gli strilli, le voci, nella migliore delle circostanze…

In ultimo, prima della cena “de los trabajadores”, il Capo mi manda con Jesus a smontare tutti i sedili del furgone 16 posti (tranne i tre anteriori) perche’ domani mattina presto il mezzo dev’essere pronto per partire…

Sono disintegrato, arrivo a sognare delirante quell’assurdo “letto” che mi ritrovo…

A cena, il colpo di spettacolo.

Mangio l’immancabile sopa silenziosamente… scruto l’orologio e non vedo l’ora di abbandonarmi al sonno, sempre abbondante.

Ed e’ li’ che Padre Zeffirino cala la mannaia… “Ti vedo silenzioso” – ghigna – “va’ a letto presto stasera…”, e fa una pausa sinistra… poi riprende affondando “che domani devi svegliarti alle 5 ed andare a Cañete !”: jeb d’incontro e dritto al tappeto.

Cañete e’ un pueblo a 150 km da Lima… andremo con Mario, a consegnare ai poveri di la’ tutti i giocattoli e gli indumenti raccolti oggi in “quella” trentina di casse e con “quel” furgone, pronto a partire.

Accetto tutto, sono fatto cosi’, vado volentieri al tappeto, ok… almeno in quei dieci secondi mi riposo !!!

L’aspetto positivo e’ che usciro’ dall’Hogar, vedro’ un po’ di Peru’, nelle 5 ore di strada che ci attendono, tra ida y vuelta, respirero’ aria nuova (smog a parte…).

Chiudo la serata con il solito finale e, di ritorno dalla consegna dei viveri rimanenti ai poveri in nostra attesa, mi soffermo ad ammirare la Cruz Blanca di San Cristobal, tutta illuminata, lassu’, che domina la citta’ quasi buia… Mi piace guardarla e pensare che la ricordero’ con nostalgia… mi lancia lontano i pensieri, me cuida.

Questa notte sara’ corta, come non lo sono i miei giorni in Peru’, lunghi e veloci. E’ gia’ terminato il giorno quattro, ed e’ stato un giorno di molto lavoro. Mi congedo da questi pensieri tenendo bene a mente che sono anche i bambini, a beneficiare di tutte queste cose, di tutto questo spendersi… gli utenti finali, il bersaglio diretto ed indiretto di ogni cosa, qui all’Hogar… ecco il grande tacito insegnamento di Padre Zeffirino, la sua longa manus che tutti protegge, tutti conforta, nessuno dimentica.

Buonanotte, Padre Zeffirino.

Oscar

Giorno 3, LEIDY

LEIDY

Lima 15 luglio 2008

Ormai la colazione e’ diventata un “problema”. Di liquido non mi piace nulla tranne l’acqua ionizzata… loro prendono una specie di intruglio pannoso davvero non commestibile. Vado avanti a panini con marmellata di fragola, fino al disgusto.
Mi impegno con “los medicamentos para los enfermos”, imbottisco cosi’ di pillole e gocce Alex e do’ la pillola delle 8 ad Orlando.
Padre Zeffirino e’ in piedi presto oggi, lo vedo frenetico (ieri e’ arrivato a Lima il cardinale Tettamanzi, suo amico particolare, e vorreb be che venisse qui all’Hogar…), di scatto mi “punta” e comanda: vieni con me.
Usciamo a comprare provviste con una decina di casse vuote e con il furgone; per le strade il solito manicomio con tanto di batticuore, ma giungiamo miracolosamente vivi ad un centro commerciale chiamato Plaza Vea. Anche qui Padre Zeffirino e’ un’autorita’: inservienti dell’ipermercato si mettono a sua disposizione, riempiamo 5 carrelli di solo pollo, poi un altro con un centinaio di teste d’aglio, carote e patate a profusione, innumerevoli limoni ed altre cose previste per la nutrizione dei malati. Guardo i prezzi, Padre Zeffirino mi indica una scatola di Baci Perugina: in vendita alla modica cifra dell’equivalente di 13 euro (!!!); per non parlare della pasta Barilla, presente ma inacquistabile…
Carichiamo con Victor, un aiutante, il furgone fino a stiparlo (le spalle, le braccia e la schiena tengon memoria delle reti e dei materassi di ieri, giu’ per le scale…).
Torniamo all’Hogar che e’ quasi ora di pranzo, ma prima scarichiamo il furgone e separiamo le parti del pollo per congelarle differentemente. Faccio tutto con lena e curiosita’, “l’Hogar e’ come un’impresa” – mi dice il sacerdote italiano – “per mandarlo avanti ci vogliono circa 17.000 euro al mese…”! Mi rimbomba ancora in testa questa frase buttata li’, lungo il tragitto di ritorno… sono rimasto di sale… ma poi ho pensato a tutte le persone che mangiano qui, tre volte al giorno, alle medicine, alla benzina, alle pulizie e a tutto il contorno… e ne convengo: l’Hogar non e’ un parco giochi…
Il pomeriggio arrivano i bambini !!! Quanti sono !!!C’e’ un clima bellissimo ora, bimbi che saltano, ridono, giocano; tutti, a turno, fanno delle attivita’ di “recupero”, di sostegno alle medicine convenzionali, come se fossero delle metodologie alternative usate in maniera complementare: “estimulacion temprana”, per esempio, e’ un’attivita’ che coinvolge genitore e figlio, entrambi malati, e che punta, oltre a rinsaldare il loro rapporto facendovi partecipare non soltanto il bambino, a recuperare eventuali deficienze di sviluppo dovuti alla malattia o ai traumi conseguenti alla conferma di contrazione del virus…
Io fungo da aiutante a Lucrecia, una ragazza che lavora qui il lunedi’ e il mercoledi’ come psico-fisioterapista: “insieme” teniamo la sessione dei massaggi; io doto le coppie (mamma e bambino) di tova glietta e olio medico e Lucrecia spiega ai genitori come massaggiare in modo stimolante i piedi dei propri bimbi.Il tutto si svolge in un’atmosfera di ilarita’ generale per il solletico sofferto dai “pazienti”… Sembra inutile, ma tutti partecipano con cieca fiducia.
Finita la sessione, e’ prevista la proiezione del film “Alla ricerca di Nemo”: mi volto, e ai miei piedi c’e’ una bambina sorridente, spuntata dal nulla,che m’implora di prenderla in braccio (cargame, mi supplica).Non mi sembra vero… salita su, questa bambina abbraccia l’italiano alto e barbuto dell’Hogar, quello “nuovo”, con abbandono. Alleno il mio spagnolo non perdendomi un fotogramma del cartone animato, con la piccola Leidy, questo il su o nome, spalmata su di me.
Leidy e’ una bambina. Come ne ho viste tante… solare, vivace, affettuosa e sieropositiva. Ma e’ una bambina, semplicemente… mi fa vedere i suoi quaderni, mi indica il nome della sua scuola, mangia le caramelle e disegna cuori rossi trafitti da frecce. E’ gelosa, Leidy, del suo nuovo cavaliere; mi tiene tutto per se’, non gradisce che gli altri acquistino confidenza: sono roba sua, ormai. Quando qualcuno ci passa davanti occultandoci lo schermo, educata dice “permiso”, riottenendo la piena visuale.
Ride Leidy, ad ogni battuta, sebbene la storia del pesciolino rosso smarrito l’abbia vista gia’ due volte, mi confessa; nessuno meglio di me puo’ capirla, con il record di visioni della serie di Bud Spencer e Terence Hill che mi ritrovo in curriculum…
Si fa prima sera, i bimbi vanno via, forse rivedro’ Leidy la prossima settimana, si distacca da me con tristezza, la niñita…Il tardo martedi’ qui all’Hogar e’ un “momento deportivo”, e’ di scena infatti la partita a calcetto… Si sparge veloce la voce che c’e’ un italiano, nel centro, ed il mio ingresso in campo, da campione del mondo in carica (vedi Berlino 2006…), viene accolto con rispetto.
Giochiamo quasi 2 ore, le regole sono un po’ strane qui, mi ci abituo in fretta; gioco una partita eccellente e non perche’ i miei piedi siano quelli di Roberto Baggio, piuttosto perche’ i giocatori peruviani sono tutto fumo e niente arrosto. Alcuni sono tecnicamente davvero molto bravi ma tutti, indistintamente, inconcludenti.
Mi ritorna in mente una frase di Henrry all’aeroporto di San Paolo, parlando di calcio per ammazzare il tempo dell’attesa… mi disse “los jugadores peruanos, juegan como nunca y pierdon como siempre”, cioe’ giocano sempre benissimo ma perdono tutte le volte… e calza alla perfezione adesso.
A cena non si parla d’altro e vengo subito visto sotto un’altra luce ancora… anche a Padre Zeffirino arriva la voce… e si sincera che tifi per l’Inter come lui, prima di aprire la bottiglia di vino della serata.
Gabi arriva tardi, e’ stata in ospedale per la visita a “los internados” (ai ricoverati), l’aspetto cenare ed insieme espletiamo il rituale esterno all’Hogar: la cena del povero.
Mi attardo a scrivere queste pagine ed altre, tornato dalla strada.
E’ notte, all’Hogar San Camilo di Lima, una fresca notte, per andare a dormire.
I miei pensieri sono sempre svegli, l’Italia e la mia vita sono continuamente il mio presente, anche da qui.

Buonanotte a te, mondo lontano.

Oscar

Giorno 2, la Gente

LA GENTE

Lima 14 luglio 2008

Il mio secondo giorno qui e’ segnato piu’ dalle persone che dalle cose, piu’ dagli adulti che dai bambini, piu’ dai malati che dai sani.

E mi sorprende che il fatto non mi stupisca, anzi… la cosa ha le sembianze di un risvolto inatteso ma unicamente positivo…

Mi alzo poco prima delle 7, forzando il mio organismo europeo ad adottare rapidamente i ritmi locali ed ostinandomi ad ignorare il robusto fuso orario che prova a non lasciarmi andare…

Mi aggiro tracciando il quadrato dell’intero porticato del centro, finendo in cucina.

Qui, gli “ospiti” dell’Hogar sono gia’ al lavoro per il desayuno…

Padre Zeffirino (gia’ recatosi nel nuovo centro di recente inaugurazione) e Paolo (che vive fuori dall’Hogar, in una casa in affitto) non ci sono, cosi’ cerco un riferimento in Gabriela, svegliatasi poco dopo di me. La seguo con gli occhi in tutto, cercando di imparare quanto piu’ possibile ed in fretta.

La colazione e’ pessima, come quasi tutta la comida, ma imparo a riconoscere i volti dei miei “compagni” ed i loro nomi: Savino (parla come Lerch e si muove pianissimo), Isaia (zoppo, col naso storto e senza l’uso del braccio destro), Zaccaria (il piu’ vecchio, con tre denti distribuiti in ordine sparso), Alex (il piu’ piccolino, tremendo, prende piu’ medicine di tutti), Jon (19 anni ma ne dimostra 11 causa virus…), Orlando (terminale per cancro, sulla sedia a rotelle, la depressione se lo sta mangiando…), Franquin (non vedente, taciturno ed intelligentissimo) ed altri ancora, “positivi” come loro.

La loro diffidenza nei miei confronti s’ammorbidisce col passare delle ore e, soprattutto, vedendo come mi tiene in considerazione Padre Zeffirino…
Le cuoche mi dicono che stanotte c’e’ stato il terremoto, ha vibrato tutto… “del quarto grado” continuano a ripetere… credo Richter, perche’ penso che Mercalli non sappiano nemmeno chi sia quaggiu’…

Io, col sonno di granito che mi ritrovavo, non ho sentito nulla e per questo sono stato un po’ preso in giro: bene – ho pensato – e’ una presa di confidenza.

Con Gabi (cosi’ la chiamano i nostri amici), ci spostiamo al centro nuovo dell’Hogar; piu’ moderno, piu’ pulito ma anche piu’ “freddo”, piu’ spoglio… sembra una clinica. Qui incontriamo Padre Zeffirino che ci divide destinandomi a “smontare” le camere adoperate dai bambini di Arequipa e Huancayo, alloggiati qui in occasione dei Giochi; questa disposizione si traduce nel movimentare 40 reti ed altrettanti materassi dal terzo piano al sotterraneo, dove vengono ricoverati.

L’occasione, oltre a spezzarmi la schiena, porta con se’ il risultato di trascorrere la mattinata con Jaime, 35 anni, sposato, con 2 figli, ed Erica, piu’ grande, separata e sieropositiva, con 3 figli: si occupano di servizi di pulizia per l’Hogar.

Con Jaime facciamo l’inevitabile lavoro di fatica mentre Erica ci viene dietro pulendo le stanze. Con loro parliamo di tutto, mi chiedono dell’Europa, dell’Italia, della Spagna… mi parlano delle loro vite difficili, Jaime arriva a piangere ma riesce a tirare fuori dai denti la frase “tengo confiancia en el mi dia”, e si consola. Ha fiducia, Jaime, che un giorno per lui verra’ la svolta. Intanto si alza alle 5 del mattino, fa 2 ore di autobus per venire a lavorare, poi 10 ore di lavoro e ancora 2 per ritornare a casa: il tutto per uno stipendio di quasi 400 soles mensili, meno di 100 euro…

Ad Erica va anche peggio perche’ e’ separata ed ha un figlio in piu’ da sfamare; Jaime ha comunque una “casa” di proprieta’, Erica vive con i suoi 3 figli da sua sorella… “mangio per sopravvivere” mi dice, il resto lo da’ ai figli, ma quanto guadagna “non basta, non basta…”: sognano l’Europa ed una vita migliore ma sanno gia’ bene che non avranno mai i soldi per andarsela a prendere.

Per pranzo i ragazzi mi vogliono a capotavola, io sono di buon umore, nonostante i racconti della mattina, scherzo con loro e cerco di farli interagire un po’ di piu’ (la condizione psicologica di un malato di AIDS non e’ delle piu’ banali…).

Il pomeriggio scorre cosi’ sereno, c’e’ il sole e sono arrivati gia’ le mamme con i loro figli, i bambini giocano dappertutto… oggi e’ il 14 luglio e mentre in “tutto” il mondo questo giorno viene ricordato per “la presa della Bastiglia”, qui, all’Hogar San Camilo di Lima, in Peru’, e’ il giorno piu’ importante ed atteso dell’anno: ricorre infatti l’anniversario della morte di San Camillo de Lellis, santo italiano, protettore dei malati, come viene riportato in tutti i calendari di ciascuno; cosi’, alle 16e30 ora locale, Padre Zeffirino dice messa (ovviamente in castigliano). E’ un momento di grande partecipazione e condivisione, tanto sentito qui, si canta, ci si abbraccia e l’intensita’ della funzione la si puo’ cogliere facilmente negli occhi lucidi dei partecipanti all’assemblea.

Finita la celebrazione, mi intrattengo a chiacchierare con la piacevolissima Maribel, che sogna l’India…

Si cena tutti insieme, Padre Zeffirino mi vuole al suo fianco, mi coccola stappando una bottiglia di vino cileno del 2005 che mi scolo praticamente da solo (lui e’ astemio ed i malati non possono assumere alcol poiche’ sotto cure mediche) ed, infine, mi offre il suo frutto preferito: il pompelmo rosa. Lo mangio senza opporre resistenza (sono quasi ubriaco…), Padre Zeffirino annuisce senza fiatare… che personaggio… sembra Enrico Beruschi con la barba bianca… lui e’ cosi’, diretto e rapido, fa senza dirti, ordina senza spiegarti, dispone e devi solo eseguire… molte volte non comprendo le finalita’ di certi suoi atteggiamenti… ma e’ bello… bello sapere perfettamente che se non capisci qualcosa sei sempre tu a non “arrivarci” e mai i suoi gesti ad essere insensati; s pero che il tempo che trascorrero’ qui m’aiuti a sciogliere ogni foschia in merito. O almeno qualcuna.

Non prima d’avermi adeguatamente istruito sulle medicine da dare ai malati (domattina sara’ la mia prima volta…), con Gabriela andiamo dai “nostri” poveri a portar loro la cena… e’ un qualcosa, questo servizio, che ha dell’incredibile, mi tocca… questo gesto semplice e grande insieme… divido riso e sopa e pollo e mentre lo faccio penso a quando mi ritrovero’ a casa, lontano migliaia di chilometri da qui, e ripensero’ a questi momenti forti e mi chiedero’ cosa avro’ fatto mai per meritarmi la fortuna, io, proprio io, di dar da mangiare a queste persone…

Anche stasera andro’ a letto senza insonnia.

In questa esperienza ci sto entrando in punta di piedi, con morbidezza… anche se qui, all’Hogar, mi sento gia’ “di casa”… e mai avrei creduto di poter riuscire a provare questa sensazione cosi’ precocemente.

Domani verranno qui i bambini dei progetti di Adozione A Distanza (AAD) sostenuti dalla fondazione Aiutare i Bambini (AIB) e li conoscero’, finalmente.

Buonanotte Peru’

Oscar